19 agosto 2019

Spettacoli

Chiudi

10.04.2019

«Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio»

Emiliano Zapata
Emiliano Zapata

«Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio», ed è in piedi Emiliano Zapata quando il 10 aprile di cent’anni fa, attirato a tradimento in un’hacienda di Chinameca, onora il suo motto cadendo con trenta compagni sotto il fuoco dei soldati inviati a dargli la caccia dal presidente Carranza. Complessa all’inverosimile, talora ai limiti del nonsenso, tesa tra gli estremi di una evoluzione sociale riformista e di una violenza pronta a esplodere contro secolari ingiustizie in una brama di distruzione e autodistruzione, imbevuta di una mitologia della morte e del sangue in cui si fondono cultura precolombiana e cattolicesimo barocco di marca spagnolesca, la Rivoluzione messicana ha nel condottiero del Sud una delle figure più belle e tragiche. Nato nel 1879, penultimo di dieci figli, in un povero villaggio dello stato di Morelos, Zapata cresce tra la fame e i soprusi subiti dagli indios senza terra. «Quando sarò grande gli restituirò tutto», così replicava al padre che aveva risposto con rassegnazione alla domanda sul perché nessuno reagisse a quelle violenze. Promessa mantenuta. A sedici anni, restato orfano, viene arrestato una prima volta dalle milizie degli agrari, i rurales, evade e si dà alla macchia per alcuni anni. Nel 1906, dopo un altro scontro con i rurales e dopo esser stato in clandestinità sulla Sierra Puebla, ottiene il perdono delle autorità ma torna subito all’attività cospirativa lavorando di giorno e organizzando di notte la resistenza dei campesinos contro la trentennale dittatura di Porfirio Diaz. Nel 1909 è eletto sindaco del suo paese, Anenecuilco, ma ogni tentativo di risolvere il problema della redistribuzione delle terre fallisce e dal 1910 decide di passare alla lotta armata con la parola d’ordine «Tierra y libertad!». Ai primi del 1911, mentre a nord Madero e Villa danno inizio alla rivoluzione, Zapata attacca vittoriosamente la città di Ayala con settanta uomini armati solo di machete e qualche carabina; un mese dopo, a combattere con i Mauser catturati ai federali, saranno in settecento. La condotta della guerriglia è abilissima: i sombreri bianchi colpiscono dove il nemico è più debole e si eclissano per tornare ad attaccare un altro presidio. Emiliano è un comandante di straordinario carisma, coraggioso, incorruttibile, tanto lucido quanto determinato a seguire la sua unica stella polare: la terra ai contadini. Quando la rivoluzione trionfa e Madero chiede a Zapata di smobilitare la risposta è che lo farà solo nel momento in cui verrà applicato l’articolo 3 del piano di San Luis Potosì, ovvero la riforma agraria che invece, conquistato il potere, si vuole accantonare. Madero convince Zapata del contrario ma durante la consegna delle armi giunge notizia che il generale Huerta, a insaputa del presidente, muove contro gli zapatisti. Ritorna alla guerriglia rifugiandosi sulla Sierra e il 25 novembre 1911 Zapata, analfabeta, detta il Piano di Ayala, avanzato programma di giustizia sociale, aprendo la lotta armata contro Madero e, dopo il suo assassinio, contro il nuovo dittatore Huerta. Dal 1913 Zapata partecipa alla coalizione dei ribelli con i quattromila fucili dell’«Armata di Liberazione del Sud» e, a dicembre del 1914, entra da trionfatore a Città del Messico insieme a Pancho Villa. Rifiutata la poltrona presidenziale («non combatto per questo, combatto perché restituiscano le terre») torna tra i contadini per dar vita alla comune del Morelos. Nel 1917, quando dopo anni di lotte intestine che vedono tramontare l’astro di Villa Carranza emana la costituzione, Zapata è l’unico rivoluzionario ancora in armi. Rifiuta di prendere atto che il nuovo presidente è forse l’unico in grado di pacificare il Messico ed è deciso a resistere fino a quando non arriverà chi realizzi il Piano di Ayala. La lotta è impari ma, nonostante la tattica terrorista della terra bruciata messa in opera dall’esercito, gli indios della «repubblica a cavallo» resistono, mettendo in salvo sulla Sierra i civili fuggiti dai villaggi, facendo fronte alle razzie di viveri e finanziandosi con imprese epiche come l’assalto alla miniera d’argento di Huaútla che consentirà di coniare migliaia di pesos con il motto «terra e libertà». Nessun successo però poteva realisticamente arridere a quella battaglia e questo dato di fatto finì per isolare Zapata, indebolito dalle defezioni di alcuni comandanti e dalla taglia di centomila pesos messa sulla sua testa. Il tragico finale mise fine alla vita del condottiero, non al mito, tanto che il corpo venne esposto sulla pubblica piazza per convincere i peones della sua morte, esattamente come si sarebbe fatto 48 anni dopo, con un altro rivoluzionario dell’America latina, divulgando la fotografia del cadavere di Ernesto «Che» Guevara. «L’ignoranza e l’oscurantismo non hanno mai prodotto altro che masse di schiavi al servizio della tirannia», questo era Emiliano Zapata, e mai come oggi, mai così vicino a noi, le sue parole risuonano come un monito senza tempo. •

Stefano Biguzzi
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok