13 novembre 2019

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25.08.2019

PERCHÈ BRUCIA L’AMAZZONIA

L’Amazzonia sta bruciando, un polmone verde per tutta l’umanitàFranco Perlotto: quattro anni in Brasile per fronteggiare gli incendi
L’Amazzonia sta bruciando, un polmone verde per tutta l’umanitàFranco Perlotto: quattro anni in Brasile per fronteggiare gli incendi

Esploratore, giornalista, scrittore, giramondo, esperto internazionale di cooperazione allo sviluppo, guida alpina, artefice di numerosi progetti umanitari nelle regioni più disastrate del pianeta, l’alpinista ha vissuto tre anni con gli indios Yanomami nella foresta brasiliana e per altri quattro (dal 2001 al 2005) ha coordinato un programma del ministero degli Esteri contro gli incendi forestali in Amazzonia. Nei quattro anni trascorsi in Brasile ha pubblicato tre libri in lingua portoghese col supporto di tecnici locali, il primo per illustrare il progetto italiano per la lotta contro gli incendi che stanno devastando la foresta amazzonica, il secondo sulla gestione ambientale e sostenibile dei pascoli per impedire l’abbattimento dissennato della foresta e il terzo sulle capacità offerte dalla legge brasiliana in merito alla decentralizzazione dell’azione ambientale per far sì che le singole amministrazioni diventino artefici di un cambiamento di cultura e mentalità favorendo la salvaguardia di un vero e proprio paradiso terrestre, oltre che il polmone verde del pianeta terra. Polmone che sta bruciando e di cui si parlerà al vertice dei G7 a Biarritz, in Francia. Dal rifugio Boccalatte-Piolti, a 2.803 metri all’ombra delle Grandes Jorasses, nel gruppo del monte Bianco, che gestisce da alcuni anni, ci ha inviato questo intervento. Qualche giorno fa un amico mi ha inviato un messaggio: la tua Amazzonia brucia. Gli ho riposto sostenendo che il problema è esclusivamente di natura politica. Chi appicca il fuoco sono i contadini, ma solo perchè mancano controlli di natura socio-culturale. Con il Governo guidato da Inàcio Lula da Silva abbiamo lavorato proprio contro gli incendi forestali. Il nostro intervento, gestito direttamente dalla cooperazione allo sviluppo del Ministero degli Affari esteri, ci consentì di sensibilizzare tra il 2001 e il 2005, i residenti di quaranta Comuni dell’Amazzonia brasiliana con quattro basi operative lungo la cosiddetta frontiera agricola - la prima nello stato di Acre, due in Mato Grosso e una nello stato di Parà -. L’approccio iniziale è stato guidato dalla considerazione che il fuoco costituisce una pratica usuale per la pulizia delle zone agricole e, quindi, non è percepito come un problema, mentre il fumo prodotto dagli incendi è sentito come un serio ostacolo per la salute pubblica. Con questo criterio abbiamo ottenuto una sorta di chiave d’accesso per la sensibilizzazione sui problemi ambientali. Ricordo un accordo che venne firmato da un capo indios con il sangue, per suggellarne l’importanza. Ma la nostra non fu che una goccia nell’oceano anche perchè i comuni erano più di settecento. TEMA POLITICO. Credo che Jair Bolsonaro non abbia molto a cuore quanto sta avvenendo in Amazzonia anche se ha sostenuto che manderà l’esercito per spegnere gli incendi. La questione politica s’innesta direttamente all’interno di un tema economico. E qui mi riferisco alle multinazionali che hanno tutto l’interesse che i terreni brucino perchè poi li ricomprano a prezzi molto bassi ed iniziano a coltivare soia transgenica e di altri cereali con i quali adottano il medesimo sistema di coltivazione. Multinazionali che guardano alla Cina e al Giappone, Paesi con i quali il presidente Bolsonaro ha rapporti commerciali stretti, perchè queste coltivazioni in molti Paesi sono proibite e poi in Brasile abbassano i costi di produzione. basti pensare che trasportano la maggior parte dei prodotti per via fluviale. Di fatto le multinazionali approfittano di un processo complesso: il piccolo contadino brucia la terra, la vende ai fazendeiros che la sfruttano per quattro, cinque anni con allevamenti intensivi e poi vendono a chi produce soia e grano transgenico. CAPITALE SOCIALE. Noi abbiamo lavorato sugli studi di un noto sociologo di Harvard, Robert Putnam che ha puntato sul “capitale sociale” e sulla “partecipazione civile e comunitaria” di gruppi precostituiti di individui adulti. Di fatto abbiamo riunito attorno allo stesso tavolo i delegati delle associazioni di contadini, dei sindacati dei lavoratori rurali, delle associazioni di categoria dei tagliatori di legname, sindaci e assessori. Sul tavolo abbiamo posto il problema del miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni dell’Amazzonia dove il fuoco rappresenta l’elemento più devastante e deleterio sia dal punto di vista sociale: fumo e malattie polmonari, fumo e chiusura delle piste di atterraggio per mancanza di visibilità, sia dal punto di vista economico: il vicino brucia un pezzo di foresta e il fuoco distrugge ettari di pascolo eliminando la possibilità di alimentare il bestiame. Così la società civile ha preso coscienza di un problema reale: l’ambiente e anche la questione della biodiversità di specie rare che vivono nella foresta amazzonica. NON E’ UN FALLIMENTO. Noi abbiamo tracciato una linea che si è rivelata vincente dove l’abbiamo proposta. A cambiare è stato il trend di crescita, molto elevato. La politica guarda più all’economia che all’ambiente. Troppi interessi personali e governativi che si sovrappongono al rispetto di sopravvivenza di tutta l’umanità. • (testo raccolto da Chiara Roverotto)

Franco Perlotto
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