20 settembre 2019

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28.07.2019

Quel «soffio di vita» che ha salvato Clarice

Clarice Lispector (1920-1977)
Clarice Lispector (1920-1977)

Essere pienamente consapevole di star sprofondando nell’abisso della morte. Sfiorata dalla contemplazione del suicidio, eppure lucente: il fulgore di una stella. Ma soprattutto eccitata dallo splendore delle pietre preziose. «Moriamo solo in quanto artisti. Sarà questa l’eternità? Mi piacciono i brillanti e la giada». Di nuovo: «Esco da miei abissi con le mani cariche di freddi smeraldi, topazi trasparenti e zaffiri orchideaci». Ecco la voce di Angela, che si alterna con quella dell’autore in «Un soffio di vita» (Adelphi, pp. 193, euro 16) di Clarice Lispector, romanzo uscito postumo, «testamento» della Virginia Woolf brasiliana. Testo estremamente frammentario, ondivago, incandescente, senza una trama definita, ma piuttosto la ricerca di definire il presente. Più precisamente l’attimo che si sta cercando di vivere. Il lucore abbagliante dei gioielli non deve aver significato amore sfrenato per la ricchezza, se la scrittrice lo alterna a descrizioni di giardini imbevuti di pioggia, alla «dolcezza astringente del miele» e a «cristalli, che si frantumano con un musicale fragore di disastro». Pure la prosa è lussuosa, si fa spia dell’amore spinto fino a passione, lussuria della Lispector, considerata la più grande scrittrice ebrea dopo Kafka, per la scrittura. Durante tutto il corso del romanzo, redatto nel 1977, poco prima della morte, quando le era già stato diagnosticato un tumore, l’autrice nata in Ucraina nel 1920, si interroga sulla sua capacità di scrivere. Denuncia quanto questo atto sia pericoloso e possa, persino, portare all’instabilità psichica. Forse, anche per questo, butta giù frammenti, che vengono sistematicamente raccolti e battuti a macchina da Olga Borelli, l’amica che le è stata accanto negli ultimi otto anni di vita. E la prosa tenta una destrutturazione della lingua, si spinge, persino, ad inventare vocaboli. Mentre cerca sostegno nella sensualità più materica, con periodi apparentemente slegati, pietre focaie, lapilli infuocati di lava. Clarice, il nome che si era scelta al posto del nativo Chaya, scampata attraverso la Romania e la Germania, ai pogrom ed approdata, infine, con la famiglia in Brasile a due anni, ha sempre scritto in portoghese. L’esordio, è a poco più di vent’anni, con «Vicino al cuore selvaggio», che viene accolto con molto favore dai critici brasiliani e accostato a Virginia Woolf e a Joyce. Benché il suo modo di esprimersi ricordi molto il flusso di coscienza la Lispector stessa ammise di conoscere molto poco i grandi prosatori britannici. E a noi il suo stile pare strettamente personale, dove è possibile trovare altrettanti fuochi d’artificio, altrettanta sensualità o semplicemente vita? «Mi obbligate allo sforzo tremendo di scrivere, e dunque lasciatemi passare... Io non adopero il proibito lo libero. Le cose obbediscono al soffio vitale. Si nasce per gioire. E gioire è già nascere». «Soffio vitale» è proprio il titolo del romanzo che Clarice detta alla Borelli, queste parole le mormora mentre è dilaniata dai dolori atroci provocati dal cancro. S’inventa con altre amiche una pantomima, quando lascia per l’ultima volta la sua casa, in taxi, per recarsi all’ospedale, dal quale non farà mai più ritorno. Beffa la Morte, forse non ha paura. Sembra spaventarla di più la quotidianità, che deve aver vissuto a Berna, in Svizzera, dove aveva dovuto trasferirsi con il marito diplomatico. Una solitudine asettica, che ha cercato di dribblare scrivendo. «Il pre-pensiero è in bianco e nero. Il pensiero con l’immaginazione ha altri colori. (…) L’ispirazione è come un misterioso aroma di ambra. Ho con me un pezzettino di ambra e il suo odore mi fa sentire sorella delle sette orge di re Salomone e della regina di Saba». Clarice e l’amore. Se più di sedici anni di matrimonio, con due figli, si sono conclusi in un divorzio non deve essere andata molto bene. Maury Gurgel Valente, un collega conosciuto alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università del Brasile, non era molto probabilmente il partner d’elezione. La scrittrice si era innamorata molto giovane e per sempre di chi non poteva ricambiarla, in quanto omosessuale. Lei si descrive, in ogni modo, pervasa da una carica travolgente, spaventosa per chi vorrebbe avvicinarla. «Mi riempiono di elogi, eppure nessuno vuole avere a che fare con me». E dunque sarebbe sua la colpa se è la «malamata», la delusa, che ogni notte cerca la dolcezza della morte? Confessa: «Nel momento in cui coglierò me stessa - avrò raggiunto l’eternità, pure se effimera». A volte, anche se è ancora viva, ma sa che non sarà per molto, si concentra intensamente sull’idea morte. La Morte la giustifica. •

Alessandra Milanese
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