26 giugno 2019

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06.05.2019

SCRIVERE È VIVERE

Lo scrittore e giornalista Ferdinando Camon
Lo scrittore e giornalista Ferdinando Camon

Sono stati riproposti, in questi ultimi mesi, due libri preparati da Ferdinando Camon parecchio tempo fa (il primo edito, il secondo no) e accomunati dal fatto di consistere in interviste - ma sarebbe più corretto parlare di conversazioni o confronti - su temi culturali. Uno è «Il mestiere di scrittore», una serie di conversazioni critiche con sette scrittori fondamentali del Novecento (Moravia, Pratolini, Bassani, Cassola, Pasolini, Volponi, Ottieri, Roversi, Calvino) pubblicato in prima edizione da Garzanti nel ’73 ed ora riproposto da Edizioni di Storia e Letteratura (pp. 190, 18 euro); l’altro consiste in tre conversazioni con Pietro Ingrao avvenute nel ’94 e ordinate da Camon in una stesura scritta che rimase inedita per volontà di Ingrao, il quale forse avvertiva - dice Camon - «la sperequazione fra ciò che voleva e doveva dirmi e ciò che affettivamente diceva»; ora quelle carte inedite escono per Ediesse, con prefazione di Camon e a cura di Alberto Olivetti, curatore dell’Archivio Pietro Ingrao (pp. 168, 15 euro). Tutte pagine, quelle di questi due libri, che, riproposte oggi, risultano importanti per avvicinarsi a temi e problemi cruciali della cultura e della politica della seconda metà del secolo alle nostre spalle e importanti ancor ora perché problemi, tesi, soluzioni affacciate si impongono come basi serie, lucide da cui non dovrebbe prescindere il dibattito odierno. E proprio un articolato, vario e pur sempre coerente «dibattito odierno» si potrebbe definire il libro nuovo di Camon sul quale ci soffermiamo con qualche annotazione più dettagliata: «Scrivere è più di vivere» (Guanda, pp. 208, 17 euro). Si tratta di una raccolta di un centinaio di pezzi brevi (si va dalla quindicina di pagine alle poche righe della riflessione sintetica e appuntita come un epigramma) che si muovono da certe rievocazioni della storia personale dell’autore (e lì si ritroveranno come in territori familiari i lettori che hanno amato i romanzi di Camon inclusi nel «ciclo degli ultimi») a vari risvolti psicologici o più decisamente psicoanalitici di riflessioni relative a personaggi, fenomeni ed eventi della cronaca di ieri e di oggi (qui si riconoscerà il narratore della «Malattia chiamata uomo», della «Donna dei fili» e d’altro), a molti «quadri» e «quadretti» dell’attualità (politica, sociale, di costume) rapidi, anche perentori nelle conclusioni (e qui c’è l’opinionista che conoscono bene i lettori di questo giornale, i quali, nel consenso o anche nel dissenso, crediamo apprezzino sempre la lucidità del commentatore). Perché Camon ha scelto, per questa specie di «summa» dei suoi pensieri, atteggiamenti, amori e bestie nere del suo vivere e del suo scrivere il titolo «Scrivere è più di vivere»? Il capitolo (chiamiamolo così) numero 62 ha appunto questo titolo, eponimo poi dell’intero libro, e rievoca un episodio terribile fissatosi nella sua memoria di bambino che vide, nelle campagne della Bassa al confine tra province di Verona e di Padova, nei mesi finali del secondo conflitto mondiale, crudeltà disumane perpetrate dai tedeschi: in particolare l’episodio di un ragazzo contadino fatto impiccare e lasciato appeso a un albero al ponte di Bevilacqua da un capitano reo di tante atrocità. Camon avrebbe poi narrato nei suoi libri quei fatti, avrebbe parlato di quel capitano e i libri, tradotti in tedesco, indussero la Procura di Potsdam a incriminare quell’uomo che in quella città era vissuto agiatamente, non cercato dalla giustizia, per tanti anni dopo la guerra. Portato in tribunale, ebbe un infarto e morì. «Sento», dice Camon, «quell’infarto come un colpo di fucile sparato al cuore di un colpevole che meritava la fucilazione». Dunque la vita, diventata scrittura, ritorna sulla vita come dispensiera - in questo caso - di una giustizia che il «vivere» da solo non avrebbe potuto ottenere, non avrebbe saputo come trovarne la strada. Quindi scrivere è più di vivere non certo nel significato estetizzante che l’espressione potrebbe avere se si intendesse che il di più della scrittura sta in certi suoi pregi formali; sta invece nella sua capacità di essere scavo approfondito nel cuore della realtà, sta nella forza con cui la parola scritta cattura anche l’ombra e il silenzio consegnandoli ad una memoria non facilmente superabile o estinguibile. Avviene così nei romanzi di Camon che raccontano le crisi dei decenni a cavallo fra XX e XXI secolo: il tramonto del mondo contadino, le malattie dell’anima, il terrorismo, i cortocircuiti degli incontri-scontri fra civiltà diverse. Avviene così anche nelle pagine più penetranti di non pochi dei testi brevi di «Scrivere è più di vivere». •

Giulio Galetto
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