02 dicembre 2020

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21.10.2020 Tags: Musica

Spagnoli: «Il futuro?
Meno budget,
più arte»

Diego Spagnoli sul palco con Vasco Rossi: fra loro amicizia e affetto, stima e collaborazione da una vita
Diego Spagnoli sul palco con Vasco Rossi: fra loro amicizia e affetto, stima e collaborazione da una vita

È uno dei pochi volti noti in quell’universo sommerso dei lavoratori dello spettacolo venuto alla luce nei giorni scorsi a Milano con le impressionanti immagini di Bauli in Piazza: evento al quale Diego Gu Spagnoli, 62 anni, bresciano Doc, da anni fidato direttore di palco di Vasco Rossi, non avrebbe certo potuto mancare. Anche se la sua posizione, rispetto al futuro dello showbiz, ha poco di consolatorio. «Stiamo attraversando uno snodo storico che probabilmente porterà ad un ripensamento nell’industria dello spettacolo dal vivo – racconta -. Immagino un futuro di eventi per piccole platee di appassionati, in cui la musica torni ad avere una dimensione artigianale. Me lo auguro soprattutto per il pubblico: per quanto invece riguarda noi professionisti del settore, credo che per molti non rimarrà altra scelta che cambiare mestiere». Ripartiamo da Milano: che ne pensa della manifestazione di Piazza Duomo? Credo sia stata importante soprattutto per ricordare al mondo che ci siamo, che esistiamo. Ma da pecora nera quale sono sempre stato voglio anche essere critico e dire che in un certo senso siamo noi stessi a non riconoscerci come categoria. Perché non abbiamo una rappresentanza in grado di dialogare con le istituzioni. Negli anni sono stati innumerevoli i tentativi di costruire enti, associazioni, gruppi: tutti miseramente falliti perché siamo in Italia, dove purtroppo arte, cultura e turismo sono sempre fanalino di coda in ogni tipo di strategia. Eppure siamo un popolo di 570 mila lavoratori. In estate qualche spazio si era aperto. Può essere capitato che in qualche caso sporadico qualcuno abbia lavorato in piccoli eventi portando a casa due soldi per pagare le bollette. Ma non ho visto nulla di continuativo. L’inverno si prospetta durissimo: come la vede? C’è poco da fare quando hai un lavoro basato sull’assembramento. Vendiamo emozioni che la gente è sempre stata contenta di pagare, ma in questo momento siamo l’ultima delle priorità. Come sta vivendo questa situazione? Rispetto ad altri sono fortunato: ho deciso di seguire un solo artista, il numero uno dei cavalli vincenti. Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Vasco è uno da numeri esagerati: quando potrà tornare a fare concerti da 60-70 mila persone? La realtà è che chiunque di noi faccia questo lavoro sa di essere condannato a vivere alla giornata: è un mestiere che facciamo per passione, ma nel quale, come diceva il poeta, del doman non v‘è certezza. Quali prospettive per il futuro del live? Sembrerà impopolare, ma credo che una bella ridimensionata al sistema non sarebbe poi questo gran male. La musica dal vivo è diventata un business, tutto si è gonfiato a dismisura. E allora dico: torniamo indietro, torniamo ai primi anni ‘60, torniamo a pensare un po’ di più all’arte e un po’ meno ai budget.

Claudio Andrizzi
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