09 dicembre 2019

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15.11.2019

«1984» aveva proprio previsto tutto. Ma del 2019

«1984»: la narratrice GUIDO MENCARI
«1984»: la narratrice GUIDO MENCARI

Pubblicato nel 1949, «1984» di George Orwell è uno dei romanzi più importanti del ‘900, ma è forse più noto che letto. Nelle sue 300 pagine lo scrittore inglese immagina e descrive minutamente una società totalitaria, che ha le caratteristiche del nazismo e dello stalinismo, in cui l’individuo, controllato e condizionato attraverso una serie di strumentazioni tecnologiche, è privato di ogni libertà. Orwell colloca, sbagliando, la sua distopia in un ipotetico 1984, dopo un conflitto atomico che lascia il mondo diviso in tre aree di potere, ma i contenuti della sua profezia ci appaiono realizzati oggi nel potere occulto dei media, nel revisionismo della storia, nella diffusione interessata delle fake news che divengono immediatamente verità, nell’uso sistematico dell’odio e della violenza che minacciano le democrazie. Una rilettura in chiave di attualità è stata fatta da Matthew Lenton e Martina Folena che hanno curato la riduzione drammaturgica del romanzo per lo spettacolo andato in scena, con la regìa dello stesso Lenton, al Teatro Sociale per la stagione del Ctb. EVITANDO di perdersi nell’intricata trama di «1984», lo spettacolo ne propone alcuni nuclei significativi che, sul piano tematico, vengono introdotti da un finto dibattito di tre attori impegnati all’inizio a discutere sull’attualità dei contenuti del romanzo. Uno schianto improvviso interrompe poi il dibattito ed è la voce fuori campo di una narratrice, che sta ai margini della scena e scrive mentre parla, ad avviare il racconto e a introdurre lo spettatore nella storia. L’universo in cui ci porta Lenton è buio e inquietante. La scena è costituita da pochi oggetti e da tre schermi dai profili luminosi, che incorniciano lo spazio dando profondità prospettica all’azione; sull’ultimo schermo passano le immagini di un occhio che osserva e registra minaccioso ogni cosa; un’illuminazione sapiente fa emergere i corpi dall’oscurità, fasci di luce abbagliante muovono dal palco a scrutare il pubblico nel teatro che viene molto coinvolto nella rappresentazione. Nel suo procedere lo spettacolo si fa sempre più duro e violento e, alla fine, quando le luci della sala sono ormai riaccese, due guardie armate salgono dalla platea sul palcoscenico e si portano via la narratrice, perché una libera scrittura nuoce sempre al potere. Lenton ha realizzato uno spettacolo compatto, non facile ma necessario; buona la compagnia degli interpreti, giovani e sicuri nell’assecondare le intenzioni della regia. Applausi calorosi; repliche fino a domenica. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesco De Leonardis
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