12 dicembre 2019

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23.10.2019

Maurizio Micheli: «Il mio uomo solo in fila verso l’ignoto»

Maurizio Micheli: attore e autore, livornese, ha 72 anni
Maurizio Micheli: attore e autore, livornese, ha 72 anni

A chi non è capitato? In coda, allo sportello, verso un chiarimento che non c’è, per un sollievo che arriva mai. Chi non si è sentito come Maurizio Micheli? «Nessuno, ed eccoci qua» sorride l’autore e attore, atteso domani alle 20.45 sul palco del Teatro Santa Giulia di Brescia (informazioni su www.teatrosantagiulia.org). Il cartellone prevede un «Uomo solo in fila» capace di camminare sul filo di un’ispirazione inquieta, sospesa fra «The prisoner» e «Aspettando Godot». Com’è nato questo testo? Dall’osservazione del prossimo, dai racconti di altri, da esperienze dirette. Come tutti, ho vissuto situazioni del genere. E cosa c’è di più ansiogeno che aspettare il proprio turno nella sede di Equitalia? Fare la fila in posta, in banca, è cosa diversa. Si sa a cosa si va incontro. Qui è tutto più incerto, nessuno cosa quando una voce metallica annuncerà il suo nome, ma succederà e l’insicurezza è assoluta. Senso di colpa che sfocia in vulnerabilità? Assolutamente. Perché se non cosa ho fatto, cosa devo fare, a chi devo qualcosa, quanto e perché... Io provo un’angoscia profonda. La domanda di fondo? Dove ho sbagliato? E la risposta? Forse non ho fede. Sulla scena io cerco di parlare con gli altri, e trovo sedie vuote. Dialogo con un impiegato di Equitalia, che sa suonare il pianoforte. Musica per alleviare le sofferenze. Situazione kafkiana. Solo mestizia o anche arrabbiatura? C’è, la rabbia. Ma è una rabbia garbata, non si sa contro chi sfogarla. Si sa a chi rivolgersi, per riempire oggi e domani i teatri italiani? I tempi sono cambiati e non è mai facile. Verrebbe da citare Flaiano, la situazione è grave ma non è seria, non fosse che uno zoccolo duro resiste e decreta il successo di attori e autori strutturati. Sopravvive un club di appassionati, e che sia benedetto. Gli altri, è impossibile catturarli. Io mi sento antico, rispetto a persone che non guardano quasi più la televisione, vanno poco al cinema e di musica non parliamo nemmeno... Il teatro è diventato il rito laico di gente disposta a prendere un treno, a viaggiare, per essere presente, per praticare questo culto ormai alternativo. I teatri come centri sociali. E i teatri bresciani? Che ricordi le suscitano? Sono venuto poche volte, nel Bresciano. Ho portato il mio monologo storico, «Mi voleva Strehler», che faccio ormai dal ’78 un po’ dappertutto, e siamo arrivati a 1250 repliche. Sono felice di tornare. Oggi e spero anche in futuro.

Gian Paolo Laffranchi
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