21 agosto 2019

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13.03.2019

«Il Pallone d’Oro?
Un premio carico
di orgoglio»

Dario Hubner incoronato col Pallone d’Oro dei dilettanti del 2005
Dario Hubner incoronato col Pallone d’Oro dei dilettanti del 2005

Esiste un preciso momento nel passato di Bresciaoggi in cui il Pallone d’Oro ha cambiato passo, è uscito dall’alveo limitato della storia per sconfinare in quello eterno della leggenda. Era il 28 dicembre del 2005, giorno di neve e disagi in tutta la provincia, quando la giuria reclutata dalla redazione sportiva sceglieva Dario Hubner. Dopo le vittorie di Andrea Bottazzi e Cristian Quarenghi, sontuosi dilettanti che avevano alzato al cielo le prime due edizioni del Pallone, il premio finì per la prima volta nella bacheca di un calciatore di livello superiore. Nessuno aveva mai osato presentarsi alla votazione della giuria con 74 gol in Serie A e un titolo di capocannoniere. Nessuno poteva dire, per esempio, «io ho giocato con Roberto Baggio». Nessuno tranne lui, il Bisonte.

DARIO HUBNER, all’epoca attaccante del Rodengo Saiano, era dilettante da pochi mesi ma recitava la parte alla perfezione. «Erano i miei primi momenti in questo nuovo calcio - ricorda -, stavo prendendo confidenza con tutto e con tutti. Il Pallone d’Oro arrivò come un premio inaspettato e mi riempì d’orgoglio. Quando si gioca, a qualsiasi livello, lo si fa per vincere qualcosa. Ottenere un premio individuale ai tempi di Rodengo è stato ancora più bello». Inutile nasconderlo. Dopo il 2005 molti giocatori hanno puntato il Pallone d’Oro solo per poter dire di averlo vinto dopo Hubner. «Ed è bello che questo sia successo - assicura l’ex attaccante del Brescia -. Sono contento di aver contribuito ad alzare il livello del premio e a renderlo ciò che è oggi». Da quei giorni è cambiato tutto. Hubner ha smesso i panni del calciatore (dopo aver segnato altre 85 reti con le maglie di Rodengo, Orsa Cortefranca, Castelmella e Cavenago) per indossare quelli da tecnico. Ha allenato Royal Fiore, Atletico Montichiari e Juniores del Ciliverghe. «Ora sono in attesa che arrivi qualcosa di stimolante - dice -. Mi piacerebbe mettermi di nuovo alla prova e trasmettere tutto quello che so a una nuova squadra. Fra qualche settimana guiderò una selezione dei migliori giovani cremaschi per il Trofeo Dossena, sarà una bellissima esperienza, già lo so». In attesa che arrivi anche una prima squadra restano i vecchi amori. Come il Brescia. “Credo che i tempi siano maturi per il salto in Serie A - confessa il Bisonte -. La squadra è forte, Corini le ha dato solidità, gioco e carattere. E poi c’è il presidente Cellino che è stato di parola. Quando è arrivato il mercato era praticamente chiuso. Lui ha ereditato una squadra fatta da altri e con qualche correttivo ha ottenuto la salvezza. Quest’anno ha detto di voler allestire una squadra per il salto di categoria o almeno per competere per la vetta e così è stato».

UNA SQUADRA che potrebbe ripetere l’impresa del «suo» Brescia, promosso in A al termine della stagione 1999/00. Similitudini? «Poche, forse nessuna - spiega Hubner -. Noi eravamo un gruppo di grande esperienza, composto prevalentemente da giocatori di Serie B. Questo Brescia invece è più vario». C’è però una costante: il goleador. «Donnarumma sta facendo grandissime cose ma come dicevo quando giocavo, se un attaccante segna tanto è per merito della squadra. Non va sottovalutato nemmeno il lavoro di Torregrossa, che è suo partner perfetto. E nemmeno Tonali, una risorsa inesauribile di assist e palloni preziosi». All’epoca del Pallone d’Oro il miglior assist man di Hubner era Federico Cantoni, suo cognato. «Altri tempi - chiude il Bisonte -. Il calcio è cambiato moltissimo. Però sono felice che oggi come allora si viva il Pallone d’Oro con tutto questo entusiasmo. E’ una cosa che fa bene al movimento del calcio bresciano».

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Alberto Armanini
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