24 settembre 2020

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19.03.2020 Tags: Ciclismo

«Sugli strappi non soffrivo le accelerate altrui: così ho capito di poter vincere»

Pierino Gavazzi in festa sul podio di Sanremo il 16 marzo 1980
Pierino Gavazzi in festa sul podio di Sanremo il 16 marzo 1980

Nel festival dei velocisti in via Roma a Sanremo, il 16 marzo 1980, sigla la vittoria più prestigiosa della sua carriera un franciacortino taciturno, ma forte, temprato dal ciclismo, che affronta con grande spirito di sacrificio. Con un finale da urlo mette in fila Beppe Saronni, per la 3ª edizione consecutiva al 2° posto, l’olandese campione del mondo Jan Raas, Sean Kelly, Erick De Vlaeminck e Francesco Moser: praticamente la nobiltà delle ruote veloci mondiali. Reduce dalla Tirreno-Adriatico, dove lascia intendere di essere quasi al massimo della condizione, Pierino la peste questa volta la combina davvero grossa. In via Roma a Sanremo e a Provezze inizia la festa in onore di questo campione, silenzioso come pochi e professionista come nessuno: sul tavolo della sua cucina, oltre alle pietanze c’è sempre un piatto di ciclismo. Da gustare con grande entusiasmo, a conferma della sua naturale predisposizione alla fatica. Quando ha tempo va nel bosco a tagliare la legna, ogni giorno, bello o brutto che sia, si mette sulla bicicletta per allenarsi. È un esempio per i giovani e la vittoria più bella se la gode con la famiglia: la moglie Marilena, il primogenito Nicola, mamma, papà e sorelle. Nella Milano-Sanremo dei bresciani tocca a lui il premio più ambito e l’investitura internazionale. Quando il gruppo riesce a mettere il morso a Bertacco e De Beule, il nostro Pierino capisce di avere una di quelle occasioni della vita da non lasciarsi sfuggire. Nel convulso finale a velocità stratosferica pedala tra i primi 15 del gruppo. Sente di poter essere protagonista: «Quando i velocisti hanno smanettato sul manubrio per conquistare le posizioni migliori per lo sprint, ho battezzato la ruota di Moser - ricorda Gavazzi -. Sono rimasto nella sua scia per un bel po’, fino a quando ho deciso di innestare il rapporto più lungo a disposizione per la volata». UNA VITTORIA figlia di una condotta di gara esemplare: «Stavo bene e anche sugli strappi l’ho dimostrato: mai sofferto le accelerate degli avversari. Proprio sugli strappi ho capito di avere la condizione necessaria per giocarmi il primato». Nel finale però è stato a dir poco perfetto: «Quando ho visto De Vlaemick e Raas sgomitare per scegliere la traiettoria giusta per impostare lo sprint, mi sono buttato dall’altra parte della strada. Ho superato i due avversari e solo nel finale ho rischiato per il ritorno prepotente di Saronni. Il mio però l’avevo già fatto e ho vinto chiaramente». Una vittoria sfiorata 3 anni prima, quando vinse Raas: Quel giorno ho concluso sesto. Quella del 1980 è stata la mia settima Milano-Sanremo e devo dire che la crisi del 7° anno proprio non l’ho sentita. Anzi, tutto il contrario». Un’affermazione ottenuta davanti al gotha del ciclismo mondiale che ha dato un indirizzo preciso alla sua carriera: «Prima di vincere la Milano-Sanremo ho ottenuto una quindicina di successi. Sicuramente quello alla Milano-Sanremo è il fiore all’occhiello». E se lo dice lui occorre crederci. Con Pierino la peste hanno fatto bene quel giorno anche Angelo Tosoni autore di una fuga di 230 chilometri, Giuseppe Martinelli (9°), Bruno Leali (18°), Roberto Visentini (27°), Aldo Parecchini (all’attacco all’inizio). Una Milano-Sanremo che più bresciana non si può. © RIPRODUZIONE RISERVATA

A.MAS.
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