IL TRAGUARDO

Cartapani, storia lunga 70 anni «scritta» con l’aroma del caffè

Dalla sfida iniziale lanciata in via Trieste dai fratelli Domenico e Mario all'attività che ora punta sul prodotto base di Centro America e Asia
I cugini Cartapani: da sinistra Giambattista, Diego, Paolo, Renato (in sella alla bicicletta) e Lorenzo impegnati in una storia imprenditoriale che prosegue ininterrotta da settant'anni
I cugini Cartapani: da sinistra Giambattista, Diego, Paolo, Renato (in sella alla bicicletta) e Lorenzo impegnati in una storia imprenditoriale che prosegue ininterrotta da settant'anni

Se il caffè è la bevanda più consumata al mondo, è l'espresso italiano il modo migliore di gustarlo con un concentrato di gusti e aromi che lo rendono unico. Il rito della «tazzina» passa anche da una diffusa rete di torrefazioni, oltre un migliaio nella Penisola, contro il centinaio della Germania - prima per quantità in Europa con 572 mila tonnellate di caffè torrefatto nel 2019, l'Italia segue con 508 mila - sul totale continentale di 1,8 milioni di tonnellate di caffè «lavorato», per un valore di dieci miliardi di euro. Il mercato mondiale vale circa novanta miliardi di dollari. La filiera italiana della torrefazione conta 7 mila addetti e un fatturato di circa quattro miliardi di euro, oltre il 35% realizzato all'estero: il Paese è quarto al mondo per export di caffè torrefatto e terzo per import di prodotto verde, in prevalenza acquistato dai primi tre produttori mondiali, Brasile, Vietnam e Colombia. Il caffè, bevanda con il quale accompagniamo o terminiamo tutti i pasti, detiene un posto particolare nell'analisi della filiera agroalimentare e dei consumi. Cornice che introduce i settant'anni di attività di una consolidata torrefazione bresciana: nel 1951 i fratelli Domenico e Mario Cartapani aprivano in via Trieste, nell'antico cuore urbano della città, la «Costarica Caffè dei F.lli Cartapani», desiderosi di mettersi in proprio dopo un'esperienza di lavoro come commessi della drogheria Anderboni il primo, della torrefazione il Levante, il secondo. I giovani erano figli di Battista, di famiglia contadina con radici alla Scovola di Leno e poi a Borgosatollo, esperienza di operaio alla Tempini, e di Giacomina, che avrebbe conquistato, con fatica, la preziosa licenza per gestire una latteria. Battista Cartapani, superati i 50 anni, era del 1894, alla fine della Seconda guerra mondiale viene licenziato dalla Tempini: bisognava dare spazio ai reduci di guerra e non lo aiutò l'aver dovuto in precedenza prendere la tessera del Pnf. Si inventa il lavoro di ambulante, vendendo o barattando nelle cascine della Bassa sapone da bucato che produce da sé, muovendosi in bicicletta. Capacità commerciali che i genitori trasferiscono ai due figli maschi e che consentono alla famiglia, composta anche da tre figlie femmine, di poter sempre «mangiare pane bianco», di non fare la fame e di contare su un agio superiore alla media del periodo anche se di poco. Gli inizi dell'attività di torrefazione si basano su una tostatrice usata, con altre attrezzature indispensabili e sulla vendita al dettaglio con le consegne in bicicletta. Trascorso poco più di un anno la denominazione viene semplificata in «Cartapani». Un altro anno di attività avrebbe consentito l'acquisto di una tostatrice e di strumentazioni nuove. Gli affari vanno bene, nonostante nel '52, Domenico - che ha scoperto sul campo di avere la stoffa del fine assaggiatore e aveva ideato miscele apprezzate dai bar e dalle trattorie clienti - deve partire per i diciotto mesi di servizio militare. L'aiuto della giovane sorella Rosa consente a Mario di continuare con successo. «Tanto che al rientro del fratello dalla 'naia' - racconta Renato, figlio di Mario - la società ha acquistato una Giardinetta, vettura con la quale papà effettuava le vendite in provincia, mentre lo zio serviva gli esercizi cittadini muovendosi in bicicletta». Nel 1955 l'arrivo di una Fiat 1100 facilita la mobilità anche di Domenico. I consumi sono modesti, ma in costante crescita. In quegli anni in città le torrefazioni sono una manciata e di piccole dimensioni, il caffè lo vendono anche numerose drogherie. I Cartapani ci sanno fare, l'attività si sviluppa velocemente, si inizia a immaginare una nuova sede, che nel 1959 diviene realtà con l'acquisto di un terreno della Congrega, in via Bocchi, angolo viale Duca degli Abruzzi. Sorse una struttura all'avanguardia. In sintonia con il boom che di lì a poco sarebbe esploso, la nuovissima azienda, equipaggiata con le migliori tecnologie disponibili, è pronta per espandere il giro d'affari, forte anche di una solida autonomia finanziaria, tanto che la nuova struttura viene realizzata interamente con mezzi propri. «L'impresa necessitava di un fido - racconta Renato - per sdoganare maggiori quantità di caffè, e i costi doganali erano altissimi, pari al valore della merce da movimentare. Nonostante la solidità economica una banca del territorio poneva condizioni gravose che avrebbero immobilizzato considerevoli partite di caffè nel deposito di Trieste. Un funzionario di una banca nazionale invece, capì la situazione e il fido fu concesso», a dimostrazione che, anche decenni or sono, non sempre era facile per le imprese trovare il necessario supporto. Il percorso qualitativo viene intrapreso sin dagli inizi, provando materia prima di molti Paesi e seguendo un mercato in evoluzione. Da qui la scelta, maturata all'inizio del nuovo millennio, di abbandonare i caffè africani, incostanti nella qualità delle forniture, incrementando gli approvvigionamenti dal Paesi Centramericani e dall'Asia, dove alla «regolarità inglese» dell'India si è affiancato il Vietnam, secondo produttore mondiale di caffè. . © RIPRODUZIONE RISERVATA

Adriano Baffelli