Paolo VI Papa
dell’amore con
applausi senza confini

Una piazza San Pietro gremita ha seguito la cerimonia di canonizzazione di sette nuovi santi tra cui anche papa Paolo VI: a Roma, tra i tanti pellegrini anche cinquemila brescianiI fedeli seguono sul maxi schermo a Concesio la cerimonia di canonizzazione di Paolo VI FOTOLIVE/CATTINA
Una piazza San Pietro gremita ha seguito la cerimonia di canonizzazione di sette nuovi santi tra cui anche papa Paolo VI: a Roma, tra i tanti pellegrini anche cinquemila brescianiI fedeli seguono sul maxi schermo a Concesio la cerimonia di canonizzazione di Paolo VI FOTOLIVE/CATTINA
Paolo VI è santo (Fotolive)

I numeri sono da grandi celebrazioni. Almeno settantamila persone tra piazza San Pietro e l’inizio di via della Conciliazione per la canonizzazione di Paolo VI e di altri sei nuovi santi. DENTRO il colonnato del Bernini è racchiuso il mondo, con una netta prevalenza di latino americani e soprattutto di salvadoregni arrivati per il loro santo martire, il vescovo Oscar Romero. Ma ci sono tutti, cinesi, australiani, tedeschi, africani, indiani e con loro oltre cinquemila bresciani. Nel tempo in cui riesplodono i sovranismi, anche un laico che non sia accecato dal pregiudizio, dovrebbe dare atto che la Chiesa, come diceva Paolo VI nel 1975, è l’unico caso di «un’entità etnica sui generis», che non ha le dimensioni dei confini nazionali ma quelle del mondo. In prima fila, sul sagrato alla sinistra del Papa, ci sono il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la regina Sofia di Spagna, i presidenti del Cile, di El Salvador e di Panama, l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. A sottoporre al Papa la richiesta cumulativa di canonizzazione è il prefetto della Congregazione delle Cause dei santi cardinale Angelo Becciu. Nella sua omelia, di pochi minuti, il Papa prende le mosse dal vangelo della domenica che racconta l’incontro di Gesù col giovane ricco: sottolinea che «non si può seguire veramente Gesù quando si è zavorrati dalle cose. Perché, se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre». Da qui l’invito a «lasciare ricchezze, lasciare nostalgie di ruoli e poteri, lasciare strutture non più adeguate all’annuncio del Vangelo, i pesi che frenano la missione, i lacci che ci legano al mondo. Senza un salto in avanti nell’amore la nostra vita e la nostra Chiesa si ammalano di “autocompiacimento egocentrico”». LA CONSEGUENZA di una Chiesa che si ripiega su se stessa è che «ci si adagia nella monotonia di una vita cristiana senza slancio, dove un po’ di narcisismo copre la tristezza di rimanere incompiuti». È la tristezza del giovane ricco. Questa, aggiunge Papa Francesco, non è la via seguita da Paolo VI. Citandolo ricorda che è «nel cuore delle loro angosce che i nostri contemporanei hanno bisogno di conoscere la gioia» che può dare l’incontro col Signore. Papa Montini, come San Paolo, dice Bergoglio, «ha speso la vita per il Vangelo di Cristo, facendosi suo testimone nell’annuncio e nel dialogo, profeta di una Chiesa estroversa che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri». Questa la sua linea ferma anche nei momenti di difficoltà. «Paolo VI, anche nella fatica e in mezzo alle incomprensioni, - continua Francesco - ha testimoniato in modo appassionato la bellezza e la gioia di seguire Gesù totalmente. Oggi ci esorta ancora, insieme al Concilio di cui è stato il sapiente timoniere, a vivere la nostra comune vocazione: la vocazione universale alla santità. Non alle mezze misure, ma alla santità». Tutti i nuovi santi in forme diverse sono esempi di persone, chiude il Papa, che non si sono lasciate zavorrare dalle sicurezze mondane rischiando la vita per un orizzonte più grande «senza tiepidezza e senza calcoli». • © RIPRODUZIONE RISERVATA