Covid-19: più che
smart si tratta
di home working

By Athesis Studio

La semplificazione per l’accesso allo smart working attuata per l’emergenza Coronavirus può essere considerato il più grande “test” che sia stato condotto sul lavoro agile nel nostro Paese. Si stima che in Italia operino attualmente 2 milioni e 205mila smart worker, pari a oltre il 17% della forza lavoro nazionale. Da una recente analisi della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, condotta grazie ai dati forniti da 4.463 iscritti all’Ordine, emerge tuttavia uno scenario caratterizzato da differenze per aree geografiche e segnato da gravi limiti. Per i Consulenti del Lavoro, a pesare è innanzitutto il basso livello di digitalizzazione del Paese, sia per l’indice di alfabetizzazione digitale di imprenditori e lavoratori (88,4% degli intervistati), sia per le carenze delle infrastrutture tecnologiche (81,8%). Emerge anche un atteggiamento di diffidenza verso il lavoro agile da parte di larghi segmenti del tessuto imprenditoriale (79,3%), che non contribuisce alla sua diffusione. Guardando all’impatto prodotto dallo smart working sui processi lavorativi e ai suoi benefici, per il 74% degli intervistati le difficoltà di coordinamento a distanza dei gruppi di lavoro rallentano i processi decisionali e produttivi. Se il 50,6% crede che lo smart working aumenti responsabilità e produttività dei lavoratori, il 49,4% invece pensa l’esatto opposto. Similmente, a fronte del 47,8% che afferma che con lo smart working si crei un clima di maggiore fiducia e collaborazione tra management e risorse umane, il 52,2% non è d’accordo con tale affermazione. Il lavoro agile sta comunque forzando aziende e lavoratori a innovare e modernizzare le proprie modalità operative: la pensa così il 56,5% degli intervistati. Al Nord la quota di dipendenti “agili” è elevata (18,8%), con punte in Lombardia (22%), Emilia Romagna (19,1%) e Piemonte (19,1%). Al Centro, a eccezione del Lazio, la percentuale si attesta al 17,4%, mentre al Sud scende al 15,3%.