L'INTERVISTA

«Dai Led Zeppelin
al Teatro Grande.
Il sogno? Cantare»

Nato a Brescia il 20 luglio 1984, Giacomo Papetti suona il basso e il contrabbasso. È compositore e docente FOTO MARGHERITA MANISCALCO
Nato a Brescia il 20 luglio 1984, Giacomo Papetti suona il basso e il contrabbasso. È compositore e docente FOTO MARGHERITA MANISCALCO
Nato a Brescia il 20 luglio 1984, Giacomo Papetti suona il basso e il contrabbasso. È compositore e docente FOTO MARGHERITA MANISCALCO
Nato a Brescia il 20 luglio 1984, Giacomo Papetti suona il basso e il contrabbasso. È compositore e docente FOTO MARGHERITA MANISCALCO

Può suonare con tutti, ma non suona di tutto: «Solo quello che mi emoziona davvero». Talento ritmico con vocazione melodica, di quelli - rari - che stanno belli comodi nel jazz come nel rock passando per il pop, Giacomo Papetti sarebbe potuto nascere cent’anni fa come fra cento e più e cambierebbe nulla: sempre musicista sarebbe. «Fare un altro lavoro? Ci ho pensato fino alla fine delle scuole superiori - ricorda -. Ho studiato al Copernico, scientifico, in città. Potevo fare lo scienziato, operare in ambito archeologico, oppure dedicarmi al campo botanico. Amo la filosofia e mi ero iscritto all’università, ma ho mollato dopo 3 anni per finire il Conservatorio. Ho pensato che di filosofi ce ne sono già abbastanza. Di bassisti forse anche. Forse». Bassista elettrico ma anche contrabbassista, docente e compositore, arrangiatore e produttore: già colonna degli Argo e poi degli Ant Mill, leader di progetti come Small Choices, che ha pubblicato per l’etichetta tedesca Aut Records, anima del quintetto Oltaploc, Papetti collabora con Carlo Poddighe ed Emanuele Maniscalco come con il compositore Mauro Montalbetti. Bresciano di città, franciacortino acquisito con base a Ome, aveva il mestiere in casa già prima di rendersene conto. «Ricordo tanti dischi intorno a me. Mio papà Carlo suonava e cantava, mia mamma Anna dice che riconoscevo la sua voce già nella pancia. Il babbo suonava la chitarra, mio fratello maggiore Stefano le tastiere».

Cosa ascoltava da piccolo? In primis i Beatles. In secundis i Pink Floyd. Poi anche cose più moderne, tipo gli U2 di «Achtung baby» ma anche di «The Joshua tree», direi fino a «Zooropa». Poi, senza Eno e Lanois, li ho persi.

Cosa suonava agli inizi? Cantavo e mi dedicavo alla batteria, dopo aver strimpellato la chitarra. A casa di mia nonna c’era uno zio appassionato di musica: ascoltava decine e decine di volte lo stesso lato dello stesso 33 giri per giorni, così io e mio cugino imparavamo a memoria i pezzi e li improvvisavamo con cucchiai di legno al posto delle bacchette e scatole di Dixan come tamburi.

Chi sognava di essere? Ringo Starr. Idolo incontrastato.

Ha preso lezioni? Dalla fine delle elementari. Mio cugino suonava la chitarra, ma io volevo la batteria e sono stato mandato da Alfredo Golino, mica uno qualsiasi... Solo che i miei non sapevano dove mettere la batteria in casa. Allora pensai che nei Beatles Paul McCartney cantava e suonava un bellissimo basso: perché no?

Bingo. Il suo maestro? Charlie Cinelli, fino ai 16-17 anni. Avevo la fortuna di avere due musicisti già in casa, sennò da solo col basso ti rompi le scatole. Mai suonato il flauto, grazie a Dio. E a scuola il mio insegnante era Luigi Fertonani.

Il nostro Fertonani, firma storica di Bresciaoggi. Sì. Appassionato oltre che competente, teneva molto al fatto che i ragazzini potessero appassionarsi a loro volta: ci dava trascrizioni di «Barbie girl» pur di avvicinarci alla musica. Siamo andati tante volte insieme al Beatles Day. Suonavo tutto giorno.

La svolta? Sui 16 anni. Un giorno sono con Cinelli, arriva il suo manager e gli dice che bisogna trovare un bassista per il concerto di presentazione del nuovo disco perché Carmelo Leotta stavolta non è disponibile. «Non c’è problema, abbiamo Giacomo», risponde Charlie.

Più la paura o l’entusiasmo? Pensavo scherzasse, invece era serio: senza mezza prova mi sono ritrovato a fare concerti con musicisti del calibro di Gogo Ghidelli, di Andrea Bettini. Charlie si fidava e la mia autostima è cresciuta. Con simili professionisti impari cosa significa fare sul serio. Ho scoperto come dimostrare di sapere un pezzo anche quando non lo sai, ho avuto i primi cachet perché fino ad allora a parte qualche premio per i concorsi vinti, zero.

Era giovanissimo. La sua prima band? Con i Microsolco ho mosso i primi passi. Alla batteria c’era Matteo Arici, con cui poi ho fatto sezione ritmica tante volte. Avevamo fatto un demo con una fotografia al Parco Ducos e Bresciaoggi ci aveva recensito in «Giovani Suoni».

I passaggi fondamentali? È stato formativo affiancare Gianmarco Martelloni. Il primo disco con Paolo Benvegnù mi ha messo in contatto con l’ambiente indie che non conoscevo, mi ha aperto la mente e l’orecchio ad un approccio diverso. Sono stato conquistato da un’affascinante antiscuola. Sono entrato negli Argo con cui facevamo cover dei Led Zeppelin, mi sono avvicinato al jazz e ho bussato al Conservatorio.

Le hanno aperto: Premio Luca Marenzio nel 2011, per la prima volta assegnato a un allievo della Scuola di Jazz; laurea specialistica di II livello in Jazz con il massimo dei voti e la lode nel 2012; infine docente di basso e contrabbasso jazz oltre che basso pop al Conservatorio. Sì. Nel frattempo grazie a mio fratello mi sono avvicinato a Jaco Pastorius e ai Weather Reaport, a Bill Evans, Charlie Mingus, Miles Davis. I seminari di Siena con tanti insegnanti di fama internazionale nel 2006 sono stati una spinta a buttarmi sul jazz. Il primo disco targato Small Choices è uscito nel 2013, il secondo capitolo è stato pubblicato il giorno del caso zero di Codogno.

La pandemia ha fermato quasi tutto, ma i suoi progetti procedono. Sono contento di aver fatto gruppo in questi anni con Emanuele Maniscalco e Gabriele Rubino, ma anche con Massimiliano Milesi per Dimidiam, con Achille Succi e Francesco Saiu nei Three Branches. Nel rock lo sfizio più grande è stato il disco degli Ant Mill. Purtroppo, dopo 12 anni passati a suonare insieme come Argo, in 12 giorni di Ant Mill è finito l’idillio. Peccato, sono ancora contento di quei pezzi. Marco Tagliola con la sua produzione artistica ci aveva dato una grossa mano.

Il posto più bello in cui ha suonato? Il Teatro Grande: un onore tornare a suonare su quel palco a dicembre per un concerto che sarà trasmesso su Classica Hd con Take Off, progetto molto esteso diretto da Mauro Montalbetti. Poi per la magìa del luogo non dimentico un’esibizione estiva al rifugio Albani sotto la Presolana, a Colere. E per l’emozione il Cornetto Music Festival in piazza San Giovani in Laterano, a Roma, nel 2005, con Gianmarco Martelloni.

Per lei il basso in una band dev’essere il miglior attore non protagonista o può ambire a un ruolo di primo piano? Questione di attitudine. Io tendo ad essere attaccante, ho un approccio creativo, cerco variazion. Poi devi sempre tenere a mente con chi stai suonando. L’ideale è fare da collante e avere anche groove. I bassisti che hanno fatto la storia, arricchendo il linguaggio dello strumento, erano polistrumentisti: McCartney, John Paul Jones dei Led Zeppelin, Chris Squire degli Yes. Il basso è uno strumento più grave della chitarra, ma pur sempre melodico.

Se dovesse partire per un viaggio, il primo disco suo che metterebbe in valigia? Quello degli Ant Mill, «Double Rod Pendulum»: il cuore prima di tutto.

E un disco di altri? Il «White Album» dei Beatles: quanta meraviglia!

Il jazz è vivo e si contamina nei modi più disparati. Il rock com’è messo? Le proposte interessanti non mancano mai, ma quel demone che fino a «Kid A» dei Radiohead mi faceva saltare sulla sedia latita.

Se fosse nato a Londra o a Berlino? Il mio percorso sarebbe stato più facile. Charlie Cinelli mi diceva di andare a studiare in America, lì il salto di qualità sarebbe stato più rapido. Economicamente per chi fa il musicista non è facile da nessuna parte; il problema da risolvere qui è che quello dell’artista non è considerato un lavoro. Il livello culturale in Italia deve ancora crescere.

Quando si rilassa cosa fa? Naturalismo, trekking. Cammino in montagna, cerco funghi.

E quando sogna? Immagino di tornare ad essere quel bambino che cantava tutto il giorno. Ho smesso di farlo dopo la pubertà, se non per i cori, perché la mia voce non mi piaceva più. Potrei riprendere le canzoni scritte in gioventù e fare un disco da cantautore. Tornare a cantare.

Suo figlio canta? Michele ha 3 anni e mezzo, non ho mai insistito ma all’asilo nido hanno detto che è così intonato che corregge la maestra... Chissà. Forse canterà e il cantautore di casa alla fine sarà lui.

GIACOMO PAPETTI

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