INTERVISTE

«Dopo trentamila
dipinti ho scoperto
un altro Ceruti»

Gian Maria Casella, ottant’anni, restauratore bresciano: ha salvato oltre trentamila dipinti in oltre sessant’anni di professioneCeruti inedito: «Nobildonna con bambina e governante»Il restauratore in compagnia dell’amico Vittorio Sgarbi
Gian Maria Casella, ottant’anni, restauratore bresciano: ha salvato oltre trentamila dipinti in oltre sessant’anni di professioneCeruti inedito: «Nobildonna con bambina e governante»Il restauratore in compagnia dell’amico Vittorio Sgarbi
Gian Maria Casella, ottant’anni, restauratore bresciano: ha salvato oltre trentamila dipinti in oltre sessant’anni di professioneCeruti inedito: «Nobildonna con bambina e governante»Il restauratore in compagnia dell’amico Vittorio Sgarbi
Gian Maria Casella, ottant’anni, restauratore bresciano: ha salvato oltre trentamila dipinti in oltre sessant’anni di professioneCeruti inedito: «Nobildonna con bambina e governante»Il restauratore in compagnia dell’amico Vittorio Sgarbi

La sua arte è assimilare, più che apprendere. Aspirare ad una bellezza sempre nuova perché riletta ogni volta sotto una luce diversa, facendo risplendere opere che così resistono meglio all’usura del tempo. Gian Maria Casella, professione restauratore. Ma la definizione dice poco: salvatore di capolavori rende già di più l’idea. Salvatore e anche scopritore, «quando la buona sorte m’assiste». L’ultimo dipinto sul quale ha messo le mani è «Nobildonna con bambina e governante», una creazione che misura 130,5 x 152 centimetri ed è attribuibile a Giacomo Antonio Melchiorre Ceruti detto il Pitocchetto. L’immagine che pubblichiamo qui a fianco è ancora inedita: «Non l’ho inserito nel volume che ho pubblicato tre anni fa per ricordarne la figura a 250 anni dalla morte. Il ritrovamento è avvenuto dopo ed è eccezionale. Il Pitochetto è il pittore più bravo della sua epoca, lo posso dire: ho restaurato quasi tutti i suoi dipinti. Questo risale al 1717 e l’ho trovato in una casa. Ho finito di trattarlo in questi giorni. A quell’epoca Ceruti aveva 19 anni, sapeva già dipingere e si era già sposato. Mi piacerebbe sapere a quali artisti s’ispirava, allora».

L’entusiasmo, la curiosità: è così che si spiegano oltre sessant’anni di attività?
Direi 65 e la passione è la stessa degli inizi. È bello portare avanti lo studio con mio figlio Alberto, che ha scelto di fare il mio stesso mestiere. Bello anche ricevere un riconoscimento per il mio lavoro di restauratore nel mondo.

La Fondazione Cologni l’ha ammessa nel club ristretto di chi può definirsi «Maestro d’arte e mestiere».
Devo ringraziare per il sostegno Stefano Karadjov, il direttore di Brescia Musei. Il suo predecessore, invece, mai visto né sentito anche se al suo arrivo in città gli avevo mandato una lettera di benvenuto. L’ho fatto anche con Karadjov, la differenza è che lui mi ha risposto, si è informato sul mio conto, ha dedicato attenzione al mio laboratorio e mi ha proposto perché fossi premiato. Sono sicuro che Brescia non sciuperà l’occasione che le si presenterà quale capitale della cultura nel 2023.

Karadjov si è informato e il suo interessamento ha trovato terreno fertile: senza contare i suoi lavori bresciani lei ha collaborato con le principali soprintendenze italiane e con i musei più prestigiosi, dalla Pinacoteca di Brera alla Venaria Reale, dalla Galleria Sabauda alla Pinacoteca di Alessandria. È intervenuto su opere di Ceruti, Raffaello e Caravaggio come sul Polittico Averoldi di Tiziano. Il quadro più difficile da restaurare?
Fondamentalmente, credo di aver restaurato tutto quello che mi è capitato a tiro. Per la Venaria di Torino ho salvato uno dei dipinti più belli di Van Dyck, il Principe Tommaso di Savoia: il telaio non aveva cuciture di giunta e dopo aver girato l’Europa era malridotto. Invece era proprio strappata la tela di un Padre Eterno con gli Angeli di Moncalvo, trovata con il parroco del Duomo di Pavia. Sistemata anche quella.

Il suo studio di restauro è in corso Cavour, nel cuore di Brescia, ma il suo curriculum è internazionale.
Ho viaggiato in America e in Inghilterra, soprattutto in Russia e in Francia. A San Pietroburgo e Mosca sono stato cinquant’anni fa per preparare la grande mostra del Settecento. In pieno comunismo, io con altri 12 italiani liberi di assistere ogni notte al cambio della guardia in Piazza Rossa. Eravamo ospiti, trattati con ogni riguardo. Sono rimasto settimane e l’accademia russa mi aveva offerto la possibilità di rimanere là. Il vice ministro della cultura mi aveva portato il catalogo dell’esposizione e in copertina c’era un Ceruti: mi aveva fatto piacere, c’erano le condizioni per restare ma ho preferito tornare a casa. Però sono stato anche a Parigi, per una mostra sul Seicento. Per il Grand Palais ho sistemato un Caravaggio. In Francia sono rimasto un anno, mi davano da fare di tutto e ogni martedì mi chiudevano al Louvre per i restauri. La Gioconda era ancora appesa al muro come un quadro qualsiasi, se avessi voluto avrei potuto prenderla, arrotolarla e portarla via senza che mi fermasse nessuno. I francesi sono un po’ pigri, mezzo secolo fa vivevano sulle dispense di noi italiani che siamo sempre stati all’avanguardia. Oggi i miei colleghi più giovani studiano i prodotti chimici all’infinito, esaminano il singolo granello di polvere senza sosta. Alla fine però valorizzare un dipinto è soprattutto una questione di testa.

Lei ha imparato in fretta.
Sì. Sono nato a Brescia il 4 aprile del 1940 da mamma mantovana e papà piacentino e mi sono dovuto dare una mossa presto. Giocavo in piazza Tebaldo Brusato e durante la guerra quando suonava la sirena scendevo nel rifugio. Prima dei dipinti mi ha affascinato la musica. I miei conoscevano Alberico Martinelli, un grande violinista. Era stato diretto da Toscanini, era stato al funerale di Verdi nel 1901. Veniva a cena da noi quasi tutte le sere. Scriveva arie per me e ci esercitavamo dopo il caffè. Adoravo la musica, suonare il violino.

Ma?
Ma il nostro vicino di casa era l’unico restauratore di Brescia: Gianbattista Bertelli. Era bravissimo, re Vittorio Emanuele si fidava tanto di lui. Ogni domenica mi insegnava a dipingere. Avevo 13 anni. A 14 ho cominciato a lavorare, a 18 ho comprato il suo studio.

Così giovane. Come ha fatto?
Quando Bertelli è mancato, ho rilevato il laboratorio da sua moglie e dai figli. Uno di loro aveva frequentato Brera. Io avevo studiato di sera dai Padri della Pace, di giorno imparavo e praticavo il mestiere. Ho comprato lo studio con un socio, Giuliano Scalvini, morto 3 anni fa. Ero andato avanti trent’anni con Giuliano al mio fianco, poi avevo gestito da solo. Dall’85 ad oggi.

Quanti dipinti ha restaurato da quando ha iniziato oltre 60 anni fa?
Sicuramente più di 30mila. Ho avuto la possibilità di sistemare due Raffaello a Brescia, Caravaggio e Romanino, Savoldo e Tiziano, Tiepolo, Van Dyck e i Moretti più belli... Sono stato fortunato. E anche un po’ bravo.

Se dovesse citare un maestro?
Dico Giovanni Testori e Roberto Longhi. Mi hanno insegnato tutto. Le estati passate a Forte dei Marmi, in compagnia di uno studioso di Ceruti come Oreste Marini, sono state preziose per me.

È amico di Vittorio Sgarbi.
Da quando era ragazzotto. Ama Caravaggio quanto me. Quando tornerà a Brescia, andremo alla Pinacoteca: apprezza i lavori che ho fatto lì e ci rimetteremo insieme all’opera. Abbiamo anche il progetto di completare il restauro del più grande ciclo pittorico di Andrea Celesti nella chiesa di Toscolano; vorrei allestire una mostra e stampare un catalogo che affiderei a Sgarbi. Ci sono le ultime 10 lunette da sistemare, ma il parroco non ha risorse sufficienti: servono sponsor, ci vorrebbe un industriale disposto a finanziare sapendo di ricevere in cambio un eccezionale ritorno d’immagine.

La forza di un capolavoro restaurato. Dopo tanti anni: cos’è per lei restaurare?
Entrare dentro la mente dell’autore. Vedere quello che vedeva Moretto o Romanino, Savoldo, Foppa... Osservarli dipingere. Vedere con i loro occhi.

Gian Paolo Laffranchi

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