AMBRAMARIE

«Io, da X Factor
a Radiofreccia
in nome del rock»

AmbraMarie: cantautrice e conduttrice, lanciata dalla seconda edizione di X Factor e da Rock Tv, adesso volto e disc jockey di Radiofreccia. AmbraMarie ha studiato canto, pianoforte e danza classica. Con Raffaele D’Abrusco: insieme sono i John Qualcosa.
AmbraMarie: cantautrice e conduttrice, lanciata dalla seconda edizione di X Factor e da Rock Tv, adesso volto e disc jockey di Radiofreccia. AmbraMarie ha studiato canto, pianoforte e danza classica. Con Raffaele D’Abrusco: insieme sono i John Qualcosa.
AmbraMarie: cantautrice e conduttrice, lanciata dalla seconda edizione di X Factor e da Rock Tv, adesso volto e disc jockey di Radiofreccia. AmbraMarie ha studiato canto, pianoforte e danza classica. Con Raffaele D’Abrusco: insieme sono i John Qualcosa.
AmbraMarie: cantautrice e conduttrice, lanciata dalla seconda edizione di X Factor e da Rock Tv, adesso volto e disc jockey di Radiofreccia. AmbraMarie ha studiato canto, pianoforte e danza classica. Con Raffaele D’Abrusco: insieme sono i John Qualcosa.

Ma è un nome d’arte? Quante volte gliel’avranno chiesto. No, non lo è. È l’arte fin dal nome, semmai. AmbraMarie (Facchetti il cognome) è il rock declinato al femminile in Italia. Divulgatrice del genere senza steccati a Radiofreccia (sua la foto che compare alla prima ricerca dell’emittente su Google), talento sbocciato fin dalla prima esibizione a X Factor. Era il 2009. Da allora e di strada ne ha fatta, la cantautrice di Treviglio che da 2 anni ha scelto di abitare a Brescia. «Se ripenso agli inizi, la passione è immutata», spiega mentre porta a spasso Ombra, il cane che accudisce insieme al compagno Alessandro (Serioli, musicista come lei, componente della band Il Diluvio). «Ho sempre voluto fare quello che faccio».

Artista per vocazione. Fin da?
Da sempre! Ho cominciato da piccolissima a chiedere di fare quel che mi piaceva. A 4 anni frequentavo un corso di danza classica che ne avrebbe richiesti 6: insistetti, ottenni di rimanere da ospite di una lezione prova e alla fine l’insegnante disse a mia madre «La lasci pure, sua figlia è portata».

I suoi genitori l’hanno assecondata subito?
Sì. I miei ora sono in pensione, erano venditori ambulanti; nessun musicista in famiglia, ma c’era sempre tanta musica e mi sono sentita capita fin dal principio. Avevo da poco iniziato a parlare e già canticchiavo: mia mamma dice che è stato un regalo del nonno, che ho ereditato questa attitudine da lui. Lei è timida, non ama le telecamere e la riprova è stata quando si è ritrovata sotto i riflettori suo malgrado, per causa mia. I miei sono schivi. Ma mi hanno accompagnato nel mio percorso, senza interferire.

«Canzoni sotto l’albero» e «Bravo bravissimo» su Rete 4 sono state le prime esperienze. Aveva 11 anni e già diversi concorsi canori alle spalle. Com’è arrivata in televisione?
Ho sempre voluto cantare e l’ho fatto ovunque ve ne fosse la possibilità. Non ho memoria di chi o cosa mi abbia folgorato, so solo che a 4 anni salivo sulla sedia e cantavo. Prima di entrare nella fase della timidezza con l’adolescenza, da bambina ero esuberante, primeggiavo nelle recite scolastiche e avevo le idee chiare, avevo chiesto una cassetta dei Queen e mi esercitavo un sacco. Dai 9 anni ho studiato canto, ho preso lezioni anche di pianoforte ma ho poca pazienza se qualcosa non mi riesce immediatamente, quindi l’ho abbandonato per ricominciare da grande. Cantare invece mi è sempre venuto naturale.

Ha preso la maturità al liceo classico di Treviglio: è stato difficile portare avanti la musica e la scuola contemporaneamente?
Sono stati anni di rigore perché questo richiede il classico, ma m’impegnavo e sinceramente ero abbastanza brava. Ho sempre detestato fare brutta figura, farmi trovare impreparata non mi piace.

Lo si nota in radio: «Follow the white rabbit», «Vinylove», «Electric Ladyland»... Programmi e parole d’ordine che trasmettono preparazione pari all’entusiasmo.
Amo il rock fin dai tempi in cui ho ascoltato per la prima volta «Post orgasmic chill» degli Skunk Anansie, e di certo la visione di «I love Radio Rock» ha contato parecchio, ma anche la disciplina che ho fatto mia da ragazza tra libri e canzoni mi torna utile oggi.

Si rivede mai a X Factor?
Sì, e quando succede mi faccio tenerezza. Ero così giovane... Quanta incoscienza! Mi chiedono se non fossi tesa prima di salire sul palco e onestamente no, ad eccezione della prima sera no: mi buttavo e basta. Mi veniva naturale, quindi zero ansia. Fin dai provini poi avevo fatto amicizia con Jury Magliolo, c’era affinità. Jury non fu preso all’inizio, ma fu chiamato più avanti e alla fine è pure salito sul podio. Una grande amicizia che ha resistito nel tempo. In generale a X Factor ho creato legami che reggono con diversi concorrenti. Ci divertivamo di più dietro le quinte, io ero selvatica e non mi piaceva la spettacolarizzazione televisiva. Soprattutto non amavo parlare in pubblico.

Detto da chi fa radio e televisione da anni...
Adesso è diverso. Allora, per esempio, detestavo la mia cadenza. Mi riascoltavo e mi arrabbiavo con me stessa. Ma certe cose anche se non vengono spontanee si possono acquisire e sviluppare con l’impegno e la costanza. Sul palco, fin dai miei primi concerti, ero la frontgirl: dovevo comunicare. La radio ha fatto il resto.

A 17 anni ha formato la prima band insieme a Raffaele D’Abrusco, con cui ha anche dato vita al programma «Undici piccoli indiani» su Radio Croda.
Ci conosciamo da 17 anni, io e Raffaele. Stavamo sempre insieme e avevamo il sogno della radio. Con lui a Crema, grazie a Radio Croda, ho potuto esprimere la parte più divertente di me. Trasmettendo, ho iniziato ad ascoltare la mia voce in un altro modo. Era il 2012. In precedenza ero stata vj a «Occupy Deejay».

La sua prima conduzione era stata direttamente davanti a una platea molto vasta.
Non avevo ancora fatto palestra ma mi buttai nella mischia: sarebbe stato stupido dire di no. Lavoravo sodo per superare il mio blocco, mascheravo in ogni modo il mio tumulto interiore.

Ci riusciva bene. Poi è arrivata Rock Tv.
E sono diventata man mano più spigliata, intervistando artisti poi esplosi come Motta e Calcutta. Mi piaceva conoscere i musicisti, metterli a loro agio. Volevano una ragazza che sapesse parlare di musica con uno spirito rock. Poteva funzionare.

Era la persona giusta: non a caso tre anni e mezzo fa l’ha chiamata Radiofreccia.
L’inizio non è stato facile: un conto è fare due ore di trasmissione, con tutto il tempo che serve, un altro avere 37 secondi per parlare fra un pezzo e l’altro. A me piace spiegare con dovizia di dettagli, ho impiegato un anno e mezzo a capire come rendere i miei interventi sintetici e caratteristici. Mi sento compresa dal nostro capo, Daniele Suraci, e sono fiera che ci ascoltino tanti musicisti. Questo mi ha già consentito di trasmettere Nico e Joni Mitchell come i pezzi meno scontati dei Led Zeppelin.

Radiofreccia è fra le poche emittenti ad essere cresciuta negli ascolti nel secondo semestre del 2020, superando quota un milione e 300 mila ascoltatori.
Sono contenta: la direzione che seguiamo sta dando risultati. Il rock è vivo e anche le nuove generazioni se ne accorgeranno.

In parallelo all’attività da conduttrice, ha realizzato gli album «3 anni2 mesi7 giorni», «Bruciava tutto» e poi «Sopravvivere agli amanti» insieme a D’Abrusco nei John Qualcosa. In quale progetto si riconosce di più?
Mi sento rappresentata pienamente dai John Qualcosa. Qui ho potuto valorizzare la sintonia con Raffaele esprimendo anche la mia vena più acustica, la predilezione per autori quali Damien Rice e Glen Hansard. A 24 anni ho scoperto i Radiohead e ci sono rimasta sotto, così come ho amato e amo alla follia i Verdena e i Marta Sui Tubi. Nei John Qualcosa riesco a esprimere tutte le mie anime, dai Doors a Jimmy Fontana passando per i Kings of Convenience e Niccolò Fabi, realizzando anche video lo-fi da appassionata di fotografia quale sono. Il nostro è stato un disco necessario, autoprodotto con la collaborazione di Filippo Cornaglia. Siamo partiti dall’osso, chitarra e voce, creando una stratificazione molto suonata che mi piace un sacco. Nel lockdown ci eravamo arenati ma dopo poco siamo ripartiti, ancora più entusiasti per il secondo disco che verrà. Raffaele si è convinto della direzione che abbiamo preso, si è fidato e nell’album tutti gli strumenti sono suoi, ha imparato a suonare anche il violino.

Ha duettato con bei nomi del rock italiano in questi anni: chi ricorda più volentieri?
Omar Pedrini e Pino Scotto: grandi musicisti, persone meravigliose. Pino che mi disse subito «Prendi tutti i miei contatti con i locali, quando li chiami devi dire che ti raccomando io». Omar che ti trasmette la sua eccezionale sensibilità anche solo con un abbraccio. Se gli Afterhours di Agnelli mi avevano aperto un mondo, e intervistare Manuel a Rock Tv è stato una bellissima esperienza, i Timoria sono stati la mia scelta per il provino di X Factor: portavo «Sangue impazzito».

Com’è arrivata a Brescia?
All’inizio per Jury, che organizzava le serate Jam Express al Seconda Classe. Lì ho conosciuto Il Diluvio e Alessandro. Con Ale vivo a Brescia e mi trovo benissimo.

Il 2023 sarà il suo anno: Brescia e Bergamo capitali della cultura.
Sarà fantastico, sì. Io sono bergamasca ma mi sono innamorata da subito di Brescia. Nel 2015 suonai in piazza Arnaldo, ricordo che passò a trovarmi Omar, e da allora ho cominciato a conoscere la città esplorandola. In Italia non ci si rende abbastanza conto di quanto sia bella, credo che questo succeda perché se una città si fa una nomea diversa, e Brescia è sempre stata vista come una realtà industriale, poi è difficile far cambiare idea alla gente. Ma quando gli amici vengono a trovarci faccio da cicerone e rimangono colpiti. Brescia è incantevole.

Gian Paolo Laffranchi

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