«La mia vita tutta
pane e cavalli
diventerà un libro»

Una vita a cavallo o una vita in carrozza? Il dilemma è risolto in una soluzione di due parole. Marco, Zane. Ottantatré anni compiuti il 15 gennaio, lo spirito di un diciottenne («più o meno»). Un amore che fa rima con calesse. Quel richiamo all’aria aperta che si porta dentro della nascita, e che sta scrivendo su pagine che presto saranno un libro. Il racconto di una passione infinita. «Amo gli animali - dice Marco Zane -. Nato a Brescia perché lì c’era l’ospedale, cresciuto a Manerba del Garda, sono stato allevato a pane e cavalli. I cavalli di mio papà Giovan Battista».

Che lavoro faceva suo padre?

Era commerciante. Fino alla metà degli anni ’50 girava col cavallo attaccato a un calesse fra Verona e Brescia, lago di Garda e Mantovano.

Lei aveva dimestichezza con quei cavalli?

Prima di tutto c’è stato l’asinello che tirava la carrozzina con cui io e mio fratello andavamo all’asilo. Mio padre era anche allevatore di muli per il Governo. Mi stavano simpatici i muli, ma i cavalli mi sono entrati presto nel cuore.

Cosa rappresenta per lei il cavallo?

Tutto! È qualcosa che non si può spiegare facilmente. Chi lo prova può capirmi, e qualcuno che capiva c’era già quattromila anni prima di Cristo. Tutto è nato fra il Tigri e l’Eufrate... .

.. Ed è arrivato fino a lei, evidentemente.

In tutti questi anni non ho mai mancato una fiera a Verona. Là ci sono i grandi appassionati d’Europa. È il posto per me.

Il cavallo a cui è rimasto più legato?

Gigolette. Femmina di baio, balzane anteriori. L’adoravo. Ho dovuto abbatterla per pietà perché nel paddock si era rotta un tendine.

Come passa dai cavalli alle carrozze?

Nel 1970 la folgorazione: ho pensato che il cavallo bisognava pur vestirlo, attrezzarlo. Già mi cimentavo con attacchi occasionali e legni trovati in casa. Quando la crisi petrolifera ha fatto moltiplicare le domeniche a piedi, tanta gente ha riesumato vecchi calessi. Ho cominciato a comperarli.

Che mestiere pensava di fare?

Sono stato commerciante, rappresentante, ristoratore. A scuola non ero un drago. Volevo dedicarmi ai cavalli ma mio papà, che era del 1891 e aveva visto due guerre, mi disse: Con pane e cavalli non mangi. Sono andato in Africa per conto di una ditta bresciana: Libia, Congo, ho girato tutta la parte occidentale.

Le piaceva, l’Africa?

Non è bella: di più. E la gente, stupenda. Facevamo impianti per produzione avicola, portavamo i macchinari, tecnologia, formavamo personale per la gestione. Ho lavorato tanto in Algeria, l’ultimo contratto è stato lì: 100 capannoni. Abbiamo portato in Africa milioni di galline.

Le mancavano i cavalli?

Sì! Quando ho fatto un po’ di soldi laggiù, sono tornato e ho preso in mano i cavalli. La società per cui lavoravo si è chiusa, andava bene ma i soci non andavano d’accordo. Allora ho cominciato a commerciare carrozze con la partita Iva. L’ho fatto dall’86 al 2001.

Come si muoveva sul mercato?

Al principio mi regolavo in base alle mie preferenze, poi grazie al Gruppo Italiano Attacchi ho conosciuto persone competenti e cominciato a partecipare a gare anche internazionali. Come scoprire un altro mondo. Ho iniziato a collezionare libri sulla carrozze. Incontrare collezionisti francesi ma anche inglesi, svizzeri e tedeschi mi ha permesso di imparare a scegliere pezzi di pregio, e grandi famiglie di prìncipi romani, torinesi, fiorentini, milanesi mi hanno affidato a loro volta pezzi da restaurare.

Uno su tutti?

La carrozza che era stata di papa Leone XIII quando era arcivescovo di Roma.

Con gli attacchi si è tolto soddisfazioni?

Assolutamente. Sono stato giudice Fise e ai campionati internazionali scrivevo corrispondenze per le riviste specializzate. Collaboravo con «Attacchi», avevo una rubrica per descrivere sul piano tecnico e storico i vari legni. Sono stato designato «uomo dell’anno» Fise per le carrozze nel 2001. Ho esposto per 15 anni cavalli alla Fiera di Verona, collaborando nel frattempo con musei come quello di Piacenza.

Quando ha deciso di dedicarsi ai libri?

Invecchiando ho trovato le carrozze sempre più impegnative. Invece non mi costa fatica collezionare libri e cataloghi, giornali e stampe dal 1600 in poi. Ho realizzato un manualetto per le sfilate degli attacchi di tradizione. Prendevo appunti sui bigliettini e un bel giorno erano diventati una montagna. Ho raccolto tutto e ho fatto un abbecedario su finimenti e morsi. Volumi sulle carrozze, un dizionario con 515 vocaboli sugli attacchi in italiano, francese e inglese; 650 pagine con migliaia di disegni e 830 nomi di grandi costruttori. Ora progetto questo libro definitivo che racchiuda la mia lunga esperienza. Uscirà. Ho l’urgenza di farlo uscire.

Possiede ancora carrozze?

No. Una da bambini, in giardino, dei primi dell’800. La sto restaurando.

Come si definirebbe: artigiano o artista?

Appassionato. Un grande appassionato. Ho sempre amato i cavalli. Si dice che ci siano tre modi per andare in malora: le donne sono il più piacevole, il gioco il più stupido, i cavalli il più sicuro. Se i cavalli avessero amato il vino, sarei diventato un ubriacone.

In famiglia si sente compreso?

Posso dire di sì, fortunatamente. Ho una moglie eccezionale, Angi. Due figlie, Mariachiara veterinaria, Enrica laureata in scienze turistiche con un master alla Sorbona.

Chi ha la sua passione?

Mio nipote Alberto, veterinario, ama i cavalli. Ma non le carrozze.

Ha un debole, cavalli a parte?

Resisto a tutto tranne che alle tentazioni. A una fetta di salame non dico di no.

E la carne equina?

Sempre mangiata. Basta che non sia quella del mio cavallo.

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