NINO D'ANGELO

«Napoli-Brescia
con l'amico Diego...
Ricordi indelebili»

Nino D'Angelo, 63 anni, musicista, attore e regista. Ha pubblicato 41 album, partecipando a 6 edizioni del Festival di Sanremo
Nino D'Angelo, 63 anni, musicista, attore e regista. Ha pubblicato 41 album, partecipando a 6 edizioni del Festival di Sanremo
Nino D'Angelo, 63 anni, musicista, attore e regista. Ha pubblicato 41 album, partecipando a 6 edizioni del Festival di Sanremo
Nino D'Angelo, 63 anni, musicista, attore e regista. Ha pubblicato 41 album, partecipando a 6 edizioni del Festival di Sanremo

C'è un filo bianco e azzurro che resiste all'usura del tempo. «A Brescia ho cantato e vissuto grandi serate, il Brescia è nel mio film sul Napoli del grande Maradona, bresciano è Bianchi che l'allenava». Nino D'Angelo - il più partenopeo dei cantanti partenopei, colui che Pino Daniele chiamò a cantare «Napule è» in piazza del Plebiscito per il trentennale della sua carriera - sorride ripensando alla città che un tempo era gemellata nel tifo calcistico con la sua e che tutt'oggi rimane la casa di tanti suoi fan. Una terra che ha frequentato nel corso delle sue numerose tournée. Musicista, attore, regista-e-sceneggiatore: ne ripercorri la biografia e ti sembra racconti tre vite. Adesso è l'emblema della canzone napoletana, definitivamente incoronato in una serata indimenticabile il 24 giugno del 2017 per festeggiare il suo sessantesimo compleanno: il San Paolo gremito, l'omaggio di Maria Nazionale e Sal Da Vinci, Clementino e Raiz. Prima, negli anni '90 e primi 2000, aveva scoperto il musical, si era affermato come compositore di colonne sonore, si era preso il Festival di Sanremo come cantante e anche come conduttore (insieme a Piero Chiambretti alla guida del Dopofestival nel '98). Acclamato dalla critica per la svolta verso jazz e musica etnica, sdoganato e pluripremiato dopo una prima fase di carriera completamente diversa. Il primo Ninodangelo era il re dei musicarelli. Il suo successo era un'impresa vera perché non è nato a Roma o a Milano: è partito da San Pietro a Patierno, si è emancipato bruciando le tappe. Presto marito di Annamaria (si è sposato a 22 anni), padre di Toni (oggi regista) e di Vincenzo (redattore della Gazzetta dello Sport). Le sceneggiate come primo approccio al cinema, l'esordio al cinema a 24 anni con «Celebrità»: nomen omen visto che poi è arrivata la grande popolarità da «'Nu jeans e 'na maglietta» dell'82 a «Quel ragazzo della curva B» dell'87, pellicola che culmina nel primo scudetto della storia del Napoli. In realtà una sorta di fortunato e anti-scaramantico spoiler in anticipo sulla realtà, visto che il film uscì a campionato in corso e come gara-simbolo fu scelta la sedicesima giornata di campionato: 2-1 al San Paolo contro il Brescia .Era il 18 gennaio 1987. Vantaggio di Ciro Ferrara, pareggio di Branco, rete decisiva su calcio di rigore di Bruno Giordano. Il Napoli del bresciano Ottavio Bianchi in panchina e naturalmente di Diego Armando Maradona in campo .«Un altro calcio, era. Pieno di poesia. Poi è diventato un fenomeno più potente - riflette D'Angelo -... Ma meno poetico. Un'altra cosa. Oggi il calcio è l'unica cosa che non si ferma in Italia neanche quando le città sono zona rossa o arancione per il Covid: tamponi o non tamponi chi può gioca e si va avanti, sennò chissà cosa succede... Avanti anche senza tifosi. Incredibile. Il mio calcio era vedere la partita sulle spalle del nonno. Il Napoli di Sivori, di Altafini. E anche del vostro Egidio Salvi, bandiera del Brescia che nella sua stagione napoletana ha fatto il suo comportandosi bene. Poi, certo, il calcio per me è la squadra che mi ha regalato la gioia del tricolore. È la città per cui ho scritto "Napoli". Un inno».

Che ricordo ha di quel Napoli-Brescia nell'anno dello scudetto? All'andata Maradona aveva fatto gol ed era stato preso in consegna da Bonometti, al ritorno in sua assenza se ne prese cura Chiodini...
Ricordo la grandezza di Diego, di un Napoli mai visto e irripetibile, e la dignità di un Brescia che ce la mise tutta. Tutto l'impegno possibile. Vinse il Napoli, certo; vinse Maradona. Eh, ma chi poteva fermarlo? Solo il destino, adesso.

Undici giorni dalla morte del Diez. Ha perso un amico?
Assolutamente. E non parlo soltanto da tifoso, anche se da quel punto di vista mi ha dato tutto quello che avrei potuto sognare. Era il Napoli di Ottavio Bianchi: un signore con la S da scrivere a caratteri cubitali, la prego lo scriva, di una gentilezza squisita. Una volta sono stato intervistato con lui e Massimo Mauro, da Lamberto Sposini: fu piacevolissimo. Bianchi a Napoli è stato ottimo giocatore e poi allenatore del Napoli della Magica: Maradona-Giordano-Carnevale, quindi Maradona-Giordano-Careca, sempre e comunque uno spettacolo. Il più bel regalo che mi ha fatto il calcio. Il momento più bello della mia vita di uomo, artista e tifoso.

Le tre cose più belle della sua vita?
I figli, il successo nel periodo del caschetto e il Napoli dello scudetto: le emozioni più grandi che potessi provare.

Ha frequentato tanto Maradona, eravate rimasti in contatto anche negli ultimi anni: cosa le ha lasciato?
Un segno incancellabile. Ho conosciuto il miglior giocatore di tutti i tempi. Giocherellone, generosissimo. Amava tanto lo spaghetto aglio e olio, quando andavamo a cena a casa di Bruscolotti ogni volta mangiavamo quello.

Tre simboli della Napoli anni '80: il capitano, il dieci e il cantante.
Io stavo sempre là, con loro. La moglie di Bruscolotti cucinava e già sapeva cosa, Diego passava volentieri del tempo con lui e anche con gli altri suoi compagni.

I compagni ne parlano bene, gli avversari pure. Fuori dal campo non è stato altrettanto irreprensibile. Quanti Maradona c'erano?
Ce n'erano due. Quello che ho conosciuto io, fortunatamente, è quello che stava bene. Aperto, socievole, meravigliosa persona. Allora non era ancora entrato nella fase brutta della sua vita, che non mi permetto di giudicare. Io non mi sento all'altezza di farlo, non giudico nessuno. Diego ha fatto tanto male a se stesso ma tutti sbagliamo, tutti paghiamo. Mi mancherà, la sua morte è un dolore grande. Sentirlo era sempre un piacere. Per esperienza diretta, e l'ho frequentato tanto, posso soltanto descriverlo come un ragazzo fantastico, bravissimo, con dei valori. Gli piaceva ballare, cantare, mangiare. Soprattutto giocare a pallone. Nessuno come lui: era nato per farlo.

Campioni, musicisti si nasce?
In buona parte sì. Il lavoro conta ma è meglio se lo applichi a qualcosa che hai già dentro di te. Nel caso di Diego era il pallone. Penso per esempio a Francesco Renga, splendida voce bresciana: pure un bravo ragazzo, come ho avuto modo di scoprire al Festival di Sanremo. Penso ad Alfredo Golino, batterista di eccezionale talento che vive a Brescia e che ha fatto il tour con me e Gigi D'Alessio. Io ho fatto musica anche con il padre di Alfredo, Antonio, grande artista anche lui. Alfredo è nato con la musica dentro. Non poteva fare altro, è un top player come i campioni sportivi. Gente che nasce con qualcosa di più. Poi si tratta di affinare, ma ce l'hai o non ce l'hai. Maradona era e rimarrà il top player per eccellenza.
 

Nino D'Angelo invece è nato artista, cantante e non solo. Un profeta in patria, se si pensa che il 21 giugno nel giorno del suo quarantesimo compleanno ha tenuto un concerto a Scampia per più di centomila fan. Ma la sua fama è ben estesa, visti i riscontri della sua autobiografia «L'ignorante intelligente».
Adesso ne pubblico un altro, di libro. S'intitolerà «Il poeta che non sa parlare». Spero di farlo uscire presto, lo sto finendo, ho dovuto riprenderlo in mano perché durante il periodo del primo lockdown non avevo tanta voglia di scrivere. Racconterò tutti i miei cambiamenti, il caschetto che mi ha dato la popolarità con i miei film......

Citati anche nel libro di Ambra Angiolini, «InFame».
Mi fa piacere essere citata da lei: come me ha avuto il coraggio di raccontarsi, ha saputo cambiare. Da «Non è la Rai» all'attrice bravissima che è diventata il passo non dev'essere stato breve: Ambra ha saputo compierlo, come io ho saputo ricominciare daccapo dopo un successo enorme. Mi sono ricostruito, ho fatto quello che mi andava di fare e lo faccio tuttora. Negli anni '80 ho cantato l'amore da ragazzino qual ero. Oggi canto i problemi dei nonni, perché sono nonno! Ne sono felice.

E se sente nominare Brescia, a cosa pensa?
Alla pizzeria del centro storico in cui mi hanno accolto con tanto affetto dopo uno dei miei spettacoli a teatro, tanti anni fa. Napoletani e non solo napoletani. A Brescia mi sono sentito ben voluto. Una gioia, un orgoglio.

Gian Paolo Laffranchi

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