«Tennis, moda, tv, cinema? Io sono nata per scrivere»

Francesca Lancini: dallo sport alla moda, dallo schermo (piccolo e grande) alla letteratura. Ha pubblicato 2  libri e ne ha già scritto un terzoNata a Brescia l’8 luglio 1983, Francesca Lancini è palazzolesePer 12 anni Francesca è stata una grande promessa del tennis
Francesca Lancini: dallo sport alla moda, dallo schermo (piccolo e grande) alla letteratura. Ha pubblicato 2 libri e ne ha già scritto un terzoNata a Brescia l’8 luglio 1983, Francesca Lancini è palazzolesePer 12 anni Francesca è stata una grande promessa del tennis
Francesca Lancini: dallo sport alla moda, dallo schermo (piccolo e grande) alla letteratura. Ha pubblicato 2  libri e ne ha già scritto un terzoNata a Brescia l’8 luglio 1983, Francesca Lancini è palazzolesePer 12 anni Francesca è stata una grande promessa del tennis
Francesca Lancini: dallo sport alla moda, dallo schermo (piccolo e grande) alla letteratura. Ha pubblicato 2 libri e ne ha già scritto un terzoNata a Brescia l’8 luglio 1983, Francesca Lancini è palazzolesePer 12 anni Francesca è stata una grande promessa del tennis

Frank Zappa aveva ragione. Non c’è progresso senza deviazione dalla norma. Non c’è percorso che assomigli a quello compiuto da Francesca Lancini. Tennista, modella, conduttrice, docente, giornalista, scrittrice, sceneggiatrice: tanta strada senza vicoli ciechi, lontano dalle regole carrieristiche, seguendo ciò che freme dentro. In fondo tutto sta ad ascoltarsi. Sentire il richiamo delle radici, per esempio.

La sua vita ormai è a Roma, ma gli affetti la reclamano a Palazzolo. È tornata per trascorrere qui le feste?

Non potevo mancare, dovevo essere a casa già per Santa Lucia. Quando mio figlio ha sentito scampanellare ho ricordato i miei anni da bimba, la lunga attesa della serata che anticipava l’arrivo di una figura mitologica in cui ancora credo. Elia ha 2 anni e già respira l’atmosfera.

Cosa significa per chi ha girato tanto, da tennista e poi da modella, tornare a casa?

Qui ci sono la mia famiglia e le mie amicizie, poche: ho cambiato tanti settori, non ho fatto il liceo come gli altri perché ero sempre via per il tennis, ho amici tennistici sparsi per l’Italia ma sono profondamente legata ai miei, a mia sorella Alessandra che si è laureata in psicologia clinica e sta per affrontare l’esame di Stato.

Come ha completato il suo percorso di studi parallelamente alle partite prima e alle sfilate poi?

Ho studiato a San Pancrazio dalle elementari alle medie. Poi ho fatto le superiori studiando di sera e mi sono laureata in scienze della comunicazione fra un jet-lag e l’altro.

Intervenendo online a «Un Filò tra Oblomov e Quantum», rassegna di appuntamenti culturali organizzata dalla Biblioteca di Gardone Valtrompia, ha affrontato anche l’argomento della sua esperienza nel mondo del tennis, che l’ha vista entrare nella classifica Wta.

A 7 anni già giocavo, all’oratorio. Sono sempre stata abbastanza solitaria, indipendente se vogliamo girarla in positivo. Dedicarmi a uno sport individuale è stato un errore, forse sarei diversa adesso se avessi scelto la pallavolo. Ho maledetto il tennis, sport competitivo e annichilente. Ma quando sei bambina, i maestri dicono «Se la cava bene, facciamola continuare» e i genitori ti guardano sorridenti, pieni di gioia, cosa fai? Da piccola vuoi farti voler bene, farti notare. «Sono brava, lo dimostrerò», mi son detta. È stato un girone infernale lungo 12 anni. Allenatori, sponsor, una prigione che non faceva per me.

Faccio l’avvocato del diavolo: la disciplina da agonista l’ha resa più pronta ad affrontare la vita e i suoi urti.

Dopo anni di terapia posso dire di no. Mi ha permesso di affrontare qualunque situazione con concretezza e lucidità, ma mi ha tolto il sentire: dovevo essere gelida per tenere a bada l’emotività. Dovevo fare il mio lavoro. Poi certo, ho attraverso i mondi della moda, del giornalismo, della televisione senza ansia: avevo già vissuto, visto altro. Adesso provo un’agitazione normale, sana anche prima di un collegamento su Facebook. Non ero abituata, dopo essermi scongelata sto recuperando tutto.

Ha appena finito di scrivere il suo libro sul tennis, «Lontano dal mondo, al centro delle cose».

Spero di pubblicarlo nel 2021. Il libro più bello sul tennis già esiste ed è «Open», la storia di André Agassi scritta dal premio Pulitzer J. R. Moehringer. Io racconterò la dimensione delle relazioni, le sfumature delle dipendenze emotive che si creano. Ci innamoriamo di persone che avvertiamo necessarie. Il protagonista si chiama Giulio, incontra quello che crede essere il suo grande amore, ripercorre tutto ciò che di sbagliato si presenta nella vita quando non sei consapevole di quello che stai facendo. Non riesce a cambiare di prospettiva, ha bisogno di quell’incastro per non sentire dolore.

Gioca ancora?

Quando ero modella e studiavo non avevo più tempo e mi sono disintossicata, a Milano non è come in paese dove hai il campo a 100 metri. Cinque anni fa mi sono trasferita a Roma e mi pareva Desenzano, abitando vicino a Monte Mario era tutto verde, le strade alberate, c’era sempre il sole... Mi è tornata la voglia di giocare su un campo rosso circondato da pini marittimi con Andrea, un grande appassionato: in un ambiente paradisiaco ho ritrovato i gesti, le sensazioni di quello che di per sé sarebbe uno sport magnifico per eleganza, bellezza. Del resto ho sempre seguito le partite degli Internazionali al Foro Italico, ho scritto per Tennis Italiano, ho tanti amici allenatori.

Giocatore preferito?

Ero pazza di Boris Becker e di Steffi Graf. Per me il tennis si è fermato un po’ lì. Le divinità influencer, attente più ai follower che alla precisione del dritto, non mi affascinano. Il lato glamour stile Sharapova non fa per me.

Com’è diventata modella allora?

È stato un caso. Ha insistito il mio parrucchiere: «Ti faccio due foto e le mando all’agenzia di Riccardo Gai, se ti prendono lì bene, altrimenti non te lo dico più». Le ha mandate, mi hanno preso.

Eleganza, bellezza.

Non è il mio ambiente, ma che sollievo lavorare pochissimo guadagnando bene. Ero spensierata: «Oggi mi alzo e non devo correre!». Giravo con il mio book di foto, camminavo per Milano, di diventare la nuova Schiffer m’importava niente: il paradiso. Ho iniziato nel 2002, ho continuato anche quando già scrivevo perché mi chiamavano ancora per cataloghi e spot. Fare la modella mi ha dato l’indipendenza economica che cercavo dopo essermi sentita un peso a lungo per Margherita e Alvino, i miei genitori: il tennis è costosissimo.

Poi è stata attrice, in televisione e anche al cinema fra le stelle di «Ocean’s twelve», da George Clooney a Brad Pitt.

I registi si appoggiano a modelle che possono essere attrici; mi proponevano casting su casting. Il corso di recitazione ha avviato la mia fase di scongelamento, aiutandomi a verificare che avevo dei sentimenti. Dura, maneggiare le emozioni. Mi è servito, ma a recitare facevo fatica, mi sentivo un robot. Non era la mia strada.

La sua strada era scrivere.

Assolutamente. Ho scritto «Senza tacchi», il mio romanzo di formazione, a vent’anni, quando ero modella e vivevo a Miami. Camilla Baresani l’ha letto, grazie a lei è arrivato a Elisabetta Sgarbi: una fortuna, l’ho pubblicato nel 2011 per Bompiani e sono andata a presentarlo a Rai5. Ero già stata al fianco di Giorgio Panariello nel 2006 al Festival di Sanremo, ma l’altra fortuna è stata incontrare cinque anni dopo Paolo Giaccio, un uomo illuminato, che mi ha proposto di occuparmi di cultura su Rai5. Senza condizionamenti, autrice di me stessa, in giro con un operatore per musei fra curatori e artisti. Meraviglioso. Per un anno mi sono occupata solo di giovani che inventavano qualcosa, di start-up. Un periodo perfetto. Poi Rai5 è cambiata totalmente.

Rai1, SkySport, La7: «Bianco e nero - cronache italiane» nel 2017.

Tre ore e 40 minuti di diretta possono essere devastanti, ma Luca Telese è un mostro sacro. Mai lavorato con nessuno più preparato.

Alla fine, se deve scegliere cosa fare, scrive. Docente di scrittura creativa alla Naba di Milano, ha collaborato con «Sette» e «Amica», nel 2014 ha pubblicato «Armi di famiglia» e un nuovo libro in arrivo.

Questo succede perché ho sempre avuto il talento della lettura, figlia di genitori amanti dei libri anche se il lavoro di mia madre era la tabaccheria e mio padre s’impegnava in ambito commerciale, nella tecnologia. In casa non si accendeva la tv. Non ho mai imparato le tabelline ma ho sempre amato i libri, li infilavo nella borsa del tennis fra le racchette. Ho letto dai classici alla poesia, di tutto tranne gli horror.

Ha anche sempre scritto?

Tenevo un diarietto, sì. Lettere, fogli sparsi, mille agendine. Un giorno ho mandato un racconto ad un amico giornalista, chiedendo «Cosa ne pensi, ha un senso?». Mi ha risposto «È il capitolo di un libro, scrivilo». È diventato «Senza tacchi».

A Milano ha iniziato a lavorare anche da sceneggiatrice.

E mi sono innamorata di un produttore, Lorenzo Gangarossa, che è diventato mio marito. Grazie a lui ho capito che potevo andare anche in un’altra direzione: sceneggiare un film è un lavoro di squadra, qualcosa di meno solitario di scrivere un romanzo. Già usciti i documentari su Palma Bucarelli e su Chiara Ferragni, sto scrivendo un progetto sul ruolo della donna e un documentario su Giovanni Falcone.

Due sceneggiature e il libro.

I progetti ci sono, ma la priorità è Elia. A mio figlio dedicherò tutto l’impegno, tutta la cura possibile.

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