FESTIVAL DEL FUTURO

Rana: «Crisi, l'Italia ora è migliore e lo sarà di più grazie ai giovani»

di Francesca Lorandi
L'intervista. L'ad del Pastificio Rana e presidente del Gruppo editoriale Athesis sui temi della 5a edizione del FdF, «ormai un patrimoni o culturale di un territorio che coinvolge Verona, Vicenza, Brescia e ora anche Mantova»
Gian Luca Rana Tra i promotori del FdF, interverrà sabato mattina al panel «L'industria motore dello sviluppo sociale del territorio»
Gian Luca Rana Tra i promotori del FdF, interverrà sabato mattina al panel «L'industria motore dello sviluppo sociale del territorio»
Gian Luca Rana Tra i promotori del FdF, interverrà sabato mattina al panel «L'industria motore dello sviluppo sociale del territorio»
Gian Luca Rana Tra i promotori del FdF, interverrà sabato mattina al panel «L'industria motore dello sviluppo sociale del territorio»

Il Festival del Futuro può servire a trasferire ai territori lo sguardo analitico ed ottimistico, tipico degli imprenditori, ad un pubblico più ampio». Sono le parole di Gian Luca Rana, amministratore delegato del Pastificio Rana, presidente del Gruppo editoriale Athesis e promotore dell'evento (con Harvard Business Review Italia e Eccellenze d'Impresa), che da oggi a sabato torna con la quinta edizione.

 “Tra globalizzazione e frammentazione” è il tema scelto per questa edizione del Festival del Futuro. Da anni, almeno dal 2020, parliamo del contesto d’incertezza nel quale si devono muovere gli imprenditori: che periodo è, l’attuale?Il Festival del Futuro è arrivato alla sua quinta edizione: è ormai un patrimonio culturale di un territorio ampio che coinvolge Verona, Vicenza, Brescia e da quest’anno anche Mantova. È l’osservatorio attraverso il quale abbiamo il termometro dei grandi temi mondiali che spaziano dalla geopolitica all’energia, dalla tecnologia alla formazione, dalla ricerca medica all’alimentare. Il nostro sistema industriale si è abituato a gestire le proprie aziende nonostante il succedersi di varie tipologie di crisi planetarie, dall’emergenza Covid all’aumento dei prezzi delle materie prime, dalla guerra Ucraina a quella in Medioriente. La flessibilità e la capacità adattativa sono da sempre il vantaggio competitivo delle aziende italiane rispetto ai propri concorrenti sulla scena mondiale, e mai come in questo momento sono state caratteristiche indispensabili vitali. È, a mio avviso, importante che tutte le componenti sociali capiscano che le tempeste sono fatte per insegnarci a superarle, per renderci più aperti, solidi, disponibili al cambiamento. Il Festival del Futuro può servire proprio a questo, a trasferire ai territori lo sguardo analitico ed ottimistico, tipico degli imprenditori, ad un pubblico più ampio, con l’obbiettivo di condividere che tecnologia e futuro sono fonte di opportunità per una vita migliore.

Questi ultimi anni cosa ci hanno insegnato? Quali nuovi strumenti ci hanno consegnato, per poter far fronte a questa ennesima sfida? L’Italia che si affaccia al 2024 è molto diversa da quella in cui abbiamo iniziato gli studi del Festival. Guardando in retrospettiva, credo si percepisca chiaramente che oggi siamo un paese che ha preso coscienza della propria forza. Le crisi che si sono succedute ci hanno visto superare il Covid, ripartire dopo i lock down, continuare a produrre ed esportare quando tutti si fermavano, facendoci riscoprire la nostra capacità di resilienza, di adattamento. Questa è la nostra Italia.

Durante il Festival si è deciso di dedicare più momenti alle nuove generazioni, dal focus sulle competenze per il futuro alle paure e incertezze dei giovani. Lei, su di loro, ha puntato da tempo. Come crede che andrebbero guidati, indirizzati, supportati? Vivo tra i giovani, circondato dai giovani in azienda, padre di due giovani figli. Per questo io ho una grandissima fiducia in loro. Sono convinto che essi siano, sotto molti aspetti, più talentuosi delle generazioni che li hanno preceduti. Ma al tempo stesso sento che sia necessario dare loro esempi cui riferirsi quando, investiti da ondate di cattive notizie, possono essere intimoriti dal futuro. È l’ansia la vera nemica di questa generazione iperinformata, per certi versi fragile proprio per il bombardamento di notizie cui i giovani sono i più esposti. È la speranza invece che deve far da guida, forte, chiara, luminosa. Quando essa si unisce alla pratica, al fare, al mettersi in gioco personalmente, si crea una forza unica e costruttiva. Per me questo è l’antidoto al senso di smarrimento che può colpire le nuove generazioni. Per questo noi collaboriamo da tempo con università ed istituti tecnici, perché crediamo che la conoscenza, la formazione, la creazione di nuove professionalità, ogni forma di tirocinio ed esperienza diretta, siano elementi fondamentali per alimentare la crescita dei giovani e della nostra società.

E le tecnologie, che valore aggiunto possono dare oggi all’Italia, in un contesto mondiale? L’industria italiana è cresciuta nel tempo ed è ormai largamente basata sulle nuove tecnologie. Rana, con le sue decine di brevetti, ne è un esempio. La nostra è un’azienda di tecnologie proprietarie applicate al servizio del gusto e delle esigenze dei consumatori nel mondo. Senza questo nostro know-how tecnologico, unito alle nostre profonde conoscenze in ambito gastronomico, non saremmo riusciti ad essere presenti con successo sulle tavole di 67 paesi nel mondo. Ma il nostro non è un caso isolato. L'Italia conta migliaia di aziende leader nei più svariati settori, compresi quelli ad elevata tecnologia. È importante che questa dimensione competitiva del nostro sistema industriale venga raccontata, sia in Italia che all’estero, in modo completo.

Presidente, lei con la sua azienda ha conquistato il mondo, con numeri in costante crescita negli Usa dove Pastificio Rana conta due stabilimenti. Eppure, le radici restano fortissime: lei è stato tra i principali promotori della raccolta fondi per la Fondazione Arena attraverso il progetto 67 Colonne. Quanto conta l’arte e la cultura per chi fa impresa? Arte e cultura sono molto preziose perché coinvolgono, ispirano e nutrono l’animo umano. Ma esse è anche capace di creare sviluppo sociale ed economico. È quindi importante che l’impresa dia il proprio contributo affinché tutte le arti siano sempre più fruibili per l’intera collettività, comprese le generazioni più giovani. Il progetto delle 67 Colonne, di cui sono fondatore insieme a Sandro Veronesi, è un esempio di come le aziende siano riuscite a fare sistema, unite dallo scopo comune di preservare e promuovere il patrimonio artistico dell’opera lirica. L’indotto - diretto e indiretto - di questa attività artistica è di 400 milioni di euro ed ha impatto positivo su tutto il territorio veronese. Un altro progetto a cui tengo molto è quello realizzato con la Casa Museo Palazzo Maffei, uno splendido luogo d’arte nato dalla passione del collezionista e imprenditore veronese Luigi Carlon. La collaborazione del Pastificio Rana con la Casa Museo è nata proprio con lo scopo di dare la possibilità agli studenti di ogni ordine e grado di poter visitare gratuitamente questi meravigliosi spazi nel cuore di Verona, ammirare la collezione della Famiglia Carlon, partecipare a workshop dedicati, godendo così della bellezza e del profondo valore creativo, formativo dell'espressione artistica. Un'iniziativa che ha avuto uno straordinario successo di affluenza aprendo le porte a migliaia di giovani. Un segnale che indica quanto l'amore e il bisogno dell'arte siano più che mai vivi nel cuore dei ragazzi.

Le faccio un'ultima domanda, su un tema sul quale, al Festival, interverrà anche lei, insieme a Vanessa Carlon, Giuseppe Pasini di Feralpi Group e Veronica Marzotto della Fondazione Marzotto: oggi l'industria come può essere motore sociale del territorio? La cooperazione e la capacità di fare sistema delle imprese sono leve fondamentali per lo sviluppo sociale del territorio. Mettere infatti a fattore comune le singole esperienze aumenta la conoscenza, genera nuovi stimoli e produce valore sociale, elementi essenziali per contribuire a costruire un futuro migliore per la società. Ed è questo il concetto che sta alla base della tavola rotonda che conclude la quinta edizione del Festival del Futuro, perché il futuro esiste solo se è di tutti e se tutti contribuiscono ad esso, ognuno col proprio talento.