INTERVISTA

Alle B. Goode:

«Da qui agli Usa nel nome del rock and roll»
Alle B. Goode, al secolo Alessandro Favero: rocker da sempre, è nato a Brescia il 12 dicembre 1989FOTO LUCIA PIANTA
Alle B. Goode, al secolo Alessandro Favero: rocker da sempre, è nato a Brescia il 12 dicembre 1989FOTO LUCIA PIANTA

Non tutte le «bio» sono inutili. Proprio no. Si prenda quella di Alessandro Favero, alias Alle B. Goode. Già il nome d'arte dice parecchio, ma se non fosse sufficientemente chiaro basterebbe una frase: «I've always played rock&roll». Ho sempre suonato rock and roll. Hashtag #impennailmanico. Manifesto d'intenti, stile di vita, biglietto da visita.Trentuno anni, nato e cresciuto in città, chitarrista e cantante, mr. Alle è un pilastro della scena bresciana dal curriculum inattaccabile per fragorosa coerenza: honky-tonk, country, rhythm&blues, jazz, decisamente roots. Il suo mondo. Un americano a Brixia, tanto da essere volato già 4 volte negli Stati Uniti per abbeverarsi alla fonte «là dove è cominciata la storia». Dove ha potuto prendere appunti da Tjarko Jeen e Mark Thornton. Dove ha tratto spunti per le sue band, gli Slick Steve & The Gangsters con cui si è esibito una settimana fa al Teatro Grande nell'inedito festival «Brescia Sound» e i Bonebreakers con cui venerdì suonerà in Latteria Molloy per «Party Time»: c'è da presentare live il secondo disco, pubblicato in piena pandemia. A giugno uscirà il video di «Keep the beat», si prospettano un po' di date estive dopo tanta chiusura: «Finalmente».

Da quanto aspetta tutto questo?
Dalla caduta del Muro, più o meno: sono nato il 12 dicembre dell'89.

A che età ha visto «Ritorno al futuro»?
Presto, ma in realtà Chuck Berry mi ha folgorato a prescindere dalla famosa versione di «Johnny B. Goode» presente nel film. Tutti mi hanno sempre chiamato Alle, è stata la prima parola che ha detto mio fratello da piccolo. Quando è nato MySpace, il primo social che per me resta il migliore perché era di contenuti, era per la musica, ho deciso che dovevo essere B. Goode.

Cos'altro poteva essere? Lei è fedele alla linea del rock and roll più puro da sempre.
Molti miei coetanei arrivavano dal metal, dal punk. Io invece a casa ascoltavo i Creedence Clearwater Revival. Mia mamma è una springsteeniana doc. La riunione della E-Street Band è stata la folgorazione, al primo concerto del Boss avevo 9 anni. Ne sono seguiti tanti altri. Da Bruce Springsteen sono risalito alla radici della musica che amo, ma non ho cambiato strada.

Sempre e solo chitarra?
Certo.

Perché?
Come dice il Boss... guardala: «Ti attira come una donna». Non puoi resisterle. La prima chitarra mi è stata regalata agli esami delle elementari. Ho iniziato a suonarla sul serio alle medie. Primo maestro, Isaia Mori alla scuola di musica della parrocchia di Cristo Re.

Prima canzone?
La ricordo come fosse oggi: «Bad to the bone» di George Thorogood. Qui sì grazie al film: Terminator 2. La perfezione.

Rock and roll anche nel look da James Dean. Sempre così?
No: alle superiori avevo i capelli lunghi, ma gli stivali da cowboy. Che a Mompiano non andavano tanto di moda. Mi prendevano in giro ma non mi importava. Provai a entrare nella classe di chitarra: ultimo classificato.

Si è rifatto dopo. La prima band al liceo?
Sì, al Calini. Nel tempo libero giocavo a rugby, nel Fiumicello, mediano di mischia dal piede un po' a banana, e soprattutto suonavo. Nel primo gruppo, The Gingerbread Man, c'era il batterista con cui suono ancora nei Bonebreakers, Mattia «Cat er Pillar» Bertolassi. Facevamo «Summertime blues» di Eddie Cochran.

Tu vuò fa' l'americano fin dal principio.
È sempre stata una questione musicale, per me. Un'attrazione che in Italia mi ha fatto avvicinare solo ad Adriano Celentano e soprattutto a Edoardo Bennato, che stimo tanto. Il posto più figo dell'universo per me è New Orleans. Sono stato anche a Nashville, ad Austin nel Texas. E Austin non è affatto conservatrice come ci si aspetta, anzi è progressista nelle sue pieghe più rock and roll, con tutti i sottogeneri che lì vanno davvero forte per un pubblico di tutte le età.

I suoi riferimenti bresciani?
Fondamentale Renato Castellini, alias Chuck Ford. Passavo le estati al lago di Garda nella casa di famiglia, l'ho visto suonare e quando ho compiuto diciott'anni abbiamo fatto gruppo. Con lui, con Luca Gallina da cui prendevo lezioni e con Beppe Facchetti, che poi ho ritrovato nei Gangsters e che con i Superdownhome sta facendo grandi cose anche all'estero. Nella nostra provincia una scena musicale esiste, anzi più di una: a Lonato e sul Garda ci sono gli psichedelici, Beppe Mondini e Titti Castrini, verso Ovest sono andati di più i tributi. Per restare nel mio ambito rock blues, i punti di riferimento non sono certo mancati: penso a una figura come Giancarlo Trenti, a chitarristi come Cek Franceschetti. Mi ha influenzato la Blues Machine, poderosa.

Prima del lockdown girava l'Italia già da 10 anni.
Con Chuck, Frederick e Francesca Alinovi abbiamo fatto festa in tour in Sicilia, con i Gangsters siamo arrivati a suonare al Teatro Grande di Brescia dopo aver collezionato oltre 600 date fra Germania, Svizzera, Spagna e Russia.

Due album con Slick Steve: come vi siete formati?
Con Michele Zuccarelli Gennasi e Pietro Ettore Gozzini si suonava già rock, poi abbiamo pensato di unire il swing e la magìa con Stephen Hogan. Una data ne ha portate molte altre, dal Carmine alle feste universitarie al Summer Jamboree di Senigallia.

Ha funzionato subito. E oltre ai Gangsters, che hanno raggiunto traguardi notevoli, ci sono i Bonebreakers, nati come un progetto suo.
Incarnano la mia storia musicale. Non vedo l'ora di suonare venerdì in Latteria con «Cat er Pillar» e Andy J. Braga, e con noi ci saranno anche Carlo Poddighe, polistrumentista e co-produttore dell'album, e Antoine «Sexy Sax» Saldi al sassofono tenore. Ho pronto anche uno spin-off, Alle B. Goode Turboacoustic in una dimensione più busker. Ho registrato due pezzi con Brown Barcella, quando usciremo in questa versione ci sarà anche Jack Ferrari al contrabbasso.

Ha suonato con Elizabeth Lee e The Cozmic Mojo e con una leggenda di Austin come Dale Watson, insieme ai Bonebreakers ha diviso il palco con Todd Day Wait e avete creato il progetto The Dukes of Brescia. Tanti concerti, una vita con la chitarra. Poteva non fare il musicista?
No. Lavoro con la cooperativa La Rete, insegno italiano agli immigrati, ma ho sempre cercato part time per avere il tempo di andare in giro a suonare. È la mia vita.

Se lei fosse una canzone?
Sarei «Born to run».

E se si dovesse reincarnare?
Sarei nato in New Jersey nel 1949.

Boss anche come chitarrista preferito?
Con la seicorde il primo nome che dico è Chuck Berry. La forza della semplicità.

Il suo film?
«C'era una volta il West» di Sergio Leone.

Il libro?
«Furore» di John Steinbeck. E «Una banda di idioti» di John Kennedy Toole.

Lo sport?
Il rugby, chiaro. Ma quello neozelandese: è atletico e ci sono meno testate. Più gioco uguale più divertimento: preferisco.

Gian Paolo Laffranchi