MUSICA

Andrea Ponzoni, dai PJsix per il Blasco ai Cinemavolta ai Marlene Kuntz

di Gian Paolo Laffranchi
Intervista al musicista bresciano che oggi è il manager del gruppo di Cristiano Godano
Musicista e manager, Andrea Ponzoni è al lavoro coi Marlene Kuntz: qui con Cristiano Godano MICHELE PIAZZA
Musicista e manager, Andrea Ponzoni è al lavoro coi Marlene Kuntz: qui con Cristiano Godano MICHELE PIAZZA
Musicista e manager, Andrea Ponzoni è al lavoro coi Marlene Kuntz: qui con Cristiano Godano MICHELE PIAZZA
Musicista e manager, Andrea Ponzoni è al lavoro coi Marlene Kuntz: qui con Cristiano Godano MICHELE PIAZZA

Ha fatto la rivoluzione. Di più: l’ha respirata e assorbita, si è preso la musica che gira intorno sulle spalle e ha contribuito a portarla dov’è ora. Di sicuro altrove, rispetto a una ventina d’anni fa. Sperimentatore silenzioso, creativo coraggioso, pioniere puro. Andrea Ponzoni è un artista che sa essere artigiano. Un autore, suonatore e produttore che ha saputo reinventarsi anche editore e agente. Da ragazzo apriva i concerti di Vasco Rossi, oggi è manager dei Marlene Kuntz.

Nel mezzo, è successo di tutto.
È cambiato il nostro mondo, ma il bello è proprio questo. Partecipare attivamente al processo in atto, cercando di determinarne un po’ la direzione». Niente di tutto questo - un sogno, una faticaccia - sarebbe plausibile senza una vocazione.

La sua quando è comparsa?
Sono nipote d’arte. Mio zio era Gianni Tumbarello, John Ryel, un caso da «Meteore»; era sua la sigla di «Tutto musica e spettacolo», «The best of my love». Da bambino ho vissuto in parte il suo successo. Sono cresciuto con i sintetizzatori in casa, giocavo con quelli. Il mio primo computer, un Atari St 1040, divenne anche il mio primo strumento. Per me era normale divertirmi coi sequencer, ho imparato come si usava un synth prima di imparare a suonare il pianoforte, il contrario di quello che accade di solito. Coi coetanei poi la vincevo facile, perché negli anni ’80 dove vivevo ero l’unico a capirne.

Provincia bresciana, patria dell’italo disco (fra le altre cose): piattaforma per sperimentazioni sonore, pure?
Perché no? Io ho fatto le elementari a Calcinato, le medie a Travagliato, la scuola alberghiera in città, dopodiché mi sono diplomato poi in musica e multimedia. La mia passione è diventata anche il mio lavoro.

Ha suonato sempre e solo le tastiere?
Sì. Ho strimpellato a volte chitarra e basso, ma più che altro per registrare produzioni, niente di più. Il primo 45 giri della vita? Lo comprai a 5 anni, ricordo bene: era «Whatever you want» degli Status Quo.

Non esattamente un disco da tastieristi, con quel riffone da stadium rock.
No, infatti. Anche se l’esplosione del gusto è stata per me negli anni ’90, quando ho scoperto il trip-hop, prima e dopo ho sempre avuto un’attitudine rock. Mi piacciono le chitarre, anche se non le so suonare. I Depeche Mode, per dire, per un tastierista dovrebbero essere la cosa più bella dell’universo, ma ho scoperto le loro cose degli anni ’80 molto tardi. Depeche tastierosi, sì, ma con un compositore chitarrista. Certo: esistono mille modi, veramente, per fare musica.

Prova ne era anche la sua prima band, i PJsix. Un trio che fa parte a pieno diritto della mitica scena bresciana di fine anni ’90. Come nacque quel progetto tanto originale, electropop prima dell’electropop?
In quel periodo ascoltavo di tutto. L’elettronica che piaceva a me non era ancora mainstream: usciva il primo album dei Subsonica, c’era l’hip-hop, le posse: ero innamorato di quell’approccio. Utilizzavo i campionatori, scrivevo basi per altri: oggi si direbbe che ero un producer. Ero innamorato del suono di Bristol, dei Portishead, di Tricky. E dei Casino Royale, l’unica band di cui sia stato veramente fan: la mia tazza di tè. Dunque mi trovai a produrre basi per un rapper, che non veniva mai alle prove ma mi aveva commissionato una produzione coinvolgendo un chitarrista. Io peraltro su questo punto non ero d’accordo.

Perché?
«Ma cosa c’entra un chitarrista con un progetto come questo», pensavo. Lo studio era a casa mia, a Roncadelle: lì si presentò un chitarrista, appunto, ma sembrava uscito dai Clash, aveva una sensibilità musicale allucinante, era innamorato dei campionamenti... Dove lo trovavi un altro così?

Andrea De Domenico.
Detto Dedo, sì. Cominciammo a scrivere cose registrando su cassettine, ché all’epoca non esisteva un vero home recording. Serviva una cantante e intercettammo Luisa Pangrazio, che ci piaceva tantissimo, ma ci diede buca presentandoci un’amica.

Ilaria Manzoni. 
Semplicemente perfetta per le nostre sonorità: divenne subito la cantante dei PJsix.

Tanti concerti, anche da supporter di Vasco Rossi, Francesco Renga, Almamegretta, in pochi anni intensissimi.
Fra il ’97 e il 2001 abbiamo fatto tutto quello che potevamo fare. Marco Obertini fu il primo a credere nel progetto, poi Diego Spagnoli ci consentì di realizzare il nostro sogno: noi volevamo stare in giro a suonare e basta. Quella che oggi è l’ambizione di molti fu la nostra scelta.

Non a caso non esiste un album dei PJsix.
Nessuna traccia discografica. Era prima di Internet, tutti cercavano solo un contratto e noi avevamo delle proposte, ma preferimmo la libertà creativa: non conoscevamo bene l’ambiente e all’idea di un’opzione, di restare fermi senza concerti per poi dover consegnare provini in attesa di approvazione... Per noi non aveva senso: eravamo già produttori di noi stessi. PJsix, ma anche Formaldeide: le giovani band bresciane all’alba del Duemila erano così avanti che l’industria musicale faticava a starvi dietro. Ma quell’industria stava subendo un ribaltone clamoroso, stravolta nel passaggio dall’era del possesso all’era dell’accesso. Prima c’erano strutture forti che sostenevano le nuove realtà, poi all’improvviso si potè essere completamente indipendenti. Dalla musica solida si passava a quella liquida e noi ragazzi classe ’70 come generazione eravamo nel mezzo.


Discorso che valeva anche per i Cinemavolta: come avvenne il suo ingresso nella band?
Dopo l’esperienza dei PJsix, che si era chiusa in maniera dolorosa, avevo deciso di fermarmi e per un paio d’anni non feci niente. Cioè, producevo e basta. Mi ero appassionato al dub, ero in contatto con il trombettista dei Traffika Cico Venturini e iniziammo a fare live-set electro e tromba. Avevamo il nostro giro, facevamo concerti. Una sera alla vecchia Latteria Molloy suonavamo in apertura a Frankie hi-nrg e fra il pubblico c’erano Stefano Fornasari e Max Tozzi. Il cuore dei Cinemavolta. Avevano un nuovo progetto discografico, «Smetti di essere felice», chiesero a Cico di unirsi alla band e poco dopo mi chiamarono come tastierista per un minitour francese. Di nuovo concerti in giro per l’Italia: un festival funk a Monte Isola con i Ridillo, la collaborazione con Xantone Blacq, il tastierista di Amy Winehouse... Una palestra incredibile. Max insegnava chitarra e basso, io lo raggiunsi alla scuola di musica del Garda dopo aver insegnato elettronica a Verona. Imparai con i Cinemavolta ad essere anche un po’ discografico, editore, agente di booking. Eravamo una piccola azienda di famiglia che funzionava bene.

Altro passo avanti, l’ingresso in Doc Servizi.
Sono approdato lì perché lavoravo in uno studio di produzioni multimediali ed entrai da tecnico, come socio, mi occupavo di editing. Ero anche Apple teacher di software audio e video. Mi occupavo dello sviluppo territoriale di Brescia, passo dopo passo sono entrato nel board dirigenziale e mi è stata affidata la struttura discografia-editoria. Ho imparato tutto da Gianni Cicchi, manager di Cristina Donà e Csi, direttore creativo della società e mio maestro. E in quel periodo ho conosciuto anche Luca Borsetti.

Direttore della Latteria Molloy.
Ci siamo capiti al volo. Un aneddoto dice tutto: una sera per una delle maratone live 4/qUARTI sul palco c’erano i fratelli Giuradei band. con Luca Ferari dei Verdena. Guardai Borso e gli dissi «Se aggiungi Carmelo Pipitone abbiamo i Beatles». Così nacque la superband dei Dunk, che abbiamo seguito anche sul piano delle edizioni come Freecom. Poi ai Dunk si è unito Riccardo Tesio.

E così è avvenuto il contatto con i Marlene Kuntz?
Sì. Cercavano un product manager per Karma Clima, il progetto che sfocerà in un disco realizzato in 3 residenze iconiche del Cuneese. Mi sono innamorato di questa idea tutt’altro che convenzionale e ho una stima immensa per tutto quello che rappresentano. Parallelamente, sono consulente manageriale di Paolo Cattaneo: con lui è in cantiere un progetto legato alla cultura digitale con artisti di fama internazionale. Anche i Marlene ne faranno parte. Tanto lavoro.

Ma se partisse in vacanza, quale disco si porterebbe sulla famosa isola deserta?
«Pink moon» di Nick Drake.

E se ci scappasse una jam session, la sua band ideale?
Vorrei Mick Jones alla chitarra. Herbie Hancock al Rhodes, Pino Palladino al basso, Dave Grohl ai tamburi o frontman, in quel caso Stuart Copeland alla batteria. E Dj Shadow ai piatti: sempre bello sorprendere un po’. •. © RIPRODUZIONE RISERVATA