INTERVISTA

Christian Penocchio

«Volevo cambiare il mondo Sono riuscito a fotografarlo»
Christian Penocchio: 57 anni, bresciano, nato in Francia, fotografo capace di spaziare immortalando la varia umanità che incontra sulla sua strada
Christian Penocchio: 57 anni, bresciano, nato in Francia, fotografo capace di spaziare immortalando la varia umanità che incontra sulla sua strada
Christian Penocchio: 57 anni, bresciano, nato in Francia, fotografo capace di spaziare immortalando la varia umanità che incontra sulla sua strada
Christian Penocchio: 57 anni, bresciano, nato in Francia, fotografo capace di spaziare immortalando la varia umanità che incontra sulla sua strada

Trent'anni. Nove settembre 1991: «Colori uniti (dalla musica)» a Manerbio, titolava Bresciaoggi. Uno scatto all'inedita festa africana diventata la festa di tutti, con il pubblico «conquistato dall'elettrizzante ritmo africano» al punto che «si è messo a danzare con i ballerini». Ragazzo nero ragazza bianca, gli stessi sorrisi e l'immagine che vale più delle parole. L'abilità nel cogliere l'attimo e fare sintesi: Christian Penocchio dimostrava così di essere nato per fotografare. E trent'anni dopo può ben dire di aver fatto la scelta giusta.

Bresciano, ma anche un po' francese.
Sì. Sono nato a Rouen, in Normandia. Era il 1964, il 23 aprile. I miei genitori erano emigrati. Mia madre, toscana, si chiama Giulia. Mio papà, che si chiamava Angelo, era friulano. Il nonno paterno era bresciano, sposato con una bresciana: ecco perché quando siamo tornati dalla Francia siamo venuti qua.

Quanti eravate in famiglia?
Mamma, papà e 6 figli. Io ero il quinto. Quando sono arrivato a Brescia avevo 3 anni.

Come se la cava oggi con il francese?
Lo sto ristudiando. Anche per reggere un po' il confronto con mia moglie Luisa, lei sa tutte le lingue e quelle che non sa le impara al volo. Inglese, tedesco, spagnolo, e se andiamo in Francia dopo una settimana si capisce e si fa capire. In uno dei nostri viaggi, in Bosnia, ricordo che al ritorno sul pullman traduceva anche i cartelli. Io non sono come lei, mi applico.

Dove ha studiato?
Prima alle Canossiane, poi alla Carducci, quindi alla Pastori che scelsi per la mia passione per la natura, per gli animali. Anche per gli insetti, per quanto basti un ragno a spaventarmi. Studiando entomologia ho scoperto un pianeta sconosciuto.

Cosa sognava da ragazzo?
Volevo cambiare il mondo. È stato bello fotografarlo. Però... Da ragazzo la mia volontà era intensa e totale. Volevo cancellare la cattiveria, l'ingiustizia. Per 14 anni ho fatto attività politica di estrema sinistra: centri sociali occupati, lotte nazionali e internazionali. A Caorso per la centrale nucleare, a Voghera per il carcere speciale. Tante battaglie per i diritti civili.

E nel frattempo?
Nel frattempo mi diplomavo perito agrario. Nel 1988, poi, mi sono fatto regalare una macchina fotografica. Una Canon Fm2. Pensare che dopo ho usato solo Nikon.

Come ha cominciato?
A un certo punto mia sorella era andata a studiare a Brera, con il marito di un'altra sorella è nata la passione per la fotografia. All'epoca ho fatto anche il modello per gli esperimenti in famiglia. Anche mia madre amava fotografare, da piccolo era il principino dei suoi scatti. Era un'altra epoca: quando ho cominciato io sviluppavi, stampavi eccetera, non c'era il digitale, bisognava mettere le mani negli acidi. Mi piaceva.

Cosa le piaceva fotografare?
Le persone, sempre. Un giorno un mio amico fotografo di Bresciaoggi venne a casa mia e mi disse «Perché non collabori con noi, che Tito Alabiso la domenica ha bisogno?».

Tito, grande indimenticabile fotografo bresciano.
Doveva coprire tante partite di calcio. Iniziai a dare una mano. Una domenica tutti i fotografi erano occupati e spuntò una festa dell'integrazione. Non avevo mai fatto un servizio da solo. Andai a Manerbio, vidi una ragazza bionda e mi venne l'idea.

Bingo.
Anche il direttore, Piero Agostini, mi disse bravo. Io lavoravo in un vivaio e non ero felice: «C'è bisogno di un fotografo a tempo pieno?» Tito mi rispose che non poteva garantirmi niente. Io andai a licenziarmi comunque, poi tornai da lui: «Se hai bisogno ci sono». Da quel giorno faccio il fotografo. Tito per me è stato un secondo padre. Mi manca. Mi ha insegnato tutto.

Per esempio?
Il coraggio. Un episodio: negli anni '90 tiene banco la vicenda degli Orrù, temutissimi. Vado all'obitorio dopo un fatto di sangue e ci sono loro, non ho ancora fotografato e mi vengono incontro: «Tu facci una foto, noi ti troviamo e ti ammazziamo». Dal nulla salta fuori la Digos: «Cosa ti hanno detto?». «Niente». Torno in studio e Tito mi fa: «Ti hanno minacciato? Non importa, è il tuo lavoro». Quindi piglia e va al mio posto. Scortato dalla Digos, in una situazione pericolosa, fotografa e porta a casa il servizio. Questo era Tito.

Se sfoglia il libro delle sue foto?
Ho visto certe cose, con la cronaca nera... Soprattutto non dimentico le stragi del sabato sera. E un Brescia-Bologna 3-0: Tito voleva facessi una foto di Baggio e Signori in azione insieme, non era facile perché essendo entrambi attaccanti non è che si trovassero spesso nella stessa zona di campo. Ma la mia qualità era la concentrazione e sono riuscito a cogliere l'attimo. Non mi facevo distrarre, non ero tifoso: pensavo a scattare, non a seguire la partita.

Bresciaoggi. E poi?
Ho lavorato per Bresciaset. E mi sono tuffato nei viaggi: Parigi, Roma, nel '98 il Chiapas, nel '99 l'Etiopia, nel 2000 Londra. Nel 2001 è nata mia figlia Sofia e non ho più avuto tanta voglia di rischiare.

Un capitolo a parte merita la Bosnia, dove ha rischiato la vita.
Il primo viaggio lì lo feci nel '91 con Massimo Tedeschi, sulle tracce del criminale della strage di Torchiera di Pontevico del Ferragosto del '90. Nel '92 c'è stata la marcia della pace a Sarajevo. Io ci credevo e andai, per lavoro e per ideologia. Lì ho conosciuto Agostino Zanotti, ma anche Guido Puletti che collaborava con Bresciaoggi, e sono entrato nel coordinamento delle iniziative di solidarietà con la Ex Jugoslavia. Nel '93 ho fatto il terzo viaggio in Bosnia durante la guerra.

Il 29 maggio un convoglio di aiuti umanitari partì da Brescia diretto alle città di Vitez e Zavidovici. Con lei c'erano Puletti e Zanotti, Sergio Lana e Fabio Moreni. Vi assalì una banda militare vicino a Gornji Vakuf. La sua salvezza è stata nei boschi, come per Agostino.
Sono passati ventott'anni e sono sopravvissuto. Ma non mi piace questo mondo come non mi piaceva quello di allora. Non sopporto le ingiustizie, vorrei una rivoluzione. Resisto perché la vita è bella.

Cosa le ha lasciato quell'esperienza in Bosnia?
Tanto dolore. Ho vissuto in maniera così forte, intensa, la morte di chi era con me, che è come se allora fossi morto anche io. Sopravvivendo ho capito l'importanza della vita. Odio le persone che si lamentano delle minchiate. Apprezzo ogni cosa bella, una serata con gli amici, mi commuovo per un campo di papaveri. Amo la vita, so quanto vale. L'ultima vacanza, in Toscana, ho voluto restare al mare di domenica fino all'ultimo a costo di guidare di notte perché lunedì mattina lavoravo. Ne è valsa la pena.

Ora lavora col Comune di Brescia.
Sì. Prima ho fatto un periodo in cui andavo avanti e indietro da Milano, portavo il risultato dei miei reportage in giro per il mondo vendendo i servizi. Dal 2013 collaboro con il Comune e giro meno. Mi sta benissimo così. Celeste, la prima figlia di Luisa, ha 26 anni; Sofia 20. Sono grandi. Io e mia moglie possiamo girare un po' da soli e divertirci insieme, come abbiamo fatto quest'estate.

Com'è cambiata la professione in questi anni?
Oggi è tutto più difficile: le foto si trovano gratis su Internet. Non bastano scatti belli, devi portare una bella storia. E per i servizi estremi, adesso come una volta, devi soprattutto non aver paura di morire. Da quando è nata Sofia da questo punto di vista è cambiato qualcosa. Mi godo anche la tranquillità, riesco a rilassarmi.

Cosa la rilassa?
Io e Luisa abbiamo la passione dei cammini. Non c'è solo la Francigena: penso alle Foreste Casentinesi, alla bellezza dell'Antica Valeriana a Brescia. Per il 2023 due ragazzi hanno predisposto un tracciato che parte da Iseo e arriva al Tonale. Il progetto è già in ballo, contempla Lovere e Ponte di Legno. Riscoprire la natura dei luoghi: questo m'interessa.

Gian Paolo Laffranchi

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