INTERVISTA

Cristina Caprioli

Nata a Brescia il 22 ottobre 1953, danzatrice, coreografa e insegnante, Cristina Caprioli ha ricevuto l'«Illis quorum meruere labores», la medaglia d'oro svedese
Nata a Brescia il 22 ottobre 1953, danzatrice, coreografa e insegnante, Cristina Caprioli ha ricevuto l'«Illis quorum meruere labores», la medaglia d'oro svedese
Nata a Brescia il 22 ottobre 1953, danzatrice, coreografa e insegnante, Cristina Caprioli ha ricevuto l'«Illis quorum meruere labores», la medaglia d'oro svedese
Nata a Brescia il 22 ottobre 1953, danzatrice, coreografa e insegnante, Cristina Caprioli ha ricevuto l'«Illis quorum meruere labores», la medaglia d'oro svedese

Brescia, Gussago. New York, Monaco di Baviera, soprattutto Stoccolma. Con la danza Cristina Caprioli ha girato il mondo. Va' dove ti porta il cuore, ma anche il dna: «Io, di mamma svedese, alla fine mi sono stabilita in Svezia dove ho formato una famiglia», spiega. E in Svezia ne sono ben lieti, visto che l'hanno appena gratificata di un premio tanto prestigioso quanto inusuale per chi fa la sua professione: l'«Illis quorum meruere labores», la medaglia d'oro istituita da re Gustavo III nel 1785 e assegnata dal Governo svedese per premiare contributi e benefici in ambiti culturali, scientifici e di pubblica utilità. «Per coloro le cui azioni li rendono meritevoli di esso», recita l'iscrizione. Riconoscimento all'artista bresciano-scandinava per mezzo secolo di «eccezionali contributi nel campo della danza svedese e internazionale».

Rigorosa, brillante, amata ovunque, punto di riferimento della danza contemporanea: in fondo poteva aspettarsi anche un premio di questo genere.
Ma l'ultima volta della danza era il 1983, quando l'Illis quorum andò a Birgit Cullberg, coreografa del Balletto reale.

Negli anni l'hanno ottenuto la scrittrice Selma Lagerlöf, premio Nobel per la letteratura, dive del cinema come Greta Garbo e Ingrid Bergman..
Di solito va a scienziati e politici. Nel 2018 era stato premiato Hans Blix, che a suo tempo contraddisse l'amministrazione Bush in merito al possesso di armi di distruzione di massa da parte dell'Iraq.

Un piccolo Nobel, l'ha definito sua sorella Leonella.
Non chiamiamolo così, ma è un riconoscimento di quel tipo, sì. Non me l'aspettavo, no. Non sono una da prima fila, quindi viene premiato non il mio ego ma un modo di lavorare. Non c'è culto della persona, ma del lavoro. Evidentemente conta anche ciò che rappresento, un concetto di arte che può anche prescindere dal mercato.

Nel 1998 ha fondato l'associazione Ccap, compagnia indipendente, con cui ha prodotto più di 30 opere. Dal 2008 è anche docente di composizione coreografica alla Scuola di Danza e Circo di Stoccolma.
Coniughiamo l'avanguardia con numerosi progetti sociali: lavoriamo con bambini, anziani e disabili, li facciamo ballare cercando di offrire un'esperienza estetica diversa. Ho un'idea di arte inclusiva. Questo lavoro, parallelo alla ricerca di alto livello di arte estrema che porto avanti da tanto tempo, è assolutamente gratuito. Avanguardia e pedagogia, i miei orizzonti.

Suo padre era il pittore Adriano Grasso Caprioli: si può dire che è cresciuta con l'arte in casa?
Sì. Papà era una presenza forte, dominante. Ha introdotto nella famiglia l'idea di una resistenza al commercio, alla borghesia. L'arte nella collettività, come interazione sociale, forte di un senso di uguaglianza. Mio padre era molto polemico, deciso. Per lui l'arte non era solo mercato. Inger, mia mamma, era venuta in Italia nel 1951 per sposare mio padre. Lei disegnava tessuti. Mia sorella Leonella è docente di Teoria e tecnica dell'Interpretazione scenica al Conservatorio Marenzio di Brescia. Era stata anche chiamata a collaborare con il Governo italiano per la valorizzazione di nuove forme di ricerca artistica. Mio fratello Filippo ha condiviso l'amore di papà per i cavalli, è diventato gentleman rider ed è stato per 3 volte «Sperone d'oro» quale miglior gentleman del mondo. Ora a Parigi si dedica a un allevamento di cavalli al galoppo.

Dalla sbarra della Forza e Costanza ai grandi palchi internazionali. È cresciuta fra Brescia e Gussago, emigrando subito dopo il diploma preso al liceo artistico.Perché così in fretta? 
Avevo diciott'anni, le superiori finite un anno prima essendo nata in ottobre, il 22. Parliamo di cinquant'anni fa: lo spirito di emancipazione era forte. Stoccolma per me è stata un cambio radicale. Volevo cominciare a lavorare presto. Mi sono formata all'Accademia reale di danza, poi mi sono trasferita a New York per studiare danza contemporanea. Amo New York, che è bellissima e difficilissima, se non hai un mare di soldi è difficile cavartela, è un posto splendido se vivi sulla nuvola degli artisti, se entri nel giro. Ho faticato, mi ha aperto gli occhi ma con l'avvento di Reagan tutto è peggiorato e sono tornata in Europa. Ho insegnato per 2 anni a Monaco di Baviera, poi ho scelto esattamente cosa volevo fare.

Che cosa, esattamente?
Sperimentare. Dedicarmi alla coreografia, non soltanto alla danza. Ho ricevuto un'offerta di 6 mesi per insegnare a Stoccolma, mi sono sposata e ho deciso di non girare più tanto. Mi ero un po' stancata di viaggiare sempre. Il mio ex marito Gunvald scrive di scienze politiche. Mio figlio Vittorio, che ha compiuto 35 anni, produce musica: lavora con i cantanti, fa colonne sonore. Daniele, 33 anni, è l'unico normale (ride): si occupa di pavimenti, mi ha dato una nipotina meravigliosa, Nylah, metà svedese e metà ghanese. La bambina più bella del mondo.

Lei non è esattamente una nonna da giardinetti.
Ho una grossa organizzazione da gestire, uno studio per le prove in un grande locale fuori Stoccolma, 600 metri quadri: si possono fare tante cose. Non lavoro più in teatri ordinari, faccio installazioni.

Alla Tate Gallery di Londra come al Moma di New York. A Firenze come a Venezia.
E in estate andrò a Berlino per una retrospettiva. Un onore di cui sono fiera. Si è esibita a Gardone Riviera a inizio a carriera.

Quando verrà a Brescia?
Io verrei, ma qualcuno deve volerlo: servono lo spazio e l'occasione. Mi auguro che nel 2023, quando Brescia sarà capitale della cultura, qualcosa si possa muovere.

Cos'è per lei la danza?
La danza ti propone una vita, è ricca e sfuggente. La danza non si può possedere. Se tu danzi percepisci, partecipi a un'esperienza sensoriale multipla, concreta e al tempo stesso evanescente. Il suo è un linguaggio che non si può ridurre a un significato univoco: ne ha sempre più d'uno. È poetica, è intellettuale. Assomiglia alla vita.Sì. Senti la danza, la vivi e la segui anche senza capirla perché alcune cose rimangono incomprensibili. Una rarità, in un mondo in cui tutto è esplicito. La danza è lì e comunica, ma ti sfugge. È il suo bello, essere un po' straniera a se stessa.

Chi è oggi Cristina Caprioli: una danzatrice, una coreografa, un'insegnante?
Non saprei distinguere le mie dimensioni, che oramai sono così intrecciate. E vorrei intrecciarle anche di più. La danza è la mia vita, nel senso che non distinguo fra lavoro e tempo libero. La danza porta con sé altri interessi, la letteratura, la politica, le pratiche somatiche, psicologia. Ho reso il mio svago un lavoro. Un impegno e una soddisfazione che mi ripaga nei momenti più difficili.

Nostalgia di Brescia?
Mi piace tornare, anche sul lago di Garda e a Venezia dove ora vive mia mamma. L'Italia ha la forza della storia, una bellezza che ho cercato di portare in Svezia. Dove adesso credo mi capiscano.

Gian Paolo Laffranchi

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