INTERVISTA

Gabriele Tura (Le Endrigo)

di Gian Paolo Laffranchi
« X Factor, che avventura! La rifarei anche domani»

Il grande salto è più facile, quando stai prendendo la rincorsa da tempo. Riguardare, per credere, le puntate di X Factor con Le Endrigo sul palco: se una band indiscutibilmente rock (e ce ne vuole per essere indiscutibili, in un talent show votato al talk come quello di Sky) arriva fino ai quarti di finale collezionando una serie di puntate da incorniciare ed esce non per il voto popolare ma per una decisione dei giudici, il motivo è presto detto. Vuol dire che la band è solida e fa sul serio da anni. Che ha tanto da dire, a cominciare dal frontman.«X Factor? È stato bello» sorride Gabriele Tura, voce e chitarra della formazione bresciana «poco sex, abbastanza drug, rock'n'roll a palla di cannone» completata dal fratello Matteo Tura (basso), da Vittorio Massa (chitarra) e da Ludovico Gandellini (batteria). «Un'avventura entusiasmante e impegnativa: siamo stati in ballo da giugno, quando è nata la possibilità di partecipare».

Voi, indie-rock band, nel talent show per antonomasia: eravate contenti o dubbiosi?
Eravamo diffidenti, poi abbiamo deciso di buttarci.

Di sicuro, alla faccia delle strategie dei giudici che vi hanno accusati di fare «paracul rock», non vi siete fatti mancare niente: mica da tutti presentarsi alle selezioni con liriche quali «La mia debolezza è uno stile di combattimento».
Il fatto è che abbiamo vissuto tutto molto serenamente, addirittura con leggerezza all'inizio. Siamo andati alle selezioni senza aspettative, ma è stata la fase più carica di emotività: sai che magari vai a farti dire che non sei bravo.

Vi aspettavate di essere presi?
Assolutamente no.

Ai bootcamp a un certo punto Emma Marrone vi ha chiesto «Ma voi chi cazzo siete?»
Ed io ho risposto «Temo noi stessi».

La migliore delle risposte possibili.
Con Emma ci siamo presi subito. Volevamo lei come giudice perché era il modo più sicuro per uscire dalla nostra comfort zone. Il feeling è stato immediato, ci siamo trovati superbene.

L'impressione, da casa, è che davvero Emma abbia preso a cuore la sua squadra.
Questione di personalità affini, anche molto più del previsto. Emma ha dedicato il 90 per cento del suo tempo a noi lontano dalle telecamere, senza alcun tornaconto. È stata dall'altra parte della barricata e sa che questa è un'avventura unica nella vita di un musicista: ha voluto contribuire a renderla indimenticabile. Poi è una super professionista, attenta al dettaglio.

Cosa le ha insegnato, da cantante a cantante?
Mi ha fatto capire che bisogna cantare già in sala prove al 200 per 100. Siamo fortunatissimi ad aver lavorato con Emma: se X Factor è un'esperienza che ti arricchisce in generale, con lei abbiamo imparato 10 volte di più. Fra le altre cose, mi ha insegnato a non strafare, a evitare fatiche inutili. X Factor ti mette di fronte alla responsabilità che nessun concerto ti dà. Hai il doppio della pressione, devi funzionare al meglio. In estate abbiamo lavorato tanto, il 90 per cento del programma si fa prima di andare in onda.

Vi siete fermati ai quarti di finale, quando mancavano solo due puntate: va bene anche così?
Sì, anche se ci sarebbe piaciuto fare i duetti. Abbiamo fatto tante prove con l'orchestra, volevamo portare il nostro secondo pezzo dopo «Cose più grandi di te» e abbiamo centrato l'obiettivo con «Panico», che è nato nelle settimane del programma. Duettare con Emma sarebbe stato lo sfizio, ma siamo usciti con serenità. Una volta dentro non eravamo più outsider, siamo stati votati, ci siamo detti «Godiamocela». Su 7 puntate ne abbiamo fatte 5.

Com'è stato il ritorno a casa?
Sentivamo l'affetto della gente già durante lo show, rivedendo Brescia ce ne siamo resi conto ancora di più. A X Factor abbiamo cercato di stare nella bolla in cui ci avevano messo, molto concentrati per affrontare giornate molto intense: tante le cose da fare, devi essere sempre performante. Abbiamo smesso di stare sui social perché ci siamo accorti che il giudizio esterno ci condizionava tanto. Rischi di dare peso a cretinate che si ridimensioneranno nel mondo reale, quando ti renderai conto che X Factor non è la cosa più importante del mondo.

Ha vinto Baltimora, superando a sorpresa sul filo di lana il vostro compagno di scuderia gIANMARIA.
Gli vogliamo bene, era il più forte, ma si sa mai come va a finire a X Factor: basti pensare ai Måneskin, che sembravano sicuri vincitori e sono arrivati secondi.

Poi però si sono rifatti abbondantemente.
Anche per questo bisogna restare sereni: è «il dopo» che conta.

Come è stato invece «il prima», per lei, nella musica?
Io e mio fratello minore di due anni abbiamo cominciato a suonare fin da piccoli. Lui è anche un batterista molto bravo. Ho iniziato con gli amici a scuola, alle medie, senza velleità. Suonicchiavamo. Ascoltavo tanta musica.

Le sue influenze?
Sono sempre stato onnivoro. Sono passato dal rap di Eminem al primo punk. Spaziavo dai Green Day ai Korn.

Lei è anche professore: l'insegnamento l'aveva anche fatta trasferire a Roma.
Sì, per insegnare italiano alle media e alle superiori. Quasi due anni, non abbastanza a prendere l'accento... Dopo aver finito il liceo scientifico Leonardo mi sono laureato in lettere moderne e in filologia a Padova. Per tanti anni ho fatto lezione ai richiedenti asilo. Amo la scuola, il confronto soprattutto con i ragazzi delle superiori.

A bruciapelo: cattedra o palco?
Io mi vedo sul palco, prima di tutto. Il palco è la mia maledizione: l'amo alla follia.

«Cose più grandi di te»sta andando alla grande, appunto.
Veramente bene, una bella sorpresa. Ringraziamo, fra gli altri, Manuel Agnelli: fuori onda ci ha fatto un sacco di complimenti.

Anche in onda comunque, al di là della rivalità fra le squadre dei vari giudici, ha detto e ripetuto che il pezzo è scritto benissimo.
Sì, è stato decisamente generoso con noi. E la sua opinione conta tanto: gli Afterhours sono la band che ci ha influenzato di più quando muovevamo i primi passi. Siamo rimasti in contatto.

Voglia di tornare in tour?
Tantissima. Partirei domattina, potendo.

Tre dischi pubblicati: il pezzo che vi rappresenta di più?
Ci sono svariate canzoni che non vorrei aver registrato, o rifarei diversamente. «Cose più grandi di te» è il brano che ci racconta meglio. Per la musica, per il testo. Il primo pezzo alle audizioni, il momento chiave dei concerti che verranno.

La canzone che vorrebbe aver scritto?
«Cara» di Lucio Dalla.

Rifarebbe X Factor?
Sì. Se avessi la certezza di poterlo rivivere serenamente come la prima volta. .

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