INTERVISTA

Ivana Gatti

«Da Battiato a Kate Bush... La musica è perenne ricerca»

Spaziare. La chiave di volta, la scelta di vita di Ivana Gatti. Profondità e leggerezza con impegno e ironia: un tutto che fiorisce anche in un «Niente». «Riparto, felice - sorride l'artista bresciana, che nella sua carriera ha saputo coniugare impulsi electro e dance molto eighties con sfumature di cantautorato denso e introspettivo -. Felice perché mi sento ispirata in questo periodo e di questo brano sono orgogliosa».

Tre minuti e 12 secondi vibranti di eleganza e classe: il video del brano è stato trasmesso in premiere sul sito dell'Ansa per poi andare su YouTube. Rispecchia pene d'amore sublimate da suoni che sono ghiaccio bollente.
È una canzone che racconta la fine di un rapporto di coppia e diventa un modo di raccontare me stessa, la sensazione di essere sconnessa. Ho sentito l'esigenza di annullare ogni cosa costruita in questi anni e di ricominciare, di andare verso un niente per tornare al tutto.

L'ispirazione è arrivata dalla pandemia?
Ho sfruttato le giornate di solitudine per creare. È nato così un nuovo tassello del mio percorso.

Suonatrice di theremin, docente di canto, discepola ideale di Franco Battiato che ha spesso interpretato e con cui ha duettato virtualmente in un disco nel 2013.
Nomino sempre Battiato perché al di là del grande affetto musicamente è stato un genio che ha influenzato tante generazioni: dai Bluvertigo ai Subsonica, ma anche Jovanotti e Colapesce gli devono qualcosa. Nello spettacolo che porto in giro per il 150° anniversario degli Alpini con Piergiorgio Cinelli, Andrea Bettini e Marco Remondini eseguo «Povera patria»: un pezzo straordinario. Ora voglio essere essenziale, trovare un equilibrio fra pochi suoni ricercati elettronici mescolandoli in una canzone meno di pancia e più ragionata. Quanto al theremin, me lo ha fatto conoscere Gianni Maroccolo. Io muovo tanto le mani quando canto: «Ivana, e se le utilizzassi per suonare?». L'idea è stata sua. E aveva ragione lui. Mi piace tantissimo, non sono una virtuosa ma gioco volentieri con la voce, a volte mi lancio in armonici e pare di sentire i gabbiani e non sai se è il theremin o se sono io...

Con Maroccolo, nume tutelare della scena rock alternativa, nei primi anni 2000 ha avviato il progetto di un duo di nome IG.
Mantengo uno splendido rapporto con Gianni, ci sentiamo spesso. Avevo mandato provini a vari produttori; mi aveva colpito il suo cognome perché a quel tempo ero fissata con la musica magrebina dopo un periodo in cui esisteva solo Ofra Haza... Sono una che si appassiona. Maroccolo mi rispose e mi fece conoscere Giovanni Lindo Ferretti: «Mi piace come componi, ma datti da fare». Scrivevo e cantavo tutto il giorno, mentre consumavo i dischi dei Csi. Maroccolo decise di produrmi, pensavo di fare un disco da cantautrice e poi è nato il progetto IG. Un'arma a doppio taglio: grande l'esperienza, ma anche numerose le critiche. Non fu per niente facile farmi accettare da un ambiente in cui ero l'ultima arrivata. Mi paragonavano, per dire, a Ginevra Di Marco, con cui c'entro nulla. A volte tornavo a casa con le ossa rotte, ma ero fiera di far parte di quel mondo, di quel fermento.

Così nacque anche la collaborazione con i Marlene Kuntz.
Loro mi hanno accolto benissimo. Insieme abbiamo curato la sonorizzazione di film muti per festival cinematografici importanti come quelli di Trento, Roma, Bellaria, Locarno. E ho partecipato al loro album «Uno», suonando il theremin. Sono stati anni intensi. Sul più bello, dopo l'uscita di un album doppio con 12 video, ho deciso di fermarmi per fare la mamma: mi sono dedicata a mia figlia Barbara Liò, che ora ha 12 anni.

Un cambio radicale?
Assolutamente. Prima mi alzavo a mezzogiorno e uscivo di casa alle 7 di sera per andare a cantare; da madre le mie giornate si sono ribaltate. È stato complicato ricominciare con la musica, ma avvertivo il bisogno di farlo.

Un anno fa ha celebrato il Sommo Poeta con il recital «Amor che nella mente mi ragiona», dedicato alle «donne di Dante tra parole e musica».
Una sfida entusiasmante. Elettronica, post-punk, cantautorato sono nelle mie corde, ma amo mettermi in discussione tentando nuove strade.

La musica sta cambiando e oggi l'it-pop la fa da padrone, mentre il rock è una specie protetta in netta minoranza.
Eh sì. Io sono una nostalgica, una che balla con «Tziganata» dei Litfiba. Cerco di aggiornare il mio file e devo dire che Billie Eilish è un talento vero. Per i ragazzi è cambiato tutto, passano direttamente dalla cameretta al palco del Primo Maggio, ma è una fortuna di pochi; per gli altri non c'è la possibilità di fare quella gavetta che è toccata alla mia generazione. Ho vissuto con gioia gli anni '90, quando anche al Green Lion mi sentivo una star: ho avuto modo di crescere, confrontarmi, i riscontri ottenuti dal vivo valevano tanto.

Come è iniziata la sua storia d'amore con la musica?
È sempre stata dentro di me e ho sempre voluto scrivere. A 20 anni componevo in un modo così particolare da attirare l'attenzione di Paolo Ugoletti. Ho compiuto i primi passi con le canzoni che mi scriveva lui. Andai dalla direttrice tedesca del ramo di musica classica della Sugar per farmi ascoltare: «Ma tu, così giovane, scrivi pezzi così difficili?». Pensare che allora facevo di tutto: rock, piano bar, dance con la Media Records, mentre prendevo lezioni di canto lirico a Milano. Un'anima in pena! La mia insegnante, Floriana Cavalli, era la stessa di Antonella Ruggiero: voce che adoro al pari di Giuni Russo, mai abbastanza ricordata. L'ho vista e sentita tante volte, anche nelle chiese: da lacrime agli occhi. E come Battiato non aveva niente del guru: solare, ironica pur nel suo percorso di coerenza e impegno. Fuoriclasse. Lei e Franco erano molto più semplici nell'approccio rispetto a chi magari fa pop discutibile e si atteggia a divo.

Cosa vuol dire cantare, per lei?
Ho cominciato a 8 anni e nessuno faceva musica in famiglia. Nella mia urgenza di bambina timida, solitaria, cantare mi dava forza, energia. Partecipai al Maggiolino d'Oro, un concorso a Carcina, e ricevetti i primi complimenti. Quindi presi parte al gruppo degli Scottaioli di Concesio. Dalle sigle dei cartoni animati allo studio di registrazione, provavo qualcosa che mi faceva star bene, sentendomi collegata a un mondo parallelo.

Cosa ascoltava?
Da piccola Albano e Romina, poi ero fissata con Lena Biolcati: ricordo che andai a Trecate, in provincia di Novara, per sentirla. La folgorazione per Battiato risale a quando da Vigasio vidi esposto il disco intitolato «Mondi lontanissimi». Lo ascoltai, mi misi a piangere, sciolsi il contratto con Media Records spedendo una lettera. Da allora sono perennemente alla ricerca di qualcosa di nuovo.

Cosa sogna, adesso?
Quando uscì il mio album «Stereocosmica» andai dal grande promoter Adolfo Galli: puoi farmi duettare con Kate Bush? Ho scritto anche al manager: mandami del materiale, mi ha risposto. L'adoro, starei a piedi nudi sul ghiaccio pur di cantare con lei. Magari con una grande orchestra che utilizza anche l'elettronica.

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