INTERVISTA

Lorenzo Moreni

«Filmando, narrando, educando io cerco le anime delle persone»

Educare per immagini. Incontrare narrando. Scoprirsi raccontando. Come si può definire il lavoro - la vocazione, l’impegno - di Lorenzo Moreni? Docente e regista di Calvagese, nell’ambito del progetto «La cura nella cura» - promosso da Asst Franciacorta e Fondazione Berlucchi - ha realizzato un filmato sul tema delle cure palliative: verrà presentato martedì a Palazzolo, al Teatro Sociale (presentazioni e performance dalle 16 alle 22). Un altro passo lungo una strada intrapresa da tempo. Da 25 anni, in qualità di educatore e formatore oltre che di videomaker, Moreni si occupa di persone in difficoltà: uomini e donne dipendenti da sostanze stupefacenti, giovani in crisi esistenziale. La varia umanità che popola il mondo ai suoi occhi è un arricchimento, punto di forza anziché motivo di discriminazione. Le storie che incrocia diventano narrazioni video. Sono storie di vita, di giovani e vecchi, di emigrazione a prescindere dalle bandiere. Il suo orizzonte è ampio: autore di libri, collaboratore scientifico della Libera Università dell’autobiografia di Anghiari, ma anche cofondatore del Gruppo Cronos, predica come razzola organizzando viaggi di formazione aperti a chiunque voglia praticare lo stare insieme fra culture diverse.

Porta tutto questo bagaglio con sé, all’appuntamento di martedì a Palazzolo?
Avevo già fatto un lavoro per l’Asst Franciacorta qualche anno fa, sul gioco d’azzardo, ad uso degli operatori. Ho fatto tesoro di quello che ho visto nelle mie esperienze all’estero: a Parigi nelle case da gioco ci sono gli psicologi, si cerca di mantenere il fenomeno in limiti sopportabili dall’individuo e dalla comunità. Il mio ultimo progetto è nato intervistando pazienti, infermieri e psichiatri: un’infermiera ha gradito un filmato che avevo realizzato e mi ha contattato per approfondire il tema delle cure palliative.

Era già sul pezzo?
Ne capivo già qualcosa perché ne avevo avuto bisogno per assistere mio padre. Mi sono interessato alla realtà degli infermieri, alla formazione e alle caratteristiche che devono avere, alla loro quotidianità. Ho filmato la loro giornata tipo. Il mio obiettivo era capire dove si potesse ricavare ossigeno per dare respiro alle famiglie del malato. Ho conosciuto nella Bassa una persona affetta da Sla: muove solo le palpebre ma usa il computer, nel video le ho prestato la mia voce. Siamo in contatto. Ciò che presenteremo il 27 è il coronamento di un lungo percorso formativo.

Utilizzando anche il teatro.
Una modalità di espressione di quello che succede alle persone quando si raccontano. Voglio dare a ogni persona la possibilità di parlare di sé: solo così poi potrà davvero incontrare gli altri.

Un simile percorso non è da tutti. Com’è cominciato?
La prima fonte d’ispirazione, è stata il sanatorio dove sono rimasto per un anno da bambino.

Quanti anni aveva?
Tre e mezzo. Ho imparato presto a sopravvivere. Un’esperienza dolorosa, di quelle che metti nei sotterranei di te stesso fino a quando non succede qualcosa nella vita che ti scuote attraverso il dolore. Così anch’io ho dovuto fare i conti col mio passato. Io che provengo da un altro mondo, visto che ho fatto il disegnatore meccanico per 10 anni in fabbrica alla Berardi di Brescia.

Origini gardesane.
Sono nato a Lonato, ma abito a Calvagese della Riviera.

Compaesano di Blanco.
Il più famoso del paese... Felice dei suoi successi.

Blanco ha scelto presto la sua strada e raccoglie i frutti in ambito musicale. Scegliere senza remore la via da seguire è il segreto per arrivare fino in fondo?
Non so se sia il segreto, ma è quello che ho fatto io. Mi sono impegnato in un’opera di volontariato nella dipendenza. Ho deciso di partecipare alla formazione del centro Don Serafino Ronchi, mi sono licenziato dalla fabbrica e sono stato responsabile della comunità per 15 anni, fino a quando mi sono reso conto che i miei studi non erano sufficienti. Allora ho preso la maturità, ho fatto la scuola educatori, mi sono iscritto a Scienze dell’educazione all’Università di Verona, ho conosciuto docenti che mi hanno consentito di apprendere tanto.

Gli incontri fondamentali? 
Quelli con Duccio Demetrio, ora docente ad Anghiari, e con Gabriel Maria Sala, che insegna a Verona.

Racconta storie difficili di persone che affrontano periodi da incubo: la pandemia da Coronavirus ha inciso in qualche modo, sul lato oscuro delle nostre esistenze?
La sofferenza è sofferenza, anche se la si può declinare a seconda delle latitudini. Ho viaggiato tanto, sono stato in India e in Pakistan, in Marocco e in Senegal come in Francia e in Albania. Durante la pandemia su input di Spedali Civili ho raccolto interviste all'uscita dalla terapia intensiva. Ho raccontato le storie di persone che ci sono e di altre che non ci sono più.

Il dolore si può lenire con l'arte, o meglio le arti?
Sì. Io amo la musica, ho iniziato a suonare la chitarra classica per accompagnarmi mentre cantavo. Sono del 1956, cresciuto con i cantautori. In tutte le mie esperienze, nei lavori narrativi che porto avanti a scuola, al Fortuny, al Cfp di via Gamba, ho sempre fatto cantare e recitare poesie: esprimersi aiuta ad affrontare le difficoltà della vita. Un'opera sulle differenze culturali è stata premiata a Orzincorto, il concorso internazionale del cortometraggio a Orzinuovi, con tanto di menzione dell'allora presidente della Repubblica Napolitano.

L'elemento centrale dei suoi lavori?
Senz'altro l'ascolto. L'osservazione degli altri e l'apertura all'altro, anche attraverso il mio canale YouTube. Credo che la narrazione possa assumere varie forme. Con il fotografo Damiano Rossi è stato possibile raccontare storie di vita, di sofferenza e di amore, partendo dai tatuaggi.

C'è scollamento fra la realtà e la politica?
Sicuramente, e ben visibile. L'Italia è vecchia e non fa figli, bada a mantenere ciò che ha. Giochiamo in difesa, non azzardiamo. Io ho lavorato tanto con i giovani, ricavandone sempre grande energia. Ma devono provare brividi, non puoi conquistarli con proposte tiepide, li devi stupire. Serve il coraggio di osare qualcosa in più, noi adulti dobbiamo mettere in campo le emozioni. I giovani hanno bisogno di incontri, di essere ascoltati e compresi.

Prossimo progetto?
Un nuovo libro, che sto scrivendo, sulle storie che ho incontrato. Mi piace il gioco di squadra, sto cercando di spostarmi da una videonarrazione che dà molto spazio alle interviste a qualcosa che ha più a che fare coi suoni. Meno parole più rumore. Vorrei fare un film, sulle storie che mi hanno accompagnato e mi accompagneranno.

Chi è oggi Lorenzo Moreni?
Dire videomaker sarebbe riduttivo, se rispondessi scrittore mi parrebbe di esagerare. Ho sempre desiderato fare il maestro. Sono un esploratore di anime, mi hanno detto. E sì: io cerco le anime delle persone. .