INTERVISTA

Roberto Barucco

«Il giornalismo sopravviverà perché sa capire ogni epoca»

Venerdì compirà cinquantott'anni. Trentacinque li ha passati, fondamentalmente, scrivendo. Stile nitido, incisivo, asciutto da scrittore, sguardo aperto da blogger nonché editore multimediale, Roberto Barucco rimane prima di tutto, e soprattutto, giornalista. Lui che nell'amore per questa professione (che pretende il sangue ma ti muove, dà un senso e lega a sé per tutta la vita) ci è caduto in pieno fin da piccolo. «Mio padre Elio era caporedattore a La Notte, a Milano - ricorda -: mi portava là, dove conobbi lo storico direttore Nino Nutrizio che dava del voi ai redattori in segno di rispetto. Ricordo la prima volta che lo incrociai sull'ascensore. C'era la tipografia sul posto e aspettavi che il giornale fosse pronto. Ero un bambino, mi addormentavo sulle bobine. Credo che per osmosi quei titoli mi siano passati sotto la pelle.

Una decina di libri scritti, esauriti e ristampati. Un'agenzia con due sedi e una squadra di 12 collaboratori, uno spazio di post-produzione, la comproprietà di un giornale online. E 3 blog da 35mila follower (QuestaBrescia; Brescia2061; RobertoBaruccoGiornalista; GianniQuasineve).
Nulla sarebbe stato possibile senza il team: quei ragazzi, che ringrazio con vero affetto, impegnati su più progetti e che collaborano con me in agenzia, a www.robertobaruccoeditoria.it. Tipografi, grafici, web designer, colleghi, fotografi professionisti, videomaker, agenzie di fiducia. Il nostro punto focale sono i libri, ma la squadra si sta ampliando. Stiamo crescendo insieme. Continuiamo a sognare.

Direttore di Brixia Channel e impresabresciana.it, una vita nella carta stampata da La Notte a La Gazzetta di Brescia, fino a Il Sole 24 Ore. Cominciando con Bresciaoggi.
Era il 1986 e il mio primo pezzo fu di ciclismo: una corsa della domenica mattina che organizzava la trattoria Campagnola a Gussago. Come capi avevo Rosario Rotolo e Angiolino Massolini. Non capivo di ciclismo, ma giravo sull'auto della stampa e cercavo sempre di imparare, che si trattasse di gare ciclistiche o di qualsiasi altra cosa. Una palestra fondamentale.

Nato a Brescia, cresciuto in città?
Sì. Elementari, medie, liceo Calini e poi Leonardo, università di Medicina col magnifico rettore Preti, la naja a farmi rimanere indietro nello studio.

Figlio unico?
Di madre vedova, Miriam. Papà, mancato nel '98, mi ha aperto presto la porta di casa: «Non osare chiedere aiuto e non fare il giornalista».

Detto, fatto. Perché non gli ha dato retta?
Volevo guadagnare qualcosina subito. Mio papà, che non mi passava una lira, voleva dissuadermi: «È un mestiere difficile, non è adatto a te. Devi studiare, approfondire, è duro».

Non ha mollato.
E ho avuto una tifosa: mia moglie Alessandra. Mi seguiva, anche quando dovevo fare servizi di cronaca nera. Sposati dal 2002, stiamo assieme dal '98.

Suo padre si è rassegnato?
Sì, dopo 2-3 anni ha accettato l'idea di avere un figlio giornalista.

Cosa le ha insegnato?
Era il mio primo lettore, mi bastonava un giorno sì e l'altro anche. Ho scoperto poi che teneva via i miei pezzi migliori, senza dirlo a mia madre. Sotto sotto era orgoglioso. Mi ha spiegato che un pezzo deve stare nelle prime righe. Poi scrivi quello che ti pare, lo caratterizzi, ma il senso di un pezzo è all'inizio.

La prima cosa che ha amato del giornalismo?
La meritocrazia: che tu sia raccomandato o meno, o sei bravo o non sei bravo. Quando scrivi si vede quello che sei, non puoi fingere.

La prima assunzione?
Dopo Bresciaoggi, sono stato preso da aspirante stregone alla Gazzetta di Brescia nel marzo del 1990. Due anni di praticantato, l'esame di Stato ed ero dentro. Ho fatto anche tanta televisione, da Retebrescia a Telefranciacorta, Teleleonessa... Ero corrispondente da Brescia de La Notte, sono stato fra gli ultimi a scrivere un pezzo su un giornale che ha significato tanto.

Le piaceva, il ritmo dei giornali del pomeriggio?
Sì, un'esperienza splendida: il giornale si faceva all'alba, i pezzi erano da chiudere alle 2, ho scoperto allora il piacere di dettarli al telefono ai dimafonisti con virgole, punti e due punti a braccio.

Creare i pezzi a voce, in diretta.
Alcuni delitti li ho raccontati così.

Il servizio che ha sentito di più?
Tutti quelli sul sequestro Soffiantini. Mi coinvolse al punto che io e un collega dormivamo davanti alla casa di Soffiantini, a bordo di una jeep. Un caso che ho seguito in tutte le salse, andando anche in Toscana. Poi, ricordo il delitto di Torchiera di Pontevico, avvenuto in una di quelle molli giornate d'agosto in cui ci chiedevamo cos'avremmo mai potuto mettere in pagina. E non dimentico l'esperienza in Bosnia, nel '92.

Dai motori a pubblicazioni come Dodici Mesi, dalle fiere con Staff Service al bacino fieristico di Montichiari alle collaborazioni con Radio24. Ama spaziare?
Sì, anche se da alcuni anni ho scoperto la vena letteraria: scrivo libri e mi piace, mi sdoppio e li vendo anche.

In «Gianni Quasineve» racconta di «montagne, uomini e cani».
Passavo le estati in Val di Sole, vicino al Tonale. Sono nato sugli sci, ho tanti amici là, parlo il dialetto. La montagna è un bambino che gioca nella neve. La felicità è sedermi a contemplare le stelle, con qualcosa di fumante da bere. Niente di alcolico. Nemmeno fumo e sono diventato vegetariano. Scriverei volentieri di temi ambientali.

Cosa pensa di Greta Thunberg?
È figlia del suo secolo. I ragazzi sono diversi da com'eravamo noi, la politica non è sinistra o destra per loro. Io sarei stato contento di essere americano quando negli Usa c'era Obama: avrei scelto lui, che mi piaceva molto. Qui è tutto più difficile, serve un nuovo modo di intendere la politica che non passi da una visione tradizionale, ma sappia interpretare la realtà. Intanto mi sono iscritto a scienze politiche e da un mese pure a psicologia medica. Amo studiare e online è più facile.

Si sente più scrittore o giornalista?
Mi sento un giornalista prestato alla letteratura.

Che fine farà questo mestiere?
Sopravviverà, capendo come stare al passo coi tempi. Lo ha sempre fatto.

Di cosa si sta occupando in questi giorni?
Pubblico «La vita insieme» su vent'anni di Ail a Brescia: ero nel cda quando è nato, sono stato nel consiglio della polisportiva. Federico Bicelli, che è salito sul podio delle Paralimpiadi, è un nostro ragazzo. Sto finendo altri due libri: sono coautore di una pubblicazione su Antonello Crucitti, fondatore dell'associazione Fede, speranza e carità, e mi sto dedicando a un romanzo cappa e spada sull'era post napoleonica.

Il libro a cui tiene di più?
Quello che non ho ancora scritto.

Come si definirebbe, oggi?
Autocritico, come chi non si prende mai troppo sul serio..

Gian Paolo Laffranchi

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