INTERVISTA

Romeo Seccamani

di Gian Paolo Laffranchi
«L'arte è niente senza poesia Me l'ha insegnato Pasolini»

«Infaticabile». «Mani sapienti». Cercando in archivio sono queste le parole che lo definiscono, inquadrando un percorso silenziosamente eccezionale. Poche interviste e tanti traguardi negli 81 anni compiuti ieri da Romeo Seccamani (auguri!), artista poliedrico se ce n’è uno, capace com’è di spaziare dalla pittura alla letteratura, dalla fotografia alla storia dell’arte. I suoi dipinti, materici e gestuali, paiono in contrasto con il rigore artigianale del mestiere di restauratore. Ma tutto nasce sempre e comunque dalla sua urgenza espressiva, rivelata per esempio dagli acquerelli di «Figure in fluido» alla fine dei ’70. La riflessione sulla natura, condotta negli anni non lontano dalle orme del salodiano Attilio Forgioli, rivolta al surrealismo, ha messo a nudo una libertà di segno mai nascosta da tracce di colore per nulla invadenti. Tinte antinaturalistiche che servono più a suggerire che a sottolineare il senso dell’esistere; la ricerca interiore, un viaggio nella psiche con i crucci interiori che vengono a galla e spingono al tavolo di lavoro (Bertolt Brecht dixit).

Artista, artigiano e simbolo di Anfo, dov’è nato e cresciuto, dove è stato sindaco e presidente della Pro Loco. Un legame fotografato dal calendario che realizzò nel 2013 sul suo lago d’Idro?
Anfo per me è casa. Qui ritorno sempre, anche se il mio percorso professionale si è sviluppato in città, fra Brescia e Milano. In quegli scatti c’era tutto l’amore per le mie radici. Io sono un montanaro.

Votato alla creatività.
Devo ringraziare mio padre Bortolo, morto quando avevo 14 anni. Pur essendo minatore, esperto di esplosivi, aveva capito cos’ero e voleva agevolarmi, cercava scuole per me. Aveva la silicosi, è morto di meningite a 49 anni. Io sono partito per Milano nel ’57.

A lavorare e studiare?
Entrambe le cose, sì. Facevo l’imbianchino perché ero un po’ capofamiglia, con mia mamma c’erano una sorella più grande e un fratello più piccolo. Dovevo mantenermi, ma il mio scopo era la scuola serale. La sera andavo dalle 6 alle 8 a Brera, dalle 8 alle 10 al Castello Sforzesco, finendo per cenare alle 11. Al mattino lavoravo. Fino al ’64 ho vissuto così.

Nel ’60 il primo premio a scuola, al Castello Sforzesco.
Riuscivo bene nel colore, fui scelto come allievo di Ottemi Della Rotta. Il primo impatto con il restauro fu la cappella della regina Teodolinda, al Duomo di Monza, con gli affreschi degli Zavattari. Ho lavorato con un’autorità come Pinin Brambilla, mancata due anni fa. Avevo le idee chiare.

Cosa voleva fare?
Io avevo deciso di fare il pittore. Il restauro mi serviva per vivere, ma io volevo dipingere. E ci sono riuscito, ho fatto mostre.

Ha scritto anche libri, come i premiati «Tre uomini e il lago» e «La stanza gialla».
Sono felice di aver realizzato i miei sogni: se ripenso a quello che ho fatto, a 81 anni posso dirlo.

I suoi riferimenti artistici?
In ambito pittorico sono stato attratto all’inizio dall’arte antica. Dal ’400, da Lorenzo Lotto. E poi da Wassily Kandinsky, il mio preferito per la sua spazialità. Sul piano letterario, da autodidatta a 19 anni mi sono dedicato alla storia della filosofia, a Sartre. Ma soprattutto ho letto tutto di Pier Paolo Pasolini. Condivido appieno la sua poetica. Ha fatto tanto in pochi anni, aveva previsto dove ci avrebbe portato la civiltà consumistica. Amava quella contadina, ne sottolineava i valori.

Come sopravvive, oggi, la civiltà rurale?
Sono scettico: sopravvive un bel niente, per me. «L’orma», l’ultimo libro che ho scritto, parla proprio di questo. Vedo orizzonti futuri catastrofici.

Il suo presente è in via Cattaneo, in città.
Sì, sono sempre stato operativo a Brescia e a Milano, dove ho un laboratorio da restauratore. A Milano ho collaborato con Battista Simoni.

Ha fatto scoperte importanti, come i preziosi frammenti di Gentile da Fabriano della cappella di San Giorgio ritrovati nel giugno 1985 in un sottotetto del Broletto. Dalla sua ricerca storica sulle vicende artistiche bresciane sono venuti studi pubblicati su riviste di prestigio e il conseguente invito ad essere socio dell’Ateneo di Brescia. Di quale scoperta va più orgoglioso?
Quella del 1965: il ciclo tardoquattrocentesco di un maestro foppesco nella chiesetta di Sant'Antonio di Anfo. A 4 chilometri dal paese, sul dosso di una chiesetta medievale trasformata rozzamente nel '700, ho trovato affreschi affascinanti.

Quando è nato il suo studio?
Nel 1978 lasciai Simoni a Milano per dedicarmi al restauro in prima persona e dar vita a uno studio mio dalle mie parti. Scelta coraggiosa, che a conti fatti mi ha dato parecchie soddisfazioni.

Il restauro ha un futuro? Vede giovani interessati a questo mestiere?
Domanda interessante: me la pongo spesso. Anche qui, sono scettico. Se penso a quando insegnavo a Botticino, negli anni '80, dico che sì, teoricamente ce ne possono ancora essere, ma con quale testa? I giovani oggi credono di poter imparare tutto facilmente, ma bisogna essere portati, non è soltanto una questione tecnica. Il mercato poi fa la sua selezione. I ragazzi non escono più dalla bottega, studiano nelle scuole e per questo si convincono di avere il mestiere nelle mani. Ma serve una predisposizione di fondo per l'arte, se manca quella sensibilità l'opera ne risente. L'attitudine è fondamentale, la base per l'esperienza. Ho avuto soprattutto allieve, perché il restauro è concepito come un lavoro di ricamo e la componente femminile è dominante da tempo ormai.

Cos'è il restauro?
Conservare l'autenticità dei periodi storici. Imprescindibile un animo artistico, poetico, per godere di ciò che si ha avanti, per vedere e non travisare, recuperando il recuperabile. Fare restauro è come proiettarsi nella storia: l'arte è lo specchio dell'uomo nella sua epoca.

A cosa sta lavorando ora?
Ho un progetto fotografico in ballo, anche rilevante credo: «L'ultimo montanaro». Lo andavo a trovare sui monti, è vissuto con mezzi tradizionali fino al '77, quando è mancato. Avevo diverse foto in bianco e nero, contestualizzo primi piani suoi in quegli scatti, quanto al testo io presento e lui commenta; riprendo le sue frasi, i suoi concetti. Conservo i miei ricordi su taccuino, le impressioni ricavate in forma d'appunti al suo funerale.

Tutto molto pasoliniano.
Aveva ragione lui, ne sono sempre più convinto: l'educazione che ricevono i ragazzi è sbagliata, bisogna ripartire dalla genuinità dell'individuo. Oggi il colore è visto come simbolo e basta: estetismi. Significativi, per carità, ma l'arte occidentale non è soltanto ornamento, deve resistere ai tentativi di islamizzazione mantenendo la sua specificità, maturata nei secoli. Dobbiamo tramandare l'autenticità della nostra storia, una pittura che è musica, è suono. Già Sant'Agostino l'aveva detto: i colori sono il fondamento della poesia. Senza la poesia, non c'è arte..