Vittorio Bianchi

«Con i Lostinwhite un viaggio fra le pieghe della black music»
Tastierista, compositore e produttore, Bianchi ha trovato in Anessi l’interprete ideale per le canzoni dei LostinwhiteSofia Anessi e Vittorio Bianchi: volti del progetto Lostinwhite
Tastierista, compositore e produttore, Bianchi ha trovato in Anessi l’interprete ideale per le canzoni dei LostinwhiteSofia Anessi e Vittorio Bianchi: volti del progetto Lostinwhite
Tastierista, compositore e produttore, Bianchi ha trovato in Anessi l’interprete ideale per le canzoni dei LostinwhiteSofia Anessi e Vittorio Bianchi: volti del progetto Lostinwhite
Tastierista, compositore e produttore, Bianchi ha trovato in Anessi l’interprete ideale per le canzoni dei LostinwhiteSofia Anessi e Vittorio Bianchi: volti del progetto Lostinwhite

La classe non è acqua. Certo. Perché è qualcosa di impalpabile e indiscutibile al tempo stesso. La cifra, calda e corroborante, dei Lostinwhite. Originali fin dal nome, «perso nel bianco»: un gioco ironico legato al nome del fondatore Vittorio Bianchi, tastierista, compositore e produttore veterano della scena bresciana, che contraddice la sua chioma (bianca anch’essa) con una fedeltà appassionata alla linea del Fender Rhodes e della musica black: soul, funk, R&B, essenzialmente acid jazz. Il progetto ha trovato la sua voce, giovane e fascinosa, in Sofia Anessi, con Andrea Fazzi (chitarre), Roberto Gherlone (basso), Angelo Peli (sax) e Arki Buelli (batteria) a completare una formula che ha convinto la storica etichetta bolognese Irma Records - punto di riferimento internazionale per nu jazz, indie-dance, lounge e chillout - ad allacciare una collaborazione logica quanto felice. «Devoti al santo groove», i Lostinwhite: eleganti, energici. Melodie che accarezzano l’anima, accompagnate però da quella spinta ritmica che fa muovere il piede e li avvicina ai loro numi tutelari: gli Incognito come Stevie Wonder, omaggiato con «For once in my life». Ma non hanno bisogno delle cover, i persi-nel-bianco, per conquistare consensi. Il nuovo album fresco di pubblicazione e griffato Victoria Music, «Unstable», diventa il manifesto di un percorso coerente avviato 6 anni fa. Ascolti «The week» e le vibrazioni positive ti ricordano Jamiroquai, mixandosi idealmente con una «Summer girl» targata Jay Kay. Livelli altissimi di resa sonora e di benessere per chi ascolta ed è appassionato di musica. «Per noi la musica dev’essere qualcosa di gioioso e liberatorio insieme», sorride Bianchi. Soddisfatto di come sta crescendo la creatura in cui si riconosce pienamente.

Nei solchi dei vostri dischi, anche e soprattutto in quello appena uscito, si coglie un amore viscerale per le sette note. Si ricorda quando è cominciato tutto?
Narrano che a 2-3 anni già armeggiassi con i 45 giri e il giradischi arancio con la maniglia. Strimpellavo il pianoforte della bisnonna. Ho preso lezioni e mi sono formato alla scuola di musica moderna che oggi si chiama L’Altrosuono. Il mio insegnante era Roberto Soggetti.

La musica era di casa?
Sono il primo musicista della famiglia. Nel quartiere Don Bosco, dove son cresciuto, a casa mia l’unico un po’ appassionato era il papà.

Più la passione, più il talento o pesano entrambi?
Per me la passione conta ancor più della predisposizione. Ho fatto anche altri mestieri, ma la musica mi ha risucchiato. Ho visto decine di concerti degli Incognito e a 25 anni ho deciso di prendere questa strada. Mi sono formato con l’acid jazz anni ’90, ho suonato tanto nei Momics e facevamo pezzi di Brand New Heavies e Galliano, Jamiroquai e appunto Incognito.

Da ragazzo amava questo genere?
Ero aperto, ascoltavo di tutto. Frequentavo il liceo classico Arnaldo, compagno di Omar Pedrini. I primi 2 anni li ho fatti con Carlo Alberto Pellegrini, altro ex Timoria. C’era anche Luciano Poli, poi diventato chitarrista.

La sua svolta?
A ispirarmi è stato un concerto degli Incognito, a Nonantola. Dovevo fare il musicista! Ho iniziato a insegnare nelle scuole, tuttora sono docente per L’Ottava. La didattica è un concetto che s’intreccia ai Lostinwhite: Peli era il mio insegnante. Fazzi dopo essere stato a Londra è rientrato e ha iniziato a insegnare all’Ottava, dove Sofia a 12 anni era un’allieva: ha fatto ginnastica vocale con Augusta Trebeschi, che ha notato subito il suo talento. Così piccola aveva già un’ottima capacità interpretativa. E tutta l’energia dell’universo. Mi sorprende sempre come riesca ad appropriarsi di ciò che scrivo. Sofia dà freschezza a un progetto old school. E L’Ottava si conferma: non è solo una scuola, ma un vero laboratorio.

Il primo passo dei Lostinwhite risale al 2015. Ne avete fatta di strada.
«On the Rhodes» il primo disco, «Matters of time» l’ep del 2018 con l’ingresso di Sofia. Nel 2019, grazie all’editore Victoria Music, Victoria Leoni, abbiamo intrapreso la collaborazione con la Irma Records pubblicando quattro singoli.

Non è facile ottenere l’attenzione della Irma Records. Come avete fatto?
Merito di Victoria Leoni. È stata lei a coniare il nome Lostinwhite. Quando Victoria ha sentito le preproduzioni non ha avuto dubbi: «Dobbiamo fare un giretto a Irma Records». Mi sono tremati i polsi anche perché io sono sempre stato un acquirente dei dischi della Irma. Umberto Damiani in 5 minuti ha colto l’essenza del progetto.

Soddisfatto di «Unstable»?
Decisamente. Con questo album lanciamo al nostro pubblico un messaggio pieno di good vibes. Ma al tempo stesso è anche il punto di partenza per immaginare nuovi suoni e nuovi pezzi. Sono 9 tracce registrate e mixate nello studio di Arki Buelli a Paratico ad eccezione di «Do it», registrata all’Ottava a Brescia da Max Comincini. Abbiamo fatto un video dall’atmosfera misteriosa per il pezzo che dà il titolo all’album, diretto da Marco Jeannin.

Sonorità jazz-funk, bpm sostenuti, progressioni disco. Una bomba, «Unstable». Non è da meno «The week», da tempo in rotazione su Radio Montecarlo. Se l’aspettava?
No. Ma quando Nick the Nightfly l’ha sentita non ha avuto dubbi e l’ha messa subito in pista. È liberamente ispirata a un aforisma di Paolo Coelho: «Una settimana è un tempo sufficiente per decidere della propria vita». Raccontiamo la storia di una liberazione, lontano dalle paure e dal dolore. Il coraggio del cambiamento.

«Do It» fonde roots e pop, «Once in lifetime» ha un arrangiamento incalzante, «What if» è una classica ballad, la dolce «Happy or not» è stata scritta da Sofia Anessi a soli 16 anni mentre la chiusura «You are so mad» è pazzerella per davvero: shuffle, jazz, blues. Se dovesse definire un disco così vario?
È un viaggio nelle infinite sfumature della musica black, col nostro modo di cavalcare il groove per diffondere vibrazioni positive.

La sua band ideale di tutti i tempi?
Steve Gadd alla batteria, Marcus Miller al basso, Herbie Hancock, mio riferimento assoluto musicale e umano, alle tastiere, Jean-Paul «Bluey» Maunick alla chitarra... e per la voce esco dal genere e dico Cristina Aguilera o Lady Gaga. Che canta Stevie Wonder divinamente.

Il pezzo che vorrebbe aver scritto?
Uno degli Incognito. Direi «Always there», con tanto di remix di David Morales.

La qualità principale di un musicista?
Infischiarsene di giudizi e pregiudizi. Non è un caso che abbiano successo i Måneskin, band vera che va oltre luoghi comuni e malelingue proponendo un rock tutt’altro che studiato a tavolino. Funzionano perché sono bravi e più li criticano più funzionano. Conta tanto l’apertura mentale. Toto e Van Halen sono parecchio distanti da quello che suono, ma mi piacciono eccome.

Gian Paolo Laffranchi

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