Basta divisioni il riformismo deve unirsi

di Paolo Pagani

Gentile direttore, «mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto bisogna tranquillamente rimettersi all'opera ricominciando dall'inizio» (A. Gramsci). Il risultato elettorale ci dice che non tutto è perduto, anche se può apparire tale. La destra ha vinto. È un fatto. La destra non ha stravinto. Non c'è un'ondata di destra. È un altro fatto. I numeri, su cui sorvolo, parlano chiaro. Il centrosinistra ha perso, ma non è una disfatta. Con una legge elettorale che impone le alleanze la destra si è unita, il centrosinistra si è disarticolato. Non si può piangere sul latte versato, bisogna capire perché si è arrivati alla meta stremati. Credo che i governi Conte 2 e Draghi dovessero essere anche interpretati come l'opportunità di stringere i bulloni di un nuovo campo progressista. Invece si è fallito. Per ragioni antiche. Perché il PD nel suo Dna non possiede una politica delle alleanze politiche e sociali e, per lungo tempo, non si è posto il problema, cruciale, di riportare a casa il popolo perduto. Perché i 5 Stelle sono ancora un'incompiuta e, al dunque, hanno scelto la via identitaria. Tuttavia in questa tornata elettorale si è gettato un seme: la lista Italia democratica e progressista. Non credo che la sinistra italiana corra il rischio dei socialisti francesi, ma quello scenario va tenuto bene a mente, per informare le scelte ineludibili delle prossime settimane. Intanto ci sono cose da non fare: la ricerca di un capro espiatorio (Letta), il toto nomi, un congresso che si risolva in una gazebata. Poi ci sono le cose da fare. Quando un partito per anni viaggia sempre intorno al 20% e non riesce ad essere il perno di una larga alleanza deve interrogarsi sulle sue origini e farlo attraverso una fase costituente rifondativa. Tuttavia, la costituente non può farla da solo, ma insieme ai cofondatori della lista PD-Italia democratica e progressista e chiamando a raccolta altre forze sociali, della sinistra, dell'ecologismo e del solidarismo cattolico e non. Con meno di questo non si pongono nemmeno le premesse per una forza che sappia esercitare l'egemonia, sappia far diventare i suoi fondamentali senso comune e, quindi, diventi necessaria alla nazione. In questo modo si può aggredire il vantaggio competitivo della destra: il possesso di una ideologia. Regressiva ma che fa presa sul popolo perduto. E in questo modo si può risolvere una delle aporie dei democratici: la convivenza nelle vene profonde di due linee politiche che si elidono a vicenda. Un nodo gordiano. Giovanni (12, 24-26) scrive «se il seme non muore rimane solo; se muore produce molto frutto». Noi di Articolo Uno pensiamo che il seme della lista PD-Italia democratica e progressista non possa rimanere solo, ma che debba produrre frutto, andando oltre se stessa. Dopo anni di divisioni, adesso è il tempo di unire in un grande partito tutte le culture del riformismo italiano. Paolo Pagani segretario provinciale di Articolo Uno - Brescia