L'Italia, l'emigrazione e il De Gasperi «dimenticato»

Gentile direttore, a 61 anni dalla scomparsa di Alcide De Gasperi, avvenuta il 19 agosto 1954, l'anniversario è stato ignorato dalla stampa e dai grandi organi di informazione televisiva; il silenzio è stato tanto ostinato e caparbio da apparire, a conti fatti, un autentico boicottaggio.

Gentile direttore, a 61 anni dalla scomparsa di Alcide De Gasperi, avvenuta il 19 agosto 1954, l'anniversario è stato ignorato dalla stampa e dai grandi organi di informazione televisiva; il silenzio è stato tanto ostinato e caparbio da apparire, a conti fatti, un autentico boicottaggio. In particolare, a me piace ricordare ai giovani lettori di Bresciaoggi il suo memorabile esordio avvenuto nell'agosto del 1946 al palazzo del Lussemburgo di Parigi davanti ai delegati delle 21 Nazioni vincitrici: «Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me». Con quelle parole seppe ottenere la fiducia e la stima dei presenti e quel credito necessario alla ricostruzione dell'Italia anche sul piano della rinnovata identità civile e sociale. La fiducia e la stima dei vincitori nei confronti dell'Italia erano già state ottenute grazie ai sacrifici compiuti dagli italiani nella guerra di Liberazione nazionale contro i nazifascisti. A tale proposito si rileggano le stesse affermazioni della diplomazia americana e inglese: si ritroveranno le dichiarazioni fatte all'indomani dell'8 settembre 1943, che testualmente recitano: «L'Italia dimostri di essere antifascista, altrimenti con gli italiani faremo i conti dopo la fine della guerra». Noi abbiamo risposto con i fatti, con la nostra Resistenza, con il sacrificio della nostra gioventù, con la vittoriosa insurrezione nazionale. Ma per amore della verità, devo anche ricordare quando Alcide De Gasperi disse: «Imparate le lingue» (31 marzo 1949). Il governo in carica è il primo dei governi da lui presieduti dopo la grande vittoria democristiana del 18 aprile 1948. Quel giorno viene consegnato alla Presidenza del Consiglio un documento, «il rapporto riservato» predisposto dal Ministero degli Esteri. Riprendendo quasi alla lettera le parole di Sonnino con quel «rapporto» viene riaperta l'antica ferita dell'emigrazione. Ribattezzato per l'occasione «deflusso della superpopolazione», l'esodo viene considerato «un elemento essenziale di riequilibrio economico - sociale e politico (...), condizione pregiudiziale perchè l'Italia possa realizzare un assetto viabile della sua economia in un prossimo futuro». A quel tempo, su una popolazione attiva di circa 20 milioni, almeno il 10 per cento, cioè 2 milioni di italiani in età lavorativa, costituisce i disoccupati potenziali e latenti, mentre altri 2 milioni sono disoccupati dichiarati. La conclusione del «rapporto» è semplice e chiara: «Almeno 4 milioni di persone, potenzialmente attive, possono ritenersi in eccesso rispetto alla struttura economica italiana». In queste condizioni viene indicato lo scopo da perseguire: «Una adeguata emigrazione». Con poca fantasia rispetto al nostro passato, forse con qualche dose di cinismo in più, si aggiunge: «Naturalmente dovrebbe trattarsi di contingenti emigratori di portata il più possibile vasta e perché i loro effetti possano essere veramente apprezzabili il loro volume dovrebbe essere anche superiore a quello che è stato possibile prevedere». La Costituzione aveva stabilito, un anno prima, che l'emigrazione avrebbe dovuto essere «una libera scelta». Il governo decideva, ancora una volta nella storia d'Italia, di fare ricorso alla «valvola di sfogo» o, se si vuole, a quello che veniva considerato il male minore, dopo che il mondo era entrato nella stazione della guerra fredda. Non mancavano le teorizzazioni dei «lati positivi» che furono alla base dell'azione di governo e del noto discorso di De Gasperi ai lavoratori italiani: «Imparate le lingue e andate all'estero; l'emigrazione potrà costituire per l'Italia, come nel passato, un'importantissima fonte di riequilibrio per la bilancia dei pagamenti; sarà eliminato il pericolo che un Paese di circa 50 milioni di abitanti venga turbato e minacciato da disordini e da agitazioni, in gran parte dovuti al troppo basso tenore di vita e alla disoccupazione; i risvolti internazionali alla vigilia della adesione italiana al Patto Atlantico sono coerenti con le nuove forme di collaborazione internazionale di cui gli Stati Uniti d'America si sono fatti patrocinatori in questo dopoguerra». Una strada alternativa avrebbe potuto essere quella indicata dal cosiddetto «Piano del lavoro"»proposto tra il 1949 e il 1950 dalla Cgil di Giuseppe Di Vittorio. Secondo il grande sindacalista unitario avrebbe dovuto essere «un Piano economico costruttivo (...), un complesso organico di interventi di politica economica in grado di fare uscire l'economia dalla stagnazione e di avviare un processo di sviluppo, avendo come obiettivo preminente la massima occupazione». Viceversa, nella politica di governo prevalse la filosofia del rapporto riservato, e i disoccupati dovettero, come diceva De Gasperi, imparare le lingue. Ricordo che un articolo di Michelangelo Bellinetti, scritto nella pagina culturale di Bresciaoggi (mercoledì 18 agosto 2004), iniziava così: «Se si potesse riassumere per linee essenziali l'azione di governo di Alcide De Gasperi, si potrebbe scrivere che De Gasperi poggiò il proprio impegno innanzitutto sulla dignità». Aggiungo io: non ha tutelato, però, la dignità di quei lavoratori che ha costretto a imparare le lingue e a prendere la valigia di cartone e a lasciare la loro amata patria in cerca di fortuna in terre lontane e il più delle volte assai ostili nei loro confronti.
Renato Bettinzioli ASSOCIAZIONE NAZIONALE PERSEGUITATI POLITICI ITALIANI ANTIFASCISTI - BRESCIA