L’equilibrio tra paura e consapevolezza in sala operatoria

In un Occidente in cui la schiavitù, rispetto ai secoli passati, parrebbe ridursi e ridimensionarsi, almeno sul piano ideologico, si erge sempre più pressante l’inquietante e paradossale propensione a diventare schiavi di sé stessi, di prestazioni sempre più perfette e accelerate quasi che gli esseri umani invece di forgiare le macchine «a loro immagine e somiglianza» mirassero a diventare essi stessi delle macchine, a funzionare proprio come delle macchine. Se una macchina non è efficiente si smonta, si aggiusta oppure, come succede di frequente, si butta via e si cambia. Un domani si procederà così anche con gli esseri umani che, ormai assuefatti a voler mantenere prestazioni innaturali per un essere vivente, non accetteranno di perdere energie e di invecchiare? Lungi da ogni catastrofismo, è utile immaginare scenari. È utile la paura perché risveglia la responsabilità. Molti miglioramenti sociali, economici, politici sono sorti proprio da questa emozione, da quando essa è diventata un lucido sentimento, uno slancio verso il bene. Solo chi ha paura che la realtà resti uguale desidera cambiarla. Chi teme di tramandare ai figli gli errori commessi dai padri, le disuguaglianze nelle opportunità, la precarietà del lavoro, l’impossibilità di accedere a delle cure mediche necessarie per trascorrere una vita qualitativamente alta, non riesce a sottostare al pensiero che veniamo semplicemente trascinati da un flusso e tutto resta com’è. Il terrore, invece, non è mai un ospite gradito; blocca, incasella, non lascia scampo, dà risposte nette e spigolose, il più delle volte, vuote di contenuto. Frena il futuro senza conoscere il motivo della propria diffidenza e al tempo stesso rifiuta il passato condannandosi a un presente scevro sia di radici sia di speranze. Un chirurgo un giorno mi disse: «Devo saper gestire bene la paura, non posso pensare totalmente a quello che faccio, ma al tempo stesso non posso dimenticarmi completamente di quello che faccio. È un equilibrio molto labile e spesso difficilissimo da raggiungere e anche da raccontare. Devo distaccarmi quanto basta per non venire travolto dal timore di non essere all’altezza, al tempo stesso però devo mantenere presente in me la consapevolezza che sto lavorando per far sì che un essere umano possa vivere meglio, grazie a me». Parole sante, lucide, da incidere sui muri delle sale operatorie o quantomeno da scrivere, ogni tanto, nei libri di medicina. «I supereroi e i vigliacchi compiono un similare errore valutativo: sovrastimano, oppure sottostimano la propria persona. I primi pensano di essere arbitri della vita e della morte, osando procedere dove non sanno procedere, i secondi tendono a usare eccessiva prudenza difensiva, negando al paziente la possibilità di una vita migliore. Stare al centro è difficile, ma è necessario», prosegue il chirurgo e sorride in attesa di tornare in sala operatoria a esercitare l’arduo e straordinario equilibrio appena descritto. *Aurora Ghiroldi è laureata in filosofia, collabora con l'Istituto Ospedaliero Fondazione Poliambulanza