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Prato della Fame, una storia di naufraghi

di Marco Tiraboschi
Anche questo pezzetto di terra isolato e nascosto ha le sue storie da raccontare che vogliamo ricordare nell’immagine di un gruppo di individui stanchi e infreddoliti che, nella notte, si stringono tra loro senza perdere la speranza nel futuro
"Naufragio su una costa rocciosa" di I.Aivazovsky
"Naufragio su una costa rocciosa" di I.Aivazovsky
"Naufragio su una costa rocciosa" di I.Aivazovsky
"Naufragio su una costa rocciosa" di I.Aivazovsky

Il tema del naufragio ha accompagnato il genere umano fin dai tempi più remoti, probabilmente dalle origini della navigazione. Stupefacente scoprire una storia di naufraghi entrata nella tradizione anche nel nostro territorio, sul Garda, in una località nel Comune di Tignale chiamata Prato della Fame. Una minuscola striscia di terra lunga circa duecento metri circondata frontalmente dalle scure e profonde acque dell’alto lago e alle cui spalle si staglia una impervia e scoscesa rupe che rendeva la zona un tempo completamente inaccessibile se non via acqua. Qui, data la particolare conformazione geologica, durante le tempeste le imbarcazioni erano sospinte da potenti venti che gonfiavano le vele e le spingevano all’interno della baia facendole schiantare o imprigionandole irrimediabilmente.

I naviganti restavano bloccati per giorni nel lembo di terra solitario, spesso senza viveri, sferzati dal vento e dalla pioggia cercando di sopravvivere mangiando qualche pianta selvatica. Questa misera condizione d’isolamento durava fino a che il vento cessava e qualche altra imbarcazione veniva a portarli in salvo. Da qui deriverebbe il nome del Prato della Fame. La storia è piuttosto antica, viene già riportata dallo scrittore Silvan Cattaneo nel XVI secolo all’interno delle Dodici giornate di Ricreazione, dove si immagina, nello stile corale dell’epoca, a guidare un gruppo di amici in diversi luoghi del Garda riportando storie e curiosità. La rupe e le grotte vicine al Prato della Fame, proprio per il loro caratteristico isolamento, erano utilizzate come sede di romitaggio.

Lo storico Grattarolo alla fine del ‘500 faceva questa descrizione: «Segue poi una caverna, nella quale è una Chiesa di San Giorgio con un giardino, et un Romitorio, in cui poco fa habitava un frate che si diceva batter monete false. Hora ce ne habita un altro, che ci fa di meglioramenti assai, mi dicono che oltra li altri appartamenti commodi, ci cava una scala nel sasso, fatta a chiozzolo, che die salire fino al sommo della rupe, et uscir all’aere. Più basso è una altra grotta, dalla quale guardando in su, vede il Cielo come si vedrebbe dal fondo di un pozzo, detta da naviganti il Buco della Madre». Di queste antiche strutture ne rimane ancora traccia.

Nel XVIII secolo la località è nota per la costruzione e lo sviluppo delle limonaie, importante fonte di reddito, essendone l’alto Garda il produttore più a nord d’Europa. I richiestissimi agrumi venivano esportati a milioni in Austria, Germania, Polonia e Russia che necessitavano di acido citrico. Questo mercato fiorente decade però nella seconda metà dell’800, poco dopo la costruzione di una seconda limonaia al Prato della Fame, a causa della concorrenza delle produzioni meridionali una volta aperte le frontiere dopo l’unificazione d’Italia e anche a causa dell’invenzione dell’acido citrico sintetico. Il luogo cade in completa decadenza, solo nel 1985 viene avviato un progetto di recupero e restauro delle limonaie, che oggi sono considerate un patrimonio. È proprio il caso di citare il naufrago ideato da Defoe a tal proposito: «A mio avviso tutti i nostri sconforti per le cose di cui manchiamo, scaturiscono dalla nostra ingratitudine per quelle che abbiamo». Così anche questo pezzetto di terra isolato e nascosto ha le sue storie da raccontare che vogliamo ricordare nell’immagine di un gruppo di individui stanchi e infreddoliti che, nella notte, si stringono tra loro senza perdere la speranza nel futuro.

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