Così la città divenne «Leonessa»

di Attilio Mazza
TRA PATRIOTTISMO E INSURREZIONE. L'eroica resistenza che ispirò al Carducci la definizione passata alla storia. Sul nostro territorio cambia il vento per gli austriaci: dalle proteste del 1848 alle Dieci Giornate del 1849
Faustino Joli: «Combattimento in contrada Sant’Urbano»
Faustino Joli: «Combattimento in contrada Sant’Urbano»
Faustino Joli: «Combattimento in contrada Sant’Urbano»
Faustino Joli: «Combattimento in contrada Sant’Urbano»

Cambia il vento per gli austriaci. A Iseo, il 20 marzo 1848, vengono abbattuti gli stemmi imperiali; nelle valli ci si prepara alla lotta. Ben lo comprendono gli invasori che occupano il nostro territorio e tutto il Lombardo-Veneto. E ben lo sa Giacinto Mompiani, «asceta del patriottismo» che è ormai giunto il tempo di agire. Il 22 marzo 1848 - unitamente ad altri due bresciani in rappresentanza del Muncipio - riesce a stipulare con il generale, principe Schwazenber, una convenzione affinché non sia versato sangue di cittadini e di soldati quando le truppe lasciando il Castello e la città raggiungeranno Orzinuovi per acquartierarsi con il grosso dell'esercito.
Le notizie giunte da Milano consigliano prudenza: pochi giorni prima, il 18 marzo, hanno avuto inizio le rivoluzionarie Cinque Giornate. E non appena gli austriaci lasciano Brescia, il 23 marzo - ad infiammare gli animi - si diffonde la voce della dichiarazione di guerra del Piemonte all'Austria. Proprio in quello stesso giorno viene costituito a Brescia il Governo provvisorio presieduto dal conte Luigi Lechi; la provincia segue l'esempio con altri Comitati. Non tutti sono d'accordo sulla fusione della Lombardia con il Piemonte. Ma gli eventi hanno la meglio. Gli austriaci passati al contrattacco vincono a Custoza e occupano Milano; rientrano a Brescia il 16 agosto con settemila uomini e venticinque cannoni. Nessuna amnistia per i capi dei governi provvisori e per i comandanti dei volontari, tutti espropriati dei beni. Il maresciallo Haynau impone anche una multa di 520.000 lire al territorio bresciano a causa della «cattiva disposizione degli abitanti».
Ma i bresciani non si danno per vinti. Prende vita nella clandestinità il Comitato insurrezionale filopiemontese con a capo il medico Bartolomeo Gualla. Si stringono i contatti con Torino che promette denaro, armi e munizioni nel momento in cui la città dovesse insorgere. Si organizzano gli espatri dei giovani volontari che vanno a unirsi ai piemontesi. Il 19 marzo 1849 scende da Serle un gruppo di patrioti - 300 montanari - guidati da don Pietro Boifava. Una dimostrazione popolare chiede le dimissioni del responsabile municipale Giovanni Zambelli insediato dagli austriaci, con la sostituzione dell'avvocato Giuseppe Saleri: è il prologo all'insurrezione delle Dieci Giornate.
LA LEONESSA SULLE BARRICATE. Gli animi sono pronti alla rivolta. Ma da Torino non arrivano le armi promesse. Si vorrebbe rinviare. La situazione sfugge di mano a tutti. E quando il comandante austriaco e il commissario dei viveri si recano alla Loggia per esigere denaro non solo ottengono un rifiuto, ma vengono aggrediti dalla folla accorsa in piazza. Sono sottratti all'ira popolare, fatti prigionieri e condotti da don Boifava accampato sui Ronchi.
Si scatena la ritorsione austriaca. Il 24 marzo inizia dal Castello il bombardamento sulla città. Le campane suonano a stormo da tutti i campanili e i bresciani accorrono con le armi, alzano barricate, spengono gli incendi. Il Comitato di difesa, guidato da Luigi Contratti e da Carlo Cassola, si riunisce al Teatro Grande. Nasce la Guardia nazionale, si incettano armi, si spediscono appelli in provincia per invitare tutta la popolazione bresciana ad insorgere. Giungono a dar manforte squadre dalle valli. Ma gli austriaci si preparano all'accerchiamento: truppe provenienti da Mantova e da Verona raggiungono Montichiari.
Un centinaio d'insorti, comandati da Tito Speri, riescono a fermarli per alcune ore. I bresciani non credono alla sconfitta dei piemontesi e rifiutano la tregua proposta dal generale austriaco Giovanni Nugent. Gli scontri riprendono sulle barricate con maggior fervore.
Il 31 marzo, nella nona Giornata insurrezionale, viene intimata a Brescia la resa senza condizione. Ma la città non si dà per vinta e gli austriaci riprendono il bombardamento e contrattaccano. Penetrano sino all'attuale corso Magenta dove sono respinti dalla barricata del Bruttanome. Viene ferito lo stesso generale Nugent; morirà alcuni giorni dopo. La lotta è impari, e alla Loggia il Consiglio vota la resa: 50 consiglieri a favore, 43 contrari.
Nella Domenica delle Palme, decima Giornata, le truppe austriache scendono dal Castello e sopraffanno l'ultima resistenza. E' strage di uomini e di donne; l'ultima resistenza è definitivamente sgominata.
Padre Maurizio Malvestiti, accompagnato da padre Ilario da Milano e da altri, sale al Castello con la bandiera bianca. Il maresciallo Haynau è durissimo: dal 2 al 5 aprile vengono fucilati sugli spalti del Castello cento bresciani, quasi tutti popolani. Gli austriaci vendicano 1504 uomini morti nelle Dieci Giornate, fra cui un generale, due colonnelli, un maggiore, quattro capitani, trentadue tenenti. Le quattro lapidi murate sotto il portico della Loggia ricordano i nomi di 172 bresciani immolatisi sulle barricate.
L'EROISMO DEI BRESCIANI colpisce l'immaginario nazionale. Se ne fa interprete il grande poeta Giosuè Carducci, pochi decenni dopo, nel 1877, nei versi finali della Vittoria: «Lieta del fato Brescia raccolsemi, / Brescia la forte, Brescia la ferrea, / Brescia leonessa d'Italia».

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