Quel «Canto» che diventò l'Inno d'Italia solo 99 anni dopo

di Luigi Fertonani
MUSICA. La colonna sonora che ha accompagnato il processo di unificazione è ricca di episodi. Dalla canzone popolare ai brani patriottici, fino al melodramma. Ma quando De Gasperi sbarcò in Usa suonarono «Dove sta Zazà»

 Goffredo Mameli, autore dell'Inno d'Italia, su un manifesto|
 Le locandine dei canti più famosi: dall'Inno di Mameli ripreso da Novaro, all'«Addio del volontario»
Goffredo Mameli, autore dell'Inno d'Italia, su un manifesto| Le locandine dei canti più famosi: dall'Inno di Mameli ripreso da Novaro, all'«Addio del volontario»

 Goffredo Mameli, autore dell'Inno d'Italia, su un manifesto|
 Le locandine dei canti più famosi: dall'Inno di Mameli ripreso da Novaro, all'«Addio del volontario»
Goffredo Mameli, autore dell'Inno d'Italia, su un manifesto| Le locandine dei canti più famosi: dall'Inno di Mameli ripreso da Novaro, all'«Addio del volontario»

La colonna sonora che ha accompagnato il processo dell'unificazione dell'Italia è lunga come la penisola stessa. Occorre comunque distinguere ciò che fu la canzone popolare vera e propria dai canti patriottici, anche se, come poi vedremo, le due strade erano destinate più volte ad incrociarsi.
Nei canti popolari esiste testimonianza che le idee non sempre furono a favore della libertà. Il sud in particolare rimase a lungo saldamente in mano ai Borboni, ma quando arrivarono i francesi nei giorni della Repubblica Partenopea i popolani di Napoli cantavano «A lu suono de le campane / viva, viva li populane / a lu suono di li viulini / sempre morte a' giacobini» o anche «È venuto lo francese / co no mazzo de' carte 'mmano / liberté, egalité, fraternità / tu rubbi a me, io rubbo a tte». Ma non scherzavano neppure i codini toscani che nel 1799 cantavano «Viva l'armata austriaca / che a schiere se ne viene / per mettere in catene / l'iniqua libertà».
Ma i processi storici hanno la caratteristica di essere inarrestabili e, se dopo le Cinque Giornate di Milano qualcuno aveva il coraggio di cantare «Viva Radeschi e viva Metternich / morte ai sciuri e viva i puveritt», l'idea di libertà si era ormai saldamente radicata in larghi strati della popolazione. Anche se fu la musica colta ad offrire non solo agli intellettuali dell'epoca ma anche al popolo una colonna sonora comune, che è poi quella del melodramma dell'epoca.
Anche se la vicenda verdiana del Nabucco è cosa nota, vale la pena di ricordarne i dati salienti. Il giovane Giuseppe Verdi usciva nel 1842 da una crisi personale terribile, con la morte della giovane moglie e dei due figlioletti. Sembra che fu proprio il libretto di Temistocle Solera, proposto dall'impresario Merelli, a toccare le corde dei suoi sentimenti più profondi, con il dolore di un popolo oppresso da Nabucodonosor e quello degli Ebrei in catene a Babilonia, che immediatamente non solo i salotti letterari di Milano, ma anche i garzoni di bottega, avrebbero subito sovrapposto all'oppressione austriaca sugli italiani.
IL CORO del terzo atto di Nabucco, con «Va' pensiero», e in particolare i versi «O mia patria sì bella e perduta / o membranza sì cara e fatal» sarebbe diventato un vero e proprio inno ostile ai dominatori austriaci, che si accorsero troppo tardi - solo dopo il successo della successiva «I Lombardi alla prima Crociata» dello stesso Verdi e di un altro coro dolente, «O Signore dal tetto natìo» - quanto pericolosa potesse essere la musica.
Così, quando arrivò il 1848 non ci furono soltanto i soldati che cantano in marcia «L'addìo del volontario», e cioè «Addìo mia bella addìo / l'armata se ne va / e se non partissi anch'io / sarebbe una viltà», ma anche giovani operisti come Stefano Ronchetti e lo stesso Giuseppe Verdi (che gli austriaci non se la sentivano di toccare, era troppo famoso e amato) che scrissero inni patriottici. Tra di loro troviamo anche il «nostro» Antonio Bazzini, che con la vita milanese era a strettissimo contatto e che sarebbe poi diventato direttore del Conservatorio «Giuseppe Verdi».
Ma già un anno prima un giovane studente, uno sbarbatello si direbbe oggi, aveva scritto di getto dei versi che sarebbero diventati famosi: era il 1847 e Goffredo Mameli, che coltivava oltre alla poesia fieri sentimenti contro lo straniero, scriveva il «Canto degli Italiani», che sarebbe poi diventato celebre come «Fratelli d'Italia». Ben cinque strofe in cui si faceva in pratica la storia dell'Italia precedente «...dall'Alpe a Sicilia dovunque è Legnano / Ogn'uom di Ferruccio ha il core e la mano / I bimbi d'Italia si chiaman Balilla / Il suon d'ogni squilla i Vespri suonò / Stringiamci a coorte! Siam pronti alla morte / l'Italia chiamò».
Versi che in buona parte si sono perduti, nella memoria degli italiani nel secolo successivo. Complice anche l'uso patriottardo che fece di questo inno anche il regime fascista, per cui ad esempio non tutti erano poi così contenti di cantare «I bimbi d'Italia si chiaman Balilla». Ma tant'è: Goffredo Mameli doveva morire di lì a poco in seguito a una ferita in combattimento, e i versi ritrovati dopo la sua morte piacquero al musicista genovese Michele Novaro che diede loro la veste musicale di un inno di battaglia.
Il «Canto degli Italiani» si avviò dunque a diventare il pezzo più noto e cantato da tutti: dagli intellettuali e dagli analfabeti, che erano allora la stragrande maggioranza della popolazione e che però questo inno l'avevano ben stampato, nella mente e nel cuore, e con questo canto affrontavano il fuoco nemico.
I SOLDATI cantavano anche le «loro» canzoni, come «La bandiera di tre colori» che nella sua semplicità nasce da anonimi patrioti, mischiando la fierezza nei confronti del nemico cantando «Rataplàn, tambur io sento / che mi chiama a la bandiera» che fa parte della canzonetta - pure famosissima - «La bella Gigogin».
Ma fu sicuramente il Canto degli Italiani quello più famoso e più cantato anche in seguito, anche se una raccolta americana di inni nazionali del 1876 segnalava come Inno italiano l'«Inno di Garibaldi».
In effetti, l'Inno di Mameli non divenne mai ufficialmente quello della nuova Italia unificata nel 1861: un'unificazione che era avvenuta grazie alla monarchia sabauda, e quindi l'inno ufficiale italiano era la Marcia Reale. Il Fascismo tentò di affiancarle altri canti, ma il rifiuto di Toscanini di eseguire «Giovinezza» - e la Marcia Reale - nel 1931 a Bologna procurò al maestro uno schiaffo da parte di una camicia nera e Toscanini non tornò in Italia che nel 1946: proprio l'anno in cui, il 12 ottobre, «Fratelli d'Italia» ridivenne l'Inno nazionale del nostro Paese.
Non senza qualche incidente di percorso. Ad esempio, quando nel 1947 Alcide De Gasperi si recò negli Stati Uniti per il suo storico incontro con il presidente Usa Harry Truman: all'aeroporto la banda militare americana era in imbarazzo su cosa suonare per accogliere il Presidente del Consiglio. La Marcia Reale? L'Italia era ormai una Repubblica. Giovinezza? Men che meno. Il dilemma fu brillantemente risolto: quando De Gasperi scese dall'aereo la banda intonò «Dove sta Zazà!»
Anche questa è storia.

Suggerimenti