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21.06.2019

Delitto Desirée,
Giovanni Erra
in procura

Giovanni Erra è arrivato a palazzo di Giustizia dal carcere di Bollate dove è detenuto
Giovanni Erra è arrivato a palazzo di Giustizia dal carcere di Bollate dove è detenuto

I capelli lunghi e tutti grigi gli arrivano sulle spalle. Giovanni Erra rispetto a diciassette anni fa, allora aveva 36 anni, sembra quasi un’altra persona anche se i lineamenti sono rimasti pressoché gli stessi. Il 53enne di Leno condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio di Desirée Piovanelli, la 14enne uccisa il 28 settembre del 2002 nella cascina Ermengarda di Leno, ieri pomeriggio per circa due ore ha raccontato la sua verità ai magistrati bresciani che sul caso hanno ricominciato a indagare dopo che il padre della vittima un anno fa ha depositato un esposto facendo nomi e cognomi di quelli che ritiene i veri responsabili del delitto. Jeans, t-shirt rossa e con al collo una collanina con una croce, Erra intorno alle 14 è arrivato al palazzo di Giustizia di Brescia dal carcere di Bollate dove è detenuto.

 

ACCOMPAGNATO dagli agenti della Penitenziaria è stato condotto negli uffici della procura dove per un’ora, assistito dagli avvocato Nicodemo Gentile e Antonio Cozza, è stato sentito dagli inquirenti (il nuovo fascicolo è in mano al sostituto procuratore Barbara Benzi che coordina il lavoro della Mobile della questura) come persona informata sui fatti. «Ha risposto alle domande e ha raccontato quello che sa - hanno spiegato all’uscita dal palazzo di Giustizia i suoi due avvocati - Sul contenuto delle dichiarazioni non possiamo aggiungere nulla». Ai magistrati che, partendo dagli esposti depositati nei mesi scorsi in procura dal padre di Desirée e di un uomo di Leno, stanno cercando di capire se effettivamente dietro il delitto ci possa essere un presunto giro di pedofilia e sesso con minori in cambio di cocaina Erra ha ribadito la sua estraneità. «Non so nulla di questa possibilità - ha detto durante l’interrogatorio - e sono assolutamente estraneo a vicende di pedofilia». Nei mesi scorsi Erra dal carcere si era appellato a un uomo che sarebbe stato a conoscenza della verità. «Su questo delitto ci sono più ombre che luci - hanno ribadito gli avvocati di Erra - La verità non è quella emersa dal processo. La procura è bene che approfondisca questa nuova pista. Crediamo che Giovanni sia estraneo all’omicidio».

 

NEL FRATTEMPO gli avvocati Gentile e Cozza non hanno ancora depositato l’istanza per la revisione del processo come avevano annunciato diversi mesi fa. «Stiamo ancora raccogliendo materiale», spiegano. Erra inizialmente aveva ammesso di essere stato presente al delitto. «Me ne sono andato dopo la seconda coltellata», aveva raccontato agli inquirenti subito dopo il ritrovamento del cadavere. Solo successivamente, nel corso di un incidente probatorio aveva ritrattato tutto davanti al gip. «Io quel giorno nemmeno c’ero». Per l’omicidio di Desirée Piovanelli, uccisa perché si sarebbe ribellata a un tentativo di violenza sessuale, erano stati condannati (a 18, 15 e 10 anni) anche tre ragazzi allora minorenni e amici della vittima amici della ragazza. Dovrebbero essere loro i prossimi ad essere sentiti dai magistrati bresciani che hanno ripreso in mano le carte relative all’inchiesta e al processo per il delitto di Leno. «Siamo molto soddisfatti che la Procura di Brescia abbia interrogato Erra. Siamo convinti che lui possa aiutare a chiarire quello che per noi resta ancora oscuro». Così il padre Maurizio Piovanelli commenta l’interrogatorio dell’unico maggiorenne del gruppo che uccise la 14enne. «Siamo sempre convinti che dietro questa vicenda ci sia prostituzione minorile e un movente differente rispetto a quello emerso dagli atti della prima inchiesta» ha aggiunto l’avvocato Alessandro Pozzani, legale della famiglia Piovanelli. «Erra sa se quel giorno c’erano altre persone nella Cascina Ermengarda dove è stata uccisa Desiree», ha affermato il legale. Agli atti della nuova inchiesta ci sono due tracce biologiche già individuate 17 anni fa, sul giubbino della vittima e su un fazzoletto, che hanno un profilo genetico diverso rispetto ai quattro condannati, ma che mai sono state associate ad un dna certo.

Paolo Cittadini
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