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18.01.2020 Tags: Ghedi

Ghedi cammina nella memoria e accoglie le pietre d’inciampo

La posa delle pietre d’inciampo di GhediUna delle targhe collocate nel centro urbano
La posa delle pietre d’inciampo di GhediUna delle targhe collocate nel centro urbano

«Da oggi non sono più solo nomi quelli di Domenico Contratti, Marino Pasini, Francesco Pratini, Angelo Dander, Angelo Mor e Santo Borghetti: ora sono storie e volti; soprattutto sono tornati fra noi, nella loro comunità». Questo commento di Alberto Franchi, vicepresidente della Cooperativa democratica di cultura, e Chiara Gallizioli, docente dell’Istituto comprensivo locale, riassume in modo efficace il senso della cerimonia ospitata ieri da Ghedi: la posa delle «pietre di inciampo» collocate in questo caso alla memoria di militari internati e morti nei lager nazisti. IL RICORDO è dedicato a soldati che si rifiutarono di aderire alla repubblica sociale, l’ultimo orrendo rigurgito del fascismo, e che per questo vennero cancellati nei campi di concentramento. Per celebrarli, alcuni scolari hanno letto passi della loro ricerca sulle vicende di questi ghedesi, i quali «a una firma disonorevole» hanno preferito il lager e la morte rinunciando a tornare «nella cara vecchia Ghedi, con la sua nebbia fitta e tutto quel gelo», di quando gli inverni erano rigidi, ma riscaldati dal calore della casa e degli affetti. Non sono mancati momenti di commozione, non solo tra i discendenti anche giovanissimi dei militari assassinati lentamente, in un abbraccio ideale all’artista tedesco Gunter Demnig, colui che ha ideato e posato le prime pietre «per far inciampare la testa e il cuore delle persone». Sullo sfondo della bandiera arcobaleno della pace c’erano il gonfalone del Comune, le associazioni d’arma e il sindaco Federico Casali, che si è detto dispiaciuto per la polemica sull’assenza di patrocinio e collaborazione dell’amministrazione. «C’è stato un evidente fraintendimento - ha detto -: la cerimonia che celebra le nostre vittime del nazismo è sacrosanta. Un tema che mi trova sensibile dato che mio zio Gianni, allora tenente medico, è sopravvissuto proprio al campo di concentramento». «È stato un esercizio di cittadinanza attiva, non solo per la ricerca - ha aggiunto Chiara Gallizioli, che con Stefania Chiara ha guidato gli scolari nell’approfondimento storico - ma perché diffonde valori di uguaglianza, solidarietà, tolleranza e giustizia, rifiuto della guerra e della barbarie». •

M.MON.
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