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13.07.2020

«Solo i professionisti tutelano la salute e l’estetica del cliente»

Marco Gozzetti: «I centri autorizzati sono come degli ambulatori»
Marco Gozzetti: «I centri autorizzati sono come degli ambulatori»

Guanti, manicotti, cuffie, visiere, camici monouso: il Covid-19 ha reso ancora più stringenti le norme da adottare negli studi dove si praticano tatuaggi. «In questo periodo siamo ancora più scrupolosi e attenti del solito - spiega Marco Gozzetti, titolare di Pelli d’Inkiostro di Capriano, dal 2013 nome di punta del mondo tattoo bresciano -. L’ambiente di lavoro è molto simile a quello di uno studio medico, seguiamo rigidi protocolli di sanificazione quotidiana. Non quello che purtroppo capita di trovare in casa di un tatuatore abusivo che spesso, anzichè usare detergenti e disinfettanti a largo spettro che non sono in libera vendita, utilizza prodotti di igiene quotidiana che per la pratica del tatuaggio non vanno bene. Addirittura lo stesso alcol può essere un fissativo per un certo tipo di spore». Gozzetti - che alterna la sua attività in studio con quella di docente nei percorsi di formazione abilitati dall’Asl e accreditati dalla Regione - non ha dubbi: «Un lavoro di bassa qualità all’inizio costa poco, ma le conseguenze si pagano poi. Nella maggior parte dei casi i disegni realizzati sono di qualità discutibile, tanto che noi ci siamo specializzati sulla copertura, proprio perchè sono tantissime le persone che vogliono “cancellare“ un disegno indelebile sulla pelle, o modificarlo». Il mercato del tattoo è florido, «e Brescia, con i suoi 300 studi accreditati, è tra le provincie italiane più attive - spiega Gozzetti -. Purtroppo però se ne contano almeno il triplo di abusivi. All’inizio è inevitabile che i primi passi avvengano in maniera un po’ promiscua, ma la cosa non può protrarsi a lungo. I ragazzi che seguono i miei corsi si rivolgono poi agli studi specializzati per fare il percorso di apprendistato, in tutta sicurezza e con tutte le garanzie». Cosa si può fare per frenare l’abusivismo? «Ci vorrebbe un inasprimento della pena - suggerisce Gozzetti -. I prodotti che vengono utilizzati per un tatuaggio sono considerati rifiuti speciali, e quindi vanno smaltiti in un certo modo. Ma chi esercita questa professione in casa, dove butta gli aghi e tutti gli altri strumenti necessari per fare un tattoo? Stiamo parlando di materiale contaminato, sporco di sangue, potenzialmente infetto. Ci vorrebbe un disegno di legge che qualifichi questo reato come disastro ambientale. Sarebbe un deterrente, e forse qualche risultato si potrebbe raggiungere». •

Cinzia Reboni
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