«Caos dati evitabile se Regione trasparente»

Brescia e la Lombardia sono tornate arancioni da domenica dopo una settimana trascorsa per errore in zona rossa
Brescia e la Lombardia sono tornate arancioni da domenica dopo una settimana trascorsa per errore in zona rossa

Emilio Del Bono non è solo. Altri sindaci sono con lui, sulla stessa lunghezza d’onda. Giorgio Gori di Bergamo, Alessandro Sala di Milano, Gianluca Galimberti di Cremona, Davide Galimberti di Varese, Maurizio Gattinoni di Lecco e Mattia Palazzi di Mantova entrano con Del Bono a gamba tesa nella polemica tra la Giunta Fontana e Roma sulla questione dei dati del contagio, che hanno determinato la zona rossa in Lombardia e poi la retromarcia in arancione. Per Del Bono e i colleghi, che la Regione abbia fornito prima certi numeri e poi certi altri, diversi, e da qui sia cambiato il colore, non c’è dubbio. Da 14000 positivi si è passati improvvisamente a nemmeno 5 mila. «Il problema non è l’algoritmo come dice Fontana - esordisce Gori - è che sono stati trasmessi a Roma anche i guariti e i deceduti, e non so se questo sia causa del sistema informatico di censimento adottato in alcune Ats, come Milano e Lodi, oppure sia per altro». Sta di fatto che per il sindaco di Bergamo come per quello di Brescia, «se i dati fossero open, cioè disponibili, sarebbero anche controllabili, e ci si sarebbe potuti accorgere in anticipo degli errori». Non è di oggi la polemica di Del Bono sulla poca trasparenza e deficit di comunicazione della Giunta Fontana «che non ha mai risposto alle nostre domande». I DATI CONTROVERSI, su cui si stanno scontrando Milano e Roma, sono quelli tra il 15 e il 31 dicembre, ma prima, a novembre, a ottobre, cosa ha inviato la Regione? si domanda Del Bono. Il sospetto, condiviso dai sindaci, è che altre misure restrittive siano nate su numeri altrettanto errati, perché inficiati dal medesimo sistema di raccolta. In altre parole, che guariti e deceduti siano finiti nei date base non solo in quella quindicina di giorni di fine dicembre. Insomma, che il pasticcio e il conseguente danno per l’economia lombarda sia più ampio di quello che sembra. Gori ricorda che prima del 12 ottobre per la guarigione serviva il secondo tampone positivo, dopo invece che fossero trascorsi 21 giorni: può essere stato anche questo ad aver ingannato, «e a maggior ragione vogliamo risalire all’autunno nella verifica». Del Bono fa notare anche un’altra cosa: «L’8 gennaio Fontana ha emesso un’ordinanza con la quale ha tenuto chiuse le scuole superiori, motivandola col trend di aggravamento del contagio. Un peggioramento che avrà visto nei dati regionali, e non può certo prendersela con l’algoritmo che in regione non entra in gioco». Il sindaco di Brescia evidenzia anche un altro aspetto: «A innescare la polemica è stato Fontana, ma dall’altra parte c’è il Consiglio superiore di sanità, un organismo tecnico, non politico. Tutto questo è anomalo, e corre il rischio di creare nei cittadini ancora più disorientamento e sfiducia». L’ELEMENTO tecnico viene richiamato anche da Sala: «Se si è deciso di affidarsi a rapporti matematici per far scattare o meno certe misure dobbiamo essere molto seri sui dati. Se sono poco credibili perdono di credibilità anche le misure che su di essi si basano e le autorità che le applicano». L’incertezza sul numero di contagiati di fine dicembre è, secondo Del Bono, solo l’ultimo degli esempi della mancanza di trasparenza. «Da mesi e mesi chiediamo di sapere con precisione quanti tamponi vengono fatti per provincia. Abbiamo solo un dato aggregato. Difronte all’alto numero di positivi ancora a Brescia ho chiesto all’Ats. La risposta è stata che ne abbiamo tanti perché facciamo tanti tamponi. Ma come facciamo a ragionare su aree subregionali se non conosciamo il rapporto tra tamponi e positivi? E come si possono decidere le misure senza una proporzionalità: se un criterio è quanti positivi per 100mila abitanti, capite bene che sapere quanti tamponi sono stati fatti è fondamentale». Ieri la giunta Fontana ha ritirato il ricorso al Tar contro la zona rossa, «perché c’è stata la riclassificazione. Avanti invece per accertare la verità dei fatti rispetto ai dati» ha detto l’avvocato della Regione. Per il consigliere Dino Alberti del Cinquestelle «è una mossa che nasconde la volontà di evitare una figuraccia ancora maggiore, cioè che il Tar rigetti per totale mancanza di fondamento». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Eugenio Barboglio