LO STUDIO

Covid e aritmie, da Brescia risposte rassicuranti

di Lisa Cesco
Trecento i pazienti seguiti con monitoraggio: i dati che emergono dal lavoro scientifico sviluppato al Civile dimostrano solo piccoli aumenti di casi dei pazienti colpiti dal virus
Due operatori sanitari nei corridoi dell’ospedale civile di Brescia
Due operatori sanitari nei corridoi dell’ospedale civile di Brescia
Due operatori sanitari nei corridoi dell’ospedale civile di Brescia
Due operatori sanitari nei corridoi dell’ospedale civile di Brescia

Che il Covid non sia amico del cuore è provato, complice l’impatto negativo sulle malattie cardiovascolari e i danni innescati dall’infiammazione fuori controllo. A farne le spese non sono solo la sua elasticità e l’agilità nel contrarsi per pompare il sangue nell’organismo, ma anche quel sostrato elettrico che scandisce il lavoro del cuore secondo un ritmo naturale, come fosse musica. Diversi sono gli studi che hanno documentato aritmie cardiache nella fase acuta dell’infezione. Fino a situazioni estreme accadute anche al Civile - fortunatamente solo in due casi – di trentenni con miocardite cui è stato impiantato un pacemaker perché il Covid aveva attaccato il sistema di conduzione elettrica del cuore. E’ peraltro esperienza comune a molti pazienti positivi a Sars-Cov-2 avvertire palpitazioni e alterazioni del battito. Se la maggior parte delle aritmie sono innocue, ce ne sono alcune che rappresentano un pericolo, come la fibrillazione atriale, causa di ictus e scompenso, e altre aritmie maligne che possono arrecare gravi danni ai diversi organi.

La domanda che molti si pongono è se dopo che si è guariti si può archiviare la vicenda Covid, o ci sono conseguenze a lungo termine da tenere presenti? Un’ipotesi che è stata avanzata riguarda proprio le aritmie, che potrebbero comparire anche a distanza di tempo. A fare chiarezza su questa eventualità non poteva essere che Brescia, città epicentro delle prime e più violente ondate pandemiche: il professor Antonio Curnis, responsabile del laboratorio di Elettrofisiologia degli Spedali Civili, ha iniziato già da marzo 2020 insieme alla sua équipe ad arruolare i pazienti Covid che venivano dimessi dalla Cardiologia del Civile (di questi metà ricoverati con una cardiopatia preesistente, metà per problemi di nuova insorgenza come miocarditi da Covid o infarto). Lo studio, denominato «1000 ritmi del cuore» è sostenuto dalla Fondazione Spedali Civili, che ha stanziato 95 mila euro per acquistare apparecchi holter «RootiRx» di ultima generazione insieme al materiale di supporto: si tratta di mini-device di 14 grammi assicurati al torace da speciali adesivi, che consentono di registrare nelle 24 ore non solo il tracciato elettrocardiografico ma anche la pressione del sangue e le apnee notturne.

Dal 2020 ad oggi sono oltre 300 i pazienti seguiti con monitoraggio holter a 6 mesi dalle dimissioni. «Il primo obiettivo dello studio è stato la determinazione della prevalenza di aritmie sintomatiche e asintomatiche – spiega Curnis -. Non avevamo idea di quello che avremmo trovato, perché eravamo davanti a un campo di indagine completamente nuovo, ma necessario per tracciare l’andamento delle aritmie nella fase acuta e dopo la guarigione completa».

I risultati finora emersi sono rassicuranti. «Abbiamo rilevato un lieve incremento di pazienti con fibrillazione atriale, un aumento che non è tuttavia significativo, mentre non abbiamo riscontrato una crescita di altre aritmie minacciose, come invece ci saremmo aspettati. Abbiamo invece registrato un aumento del 25-30% di apnee ostruttive notturne legate probabilmente al Covid, che vanno tenute presenti come primo possibile segno di discomfort per polmoni, cervello e aritmie - analizza il coordinatore dello studio -. Nel complesso, non aver trovato variazioni significative rispetto alla popolazione generale ci rende abbastanza tranquilli sull’eventualità di sviluppare aritmie a lungo termine, anche se è necessario proseguire con il follow up nel tempo, con richiami a distanza di un anno e oltre, per capire se i riscontri individuati erano legati alla fase post acuta del Covid».

Mentre i risultati preliminari, presentati all’ultimo congresso della Società italiana di Cardiologia, sono prossimi alla pubblicazione su una rivista scientifica internazionale, l’indagine va avanti. «Continueremo a sostenere il progetto, per cui abbiamo stanziato un fondo riservato - conferma Marta Nocivelli, presidente di Fondazione Spedali Civili -. Questo studio, infatti, oltre al risalto scientifico ha una valenza importante anche per i pazienti arruolati, che si sono sentiti rassicurati trovando un punto di riferimento e una presa in carico post Covid».•.