«Io, Enrico
Ghidoni, il signore
dei ghiacci»

Enrico Ghidoni, Chicco per gli amici, è nato a Brescia nel 1954
Enrico Ghidoni, Chicco per gli amici, è nato a Brescia nel 1954

Quell’uomo che sfida e addomestica le distese di ghiaccio viene dalla Valtrompia e non ha nulla in comune con gli sherpa nepalesi che per campare s’arrampicano verso gli «ottomila» di turno portando zaini e merci degli «ardimentosi» in cerca di successo e di visibilità. Quest’uomo, che adesso mi guarda dritto negli occhi per scoprire di quali domande sarà investito e da quali parole dovrà proteggersi, si chiama Enrico Ghidoni (Chicco per gli amici) è nato a Brescia nel 1954, è stato bimbo-giovinetto a Milano ma con la borsa sempre pronta per correre a Ludizzo di Bovegno, paesello montano della Valtrompia, dove i nonni paterni gli spalancavano volentieri la casa e lui imparava l’arte di correre e resistere un minuto in più di qualunque suo coetaneo.

Dopo quelle scorribande Enrico tornava a Milano e allontanava la tentazione di piantare tutto per darsi globalmente alle amiche montagne. Resistette, ma poi, non riuscendo più a respirare aria impregnata di fumi invece che di odori e profumi di bosco, lasciò le case milanesi, dove «tra catrame e cemento» neanche l’erba aveva diritto di crescere libera e felice, e approdò a Ludizzo di Bovegno diventando operaio per vivere, ma sognando di fare l’agricoltore, umile servitore della terra, magari trovando tempo e risorse per andare alla scoperta della neve e del ghiaccio. Enrico Ghidoni, senza volerlo, è diventato negli anni, cioè dopo aver misurato e scardinato le piste ghiacciate dell’Alaska e del Canada e aver portato a casa vittorie e trofei, uno dei «duri e puri» di cui va fiera la cronaca e per il quale illanguidiscono le platee degli appassionati di montagna e di camminata estrema. Ma «non c’è niente di razionale in quello che faccio, ma lo faccio – dice – perché il vero senso della sfida è accettarla, non vincerla». Lui entrò nella logica della sfida quando gli anni novanta s’apprestavano a cedere il passo al nuovo millennio. «Scoprii – racconta con naturale semplicità montanara - che in Alaska, in pieno inverno, si svolgeva una gara estrema. Decisi che quella era un’esperienza da fare». La fece, tornò a rifarla e anche a vincerla, e non una volta sola. Di queste vittorie, piazzamenti e fatiche consumate per arrivare e ripartire son piene le cronache e, d’accordo con lui, evito altri panegirici. Quindi…

Ma lei, che ci fa qui adesso?

«Respiro aria di casa, misuro le certezze che conservo gelosamente nel cuore, rinsaldo l’innamoramento del bello che sta dentro di me, contemplo e mi beo del sogno realizzato, ascolto il richiamo del vento e del freddo pungente, ascolto i bambini che vogliono sapere se e come si può non avere paura del freddo, cerco di spiegare al mondo che mi circonda che niente è più speciale del giorno che ogni giorno saluta il sole e aspetta la luna».

Vuol dire che la vita è bella?

«È bellissima e merita d’essere vissuta, costi quel che costi. Non solo: proprio perché è bella è necessario sminuzzarla e regalarla ai giovani perché possano gustarla con serenità, lasciando spazio alla gioia e al bello, cercando condivisioni sincere e mai dettate dal solito interesse».

Però, la realtà è ben diversa…

«…anche complicata, complicatissima. Colpa di noi che ai giovani abbiamo concesso e donato tutto e il contrario di tutto. Di fronte al vuoto in cui vivono troppi giovani, ammettendo prima di tutto le nostre responsabilità, dobbiamo avere il coraggio di riprendere le fila di un discorso che racconta la natura, il territorio, la bellezza dello stare insieme, l’importanza del poco rispetto al tanto vantato e desiderato, la certezza di infinito… Non perché si stava meglio quando si stava peggio, ma per dare senso alla speranza di un mondo migliore».

Facile a dirsi. Ma è anche possibile farlo?

«Non sono un uomo di cultura, ma credo fermamente che la soluzione stia nella cultura: quella popolare; quella che sta nascosta tra libri ed esempi, che si acquisisce studiando, ristudiando e leggendo; quella che dà valore all’essere piuttosto che all’avere. Però, è sempre il verbo avere a predominare… Così è fin quando non provi l’emozione di un silenzio che dura più di un giorno, di un paesaggio incontaminato, di gente che cammina e fatica insieme dividendosi cibo e acqua, di felicità che di cui cogli l’attimo fuggente attraverso un sorriso o un abbraccio, quando percepisci i sintomi dell’innamoramento, quando ti senti uguale a tutti, uno tra tanti amici sinceri e veri, oppure quando metti la natura – la madre terra - sopra ogni interesse e quando scansi l’apparire e scegli di stare in gruppo per fare e dire piccole e grandi cose».

Lei sembra vivere sospeso tra cielo e terra. O no?

«Avendo sentito il brivido di stare tra la vita che si oppone alla morte – mi capitò in mezzo al ghiaccio, coi piedi che non rispondevano più e il cuore che sembrava addormentato -, sto bene tra cielo e terra, dove mi sento vivo, libero, felice, soddisfatto di ciò che sono stato e che sono, riconoscente nei confronti di chi mi ha aiutato a crescere e a sperimentare la bellezza di una corsa solitaria tra neve e ghiacci».

Non è che da quelle parti ha sentito la presenza di un Dio grande e sconosciuto?

«L’ho avvertita; ho sentito la presenza di quel Dio grande e misericordioso che il vangelo racconta e propone e mi ha aiutato a comprendere lo scorrere del tempo. Quel buon Dio l’ho cercato insistentemente… Poi l’ho trovato nel mezzo di delusioni, dentro la felicità suggerita dall’immensità del silenzio e anche nelle delusioni e nelle amarezze di cui la vita è sempre condita».

Dunque, la felicità esiste?

«Oh se esiste! L’ho vista, toccata, sfiorata nella fatica, nella gioia di avere qualcuno vicino, in un granello di sabbia, dentro la natura che mi metteva di fronte alla lepre bianca impaurita dal fruscio delle racchette che affondavano nella neve, nella corsa del lupo solitario che ululava alla luna. L’ho misurata sentendomi spettatore del più grande spettacolo del mondo: quello recitato dalla natura, dagli animali, dall’umanità in cammino».

Nella corsa tra i ghiacci non le è mai capitato di pensare che niente dipendeva da lei, che tutto era regolato da una forza invisibile?

«In ogni occasione, anche la più drammatica, non ho mai perso di vista la speranza, quella che mio padre scriveva sempre con l’iniziale maiuscola perché, diceva, di sicuro proviene dal cielo. La “forza invisibile” era pronta a dirmi che non dipendeva da me; io accettavo la lezione e camminavo, camminavo con la certezza che oltre l’ultima montagna di neve e ghiaccio c’era qualcuno che mi aspettava, magari anche un’altra sfida da accettare e portare a termine.

Un’altra solitaria tra i ghiacci?

«Non pianifico, non ci penso; però, pur non essendo obbligatorio, può darsi che si possa fare. Magari quelle “mille miglia” nella neve a cui ho pensato ma alle quali ho fino adesso rinunciato».

Potrebbe allora cimentarsi a piedi nella brescianissima e paludata «Mille Miglia»…

«No, no. L’asfalto non profuma di buono e fa a pugni con la natura. Non riuscirei neppure a fare le prime cento miglia. Mi mancherebbe l’essenziale…».

E cioè?

«Il rumore della neve e del ghiaccio che accarezzano i miei piedi, una tenda con un letto di neve in cui riposare, compagni d’avventura disposti a condividere piuttosto che a competere, il silenzio interrotto soltanto dal fruscio del vento».

Sembra l’inizio di un trattato di filosofia esistenziale…

«Per fortuna non sono e non mi sento un filosofo. Però amo e rispetto la vita, ascolto le lezioni che provengono dai vecchi abitanti della montagna, abbraccio chi mi saluta, tendo le mani a chiunque voglia stringerle in segno di pace e di amicizia».

Adesso che ha messo i sessant’anni oltre le spalle, come intende procedere?

«Innanzitutto cercherò di restituire alla famiglia tutto il tempo che le ho sottratto, poi eviterò di appendere le scarpette al chiodo, non perché voglia gareggiare all’infinito ma perché mi piace pensare di poter camminare ancora a lungo; strada facendo continuerò a rispondere agli inviti, soprattutto a quelli che presuppongono il racconto delle mie emozioni, delle mie fatiche e delle mie speranze fatte di parole, di racconti, di visioni e di emozioni».

Anche di politica?

«Di fronte allo spettacolo offerto da persone capaci soltanto di odiarsi, preferisco passare oltre. In ogni caso direi a loro quel che ho imparato da un vecchio abitante dell’Alaska, e cioè che “l’uomo incapace di vivere in pace è un uomo senza virtù”, che “ogni passo è verità”, che “la vita, come la morte, è un dono”».

Luciano Costa