«K2, un’impresa storica Con la prima invernale l’alpinismo arriva al top»

L’enorme piramide del K2: l’ultimo ottomila ancora inviolato nella stagione invernale è stato conquistato
L’enorme piramide del K2: l’ultimo ottomila ancora inviolato nella stagione invernale è stato conquistato

K2, la montagna più difficile della terra detta «la montagna degli italiani». Non a caso sino a ieri era l'unica vetta dei 14 ottomila a non essere ancora stata raggiunta anche in inverno quando le condizioni, già proibitive in tutte le stagioni, diventano ancora più estreme. Seconda montagna più alta del mondo, raggiunta per la prima volta da Achille Compagnoni e Lino Lacedelli nel 1954, oggi, dopo 67 anni, una spedizione nepalese impegnata da settimane nell'impresa ne ha raggiunto la cima nel pieno dell'inverno del Karakorum. L'evento «è una soddisfazione per tutto il mondo alpinistico» sostengono il triumplino Silvio Mondinelli e Fausto De Stefani di Castiglione delle Stiviere ed ex- istruttore della Scuola Adamello del Cai di Brescia. Entrambi hanno salito tutti i 14 ottomila; anche se a De Stefani è stata pretestuosamente contestata la salita al Lhotse. I due forti alpinisti di casa nostra sono concordi nel sottolineare la forza degli sherpa. I nepalesi sono arrivati in dieci sulla seconda cima più alta della terra. Sembra siano arrivati tutti assieme aspettandosi a pochi metri della agognata meta. Un bel salto di qualità per alpinisti che sino ad oggi erano considerati nelle imprese himalayane figure di secondo piano. «Senza di loro tanti superman occidentali non sarebbero mai arrivati su quelle montagne» afferma però De Stefani; «Ho sempre detto che i nepalesi, se hanno l'attrezzatura giusta, hanno i numeri, fisici e di testa, per ottenere grandissimi risultati. E questa è comunque una grande impresa; anche se bisogna vedere in che condizioni hanno trovato la montagna». Che a volte, per particolari situazioni climatiche, «può causare meno difficoltà che nelle altre stagioni» sostiene Mondinelli; «in ogni caso una vittoria alpinistica è essere nel posto giusto al momento giusto ed a loro è capitato». Così Mingma Galje, Kili Pemba, Nirmal Purja (l'unico della combriccola non di etnia sherpa), Dawa Tempa, Dawa Tenjin, Pem Chiiri, Mingma Tenzi, Mingma David, Sona Sherpa e Gelja Sherpa hanno aggiunto i loro nomi a quelli dell'italiano Simone Moro, del kazako Denis Urubko e di diversi alpinisti polacchi autori delle prime invernali sugli altri ottomila. «La forza degli sherpa è impressionante. Quando li ho visti all'opera nella mia prima spedizione mi sono meravigliato» racconta De Stefani. «Si scende, si sale, si ridiscende e mentre noi presunti grandi alpinisti ci stravaccavamo stanchi nelle tende, loro continuavano a lavorare». Del resto sono sulle loro montagne, abituati più di noi all'aria rarefatta ed alla quota. «Sono delle vere macchine da guerra; alcuni di loro hanno fatto l'Everest anche più di dieci volte» sentenzia Mondinelli che pure è uno che in montagna, in qualsiasi condizione, non si stanca mai. «Macchine umane - aggiunge De Stefani - e non solo in montagna ma anche nelle faccende di tutti i giorni. La facilità con cui si caricano pesi scandalosamente pesanti è proverbiale». Partiti alle 4 dall'ultimo campo intermedio i 10 nepalesi hanno impiegato 13 ore per raggiungere gli 8611 metri dell'aerea sommità del K2, sulla linea di confine tra Pakistan e Cina, e dominare da lassù una bella fetta di continente asiatico. TUTTI I DIECI avrebbero dovuto, secondo il progetto della spedizione, utilizzare la bombole d'ossigeno. Il vero alpinismo himalayano di punta è da un po' che ha bandito l'uso dell'ossigeno, paragonato un po' al doping negli altri sport. Myngma Galje e Nirmal Purja avevano dichiarato che non l'avrebbero utilizzato. «Se l'ossigeno è stato usato - ritiene Mondinelli - sono stati bravi ugualmente ma l'impresa non è niente di eccezionale; se invece non l'hanno usato allora il bravi diventa bravissimi». Delle bombole dovrebbero averne approfittato solo gli sherpa incaricati del lavoro di fatica più pesanti come attrezzare e rendere più sicuri i tratti più pericolosi della scalata. Dopo il felice esito della salita si attende con ansia il ritorno degli alpinisti. Una discesa che dovranno fare di notte. La cosa più importante di tutte nell'alpinismo è comunque «tornare a casa» conclude Mondinelli che con tutta la sua esperienza sa bene che le maggiori insidie le nasconde la discesa. •

Fausto Camerini