Non c’è il lavoro per donne: «Parità di genere? Lontana»

I dati sul lavoro  dimostrano  che la società non è a misura di donna
I dati sul lavoro dimostrano che la società non è a misura di donna
I dati sul lavoro  dimostrano  che la società non è a misura di donna
I dati sul lavoro dimostrano che la società non è a misura di donna

Parafrasando McCarthy verrebbe da dire che Brescia «non è un paese per giovani donne lavoratrici», soprattutto in epoca post pandemica. I dati Istat pubblicati lunedì – è l’aggiornamento annuale degli indicatori del Benessere equo e solidale – parlano chiaro: le donne under 30 in provincia di Brescia fra il 2019 e il 2020 hanno perso nove punti percentuali in termini di occupazione (da 43,9 a 34,9 per cento). Numeri che fanno dire ai sindacati: «Siamo ancora una società maschilista e culturalmente arretrata». «È inutile negarlo: quando una donna si presenta ad un colloquio di lavoro, la domanda su quanti figli ha o intende fare prima o poi arriva», spiega Mario Bailo, segretario generale Uil Brescia. «Viviamo in un Paese arretrato che non guarda alle donne come a delle risorse ma solo nei termini in cui possono soddisfare la domanda di lavoro. Del milione di posti di lavoro persi l’anno scorso durante la pandemia, il 70 per cento riguarda le donne, siamo lontani anni luce dalla parità di genere». Il problema, in misura minore, riguarda anche i maschi: «Sui giovani non c’è un’inversione di tendenza. Quando chiedevamo forme di flessibilità in uscita per permettere il ricambio generazionale, parlavamo proprio di questo ma nulla è stato fatto». Francesco Bertoli, segretario generale Cgil Brescia, ha una visione molto chiara delle motivazioni dell’abbattimento dei posti di lavoro nell’ultimo anno: «Le donne trovano generalmente occupazione nei settori più fragili che sono stati spazzati via, o messi a dura prova, dalla pandemia. Il Covid ha colpito fortemente alcuni comparti che faticano a rialzarsi, e con loro anche l’occupazione femminile ad essi collegata. Il governo sta lavorando per incentivare l’occupazione femminile anche nei settori più protetti, che non siano così esposti agli eventi com’è accaduto durante la pandemia. Altrimenti ci ritroveremo ciclicamente in questa situazione». Ad allargare ancor più l’orizzonte è Alberto Pluda, segretario generale Cisl Brescia: «A Brescia, come nel resto del paese, si fatica a costruire un modello scolastico diverso in grado di recuperare il disallineamento fra mondo del lavoro e preparazione». Ma la colpa non è tutta del sistema scolastico: «Mancano vere agenzie di collocamento in grado di orientare i lavoratori, i salari sono bassi e non aiutano i giovani a crearsi da soli una famiglia e la flessibilità, che sembrava la risposta a tutti i problemi, è diventata estrema precarietà». Tutto questo, a Brescia e non solo, è aggravato dalla questione di genere: «La nostra provincia è una delle più industrializzate, ma sull’occupazione femminile siamo sotto i parametri stabiliti nei trattati europei. Dopo la maternità, le donne si trovano ancora a dover scegliere fra famiglia e lavoro – continua Pluda – perché mancano servizi che possano aiutare a conciliare i tempi famiglia-lavoro, perché si dà ancora per scontato che siano loro soltanto a dover accudire i figli mentre gli uomini possono dedicarsi al lavoro e alla carriera». L’inversione di tendenza non sembra dietro l’angolo perché si tratta di «un cambiamento culturale alla radice che possa dare alle giovani donne la stessa dignità lavorativa dei colleghi maschi» ha concluso il segretario Cisl.•. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Silvana Salvadori

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