Sulle sub aree
regionali la richiesta
è bipartisan. «Ora si faccia sul serio»

Giampietro MaffoniProvvedimenti restrittivi in base a dati di ogni singolo territorio potrebbero aiutare attività in affanno
Giampietro MaffoniProvvedimenti restrittivi in base a dati di ogni singolo territorio potrebbero aiutare attività in affanno

Suddividere la Lombardia in macro aree sub regionali in modo da poter differenziare i provvedimenti sulle fasce di colore? Il consenso è bipartisan, ma non da oggi. La possibilità contenuta nel Dpcm emanato ad autunno e sollecitata nei giorni scorsi dal primo cittadino di Brescia, Emilio Del Bono, è auspicata dai sindaci della provincia. Tanto che, ricordano alcuni, a novembre ci fu un incontro con il prefetto per chiedere un chiarimento sui 21 parametri usati per la suddivisione cromatica del territorio nazionale e capire se fosse possibile attuare quella differenziazione sub regionale prevista dal decreto ministeriale. Non solo, qualche primo cittadino si è anche mosso indipendentemente inviando a Roma proposte scritte di suo pugno. GIAMPIETRO Maffoni, sindaco di Orzinuovi, esponente di Fratelli d’Italia e senatore, spiega che già lo scorso novembre sollevò la questione. «La proposta ci può stare, dobbiamo prendere atto della province che applicano con rigore le restrizioni e stanno avendo buoni risultati. Non possiamo bloccare in modo assoluto l’economia perché il momento è davvero drammatico» commenta Maffoni. Sulla soluzione ribadita da Del Bono, quindi, «non posso che essere favorevole visto che su questo tema mi ero già espresso anche con un’interrogazione nella quale facevo presente che la provincia di Brescia, come altre in Lombardia, in termini di abitanti e superficie può essere paragonata a una regione. Posto che ci siano le condizioni supportate dai numeri, direi che sarebbe un bene considerare la possibilità di distinguere le zone, per non penalizzare tutti». «Limitare il disagio dei cittadini in base a parametri condivisi potrebbe, forse, rendere più accettabili le decisioni» aggiunge Federico Casali, sindaco leghista di Ghedi. «Se le problematiche relative alle chiusure si potessero circoscrivere in base alla reale situazione epidemiologica di determinati territori, sarebbe una buona cosa. La Lombardia – evidenzia – con i suoi dieci milioni di abitanti è una sorta di piccolo stato». Resta da capire, conclude Casali, «a chi spetterebbe decidere in merito alla definizione delle zone». «Il sindaco di Brescia non dice nulla di nuovo» puntualizza Marco Togni (Lega), sindaco di Montichiari. «A novembre, quando l’emergenza ha colpito maggiormente Milano, Como e Varese rispetto alla nostra provincia, noi sindaci siamo andati dal prefetto per far presente che non sarebbe stato giusto inserire tutta la regione in zona rossa o arancione. Già il Dpcm di novembre parlava di “territori”, quindi anche di “porzioni”. Sicuramente ci sono realtà con numeri differenti. Lo abbiamo fatto presente tutti, non solo Del Bono. Il perché, poi, non vengano utilizzati questi criteri quando la normativa lo prevede, bisognerebbe chiederlo al ministro Speranza». La possibilità di individuare aree sub regionali, precisa Togni, «va fatta sentito il parere delle Regioni, ma è il ministero a dover decidere, non la Regione». Guido Malinverno, che a Desenzano guida l’amministrazione di centrodestra, ha una sua proposta, già approdata sui tavoli romani: restrizioni in base alla situazione epidemiologica in ogni Ats. E così la spiega: «Abbiamo due Ats (Brescia e Montagna) che gestiscono un milione e duecentomila abitanti in provincia di Brescia. Affidiamoci a loro, che hanno le competenze» Non macro aree, quindi, «ma ambiti che corrispondono a quelli delle Ats che hanno in mano i dati sui contagi con l’esatta percezione di quanto accade sul territorio. Bisogna essere in grado di calcolare l’Rt sulla base di 20 parametri? Se il ministero comunica la procedura al direttore di Ats, ritengo che quest’ultimo sia in grado di farlo». Ma vale anche il contrario: «I dati delle Ats vengano inviati a Roma e siano valutati non per Regione, ma in base alle Ats presenti sul territorio per decisioni il più possibile rispondenti alla realtà». Il sindaco di Desenzano chiede anche «valutazioni più rapide, perché la gente non ce la fa più». Se la proposta di Malinverno si è persa nei faldoni del ministero, a Lumezzane il sindaco Josehf Facchini (centrodestra) accarezza l’idea di aver contribuito alla deroga per i comuni con meno di 5mila abitanti. «I primi di dicembre ho inoltrato a tutti i sindaci di Brescia una lettera nella quale si chiedeva al presidente del Consiglio e al ministro della Salute una modifica del Dpcm finalizzata a consentire gli spostamenti durante le feste natalizie per non creare differenze significative tra chi abita nei piccoli comuni e coloro che invece risiedono in città di medie e grandi dimensioni. In molti l’hanno firmata» spiega con soddisfazione. «Non so se la lettera è servita, ma le piccole concessioni fatte dal Governo mi hanno fatto pensare a un successo». POI L’AFFONDO: «Visto che i rappresentanti sono del suo stesso colore politico, Del Bono potrebbe agire in maniera più efficace mandando una lettera a Roma. Alle dichiarazioni faccia seguire azioni. Fontana, con il suo ricorso al Tar, quanto meno ci prova». «Pienamente d’accordo» con il primo cittadino di Brescia è Ezio Mondini, sindaco di Darfo Boario alla guida di un’amministrazione di centro sinistra. «La Lombardia è una regione grande e anche la nostra provincia lo è. Chiaro che ci sono territori maggiormente interessati dalla diffusione del contagio, una distinzione in macro aree permetterebbe alle altre, quelle in condizioni migliori, di poter riprendere alcune attività per dare un minimo di ossigeno». «Lo strumento normativo c’è – evidenzia Gabriele Zanni, sindaco di Palazzolo (centrosinistra) – varrebbe la pena utilizzarlo». E tocca un punto fondamentale, già ribadito da Del Bono: «Fare macro aree sub regionali non significa venir meno al principio solidaristico degli ospedali. L’importante è che i dati possano essere spacchettati». Nella lettera consegnata al prefetto lo scorso novembre due erano le richieste: «Trasparenza dei dati con ripartizione tra le province e, in caso di evidenze meno allarmanti, la possibilità di procedere con una differenziazione nella regolamentazione delle varie aree». Punto a capo: i sindaci bresciani tornano a chiederlo. •

Paola Buizza