Tina Anselmi,
la libertà in
piazza Loggia

di Giuseppe Spatola
L’onorevole Tina Anselmi a destra in piazza Loggia in 28 maggio ’84
L’onorevole Tina Anselmi a destra in piazza Loggia in 28 maggio ’84
L’onorevole Tina Anselmi a destra in piazza Loggia in 28 maggio ’84
L’onorevole Tina Anselmi a destra in piazza Loggia in 28 maggio ’84

Giacca in flanella marrone, camicia abbottonata fino alla penultima asola, gonna a pieghe rigorosamente sotto le ginocchia e comode ballerine per «camminare tra la folla» senza fronzoli. Così Tina Anselmi il 28 maggio 1984 sfidò piazza Loggia nel decennale della strage. Fischi e «parole grosse» schernite dal selciato verso tutti i politici colpevoli di non trovare soluzioni alla «mattanza neofascista».

E lei, che in seno alla Dc era stata soprannominata la «Tina Vagante» per il ruolo di presidente della commissione P2 che ricopriva con integerrima solerzia, a Brescia non si scompose neppure per un istante. «I fischi - disse sotto il palco dopo l’intervento - mi lasciano indifferente, anche se non me li aspettavo». Diretta e schietta, con l’aria un po’ casalinga, l’onorevole Anselmi quel giorno accenna alla strage di Brescia e alle pesanti responsabilità che sarebbero ricadute sull’allora comandante della divisione Pastrengo di Milano, definito il «piduista Palumbo».

A chi le chiese conto dei collegamenti tra l’eccidio del ’74 e la massoneria Tina Anselmi rispose ruvidamente: «E’ emersa l’occupazione dei vertici dei servizi segreti da parte della P2».

Di più l’Anselmi non disse, allontanando discretamente i microfoni e i taccuini ricordando come «quegli anni di piombo non sono passati invano e la democrazia ha saputo fermare il disegno di destra e moderato il tentativo antidemocratico del potere occulto».

Un punto fermo ribadito cinque mesi più tardi, il 13 ottobre dello stesso anno, quando da onorevole partecipò ad un incontro delle Acli bresciane nella sala del Centro Paolo VI. Davanti al pubblico delle grandi occasioni, spinto dalla voglia di partecipare a una politica «fatta da giganti», la Anselmi denunciò con naturalezza come da Ministro alla Salute una industria farmaceutica le avesse offerto 32 miliardi. «Volevano comprarmi - disse ai bresciani -. La risposta fu seccamente no».

LA STESSA RISPOSTA che ieri si è dato Manlio Milani, presidente della Casa della Memoria, ricordando la politica e la donna delle istituzioni. «Non ricordo i fischi in piazza Loggia ma solo la sua umanità - ha ricordato Milani -. Con lei partecipai a una serie di iniziative. Il ricordo più vivo? La sua straordinaria dolcezza. Un modo di porsi non da politica. Aveva la passione, ma allo stesso tempo aveva una straordinaria umanità che andava oltre a tutto il resto. Fu lei a misurare quanti uomini dentro lo Stato non facevano quello che istituzionalmente avrebbero dovuto fare. Lei era rigidamente ancorata all’idea di Stato e al rispetto delle regole che volle concludere il suo lavoro alla commissione P2». E sulla strage di Brescia il pensiero è più politico. «Su piazza Loggia fu colpita da due cose: le vittime tra gli insegnanti e l’idea di antifascismo che veniva messo in risalto attraverso la violenza esercitata. Lei vedeva la sua lotta come un punto di riferimento per lo sviluppo della società. Il suo passato riviveva attraverso la storia della manifestazione antifascista, tragica da un lato ma piena di speranza dall’altro. Tutto come la sua vita, dove la politica era parte della sua umanità». Giuseppe.spatola@bresciaoggi.it