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21.01.2020

Assalto neonazista, due bresciani a giudizio

Svastiche e bandiere sequestrate durante le indagini
Svastiche e bandiere sequestrate durante le indagini

Tra i tredici nomi della formazione neonazista che la Procura di Como ha portato in giudizio ci sono che quelli di due bresciani: William Reccagni 46 anni di Concesio e Federico Aradori 27 anni di Ospitaletto. Insieme a loro il pubblico ministero Simona De Salvo e il procuratore Nicola Piacente hanno citato a giudizio, con l’accusa di violenza privata i comaschi Moreno Caccia (44 anni di Faloppio, considerato l’organizzatore del raid), Paolo De Lazzer (45 anni di Cassina Rizzardi) e Dario Licotti (39 anni di San Fermo); i genovesi Giorgio Gardella e Maximilian Tinelli (originario di Oggiono); i mantovani Ivan Sogari e Luca Bellini; i piacentini Manuel Foletti, Thomas Imprezzabile e Alfredo Meroni e il lodigiano Alessandro Magnoni. Il processo si terrà il 6 novembre prossimo. Nel fascicolo emerge con chiarezza come il gruppo skinhead, che nel novembre 2017 ha fatto irruzione nel corso di una riunione di Como Accoglie, si preparasse ad atti dimostrativi importanti. E le fotografie messe agli atti non lasciano dubbi: c’è chi usa la bandiera nazista come una coperta in cui avvolgere il figlio o chi venera la svastica appesa sopra la testata del letto. Un insieme di documenti che incastrerebbero anche i due bresciani coinvolti dell’indagine durata oltre due anni e chiusa appunto con il decreto di citazione diretta in giudizio. In aula quindi arriveranno le prove raccolte durante le perquisizioni e, soprattutto, le memorie di computer e telefoni cellulari da cui sono emersi gli elementi più inquietanti dell’intera inchiesta. DAL TELEFONINO di De Lazzer - ad esempio - gli agenti della Digos di Como hanno estratto manifesti di eventi in memoria di soldati nazisti, foto di Hitler e di Mussolini, foto di svastiche. Da quello di Maximilian Tinelli foto di raduni di nostalgici impegnati nel saluto romano, aquile naziste, svastiche, immagini dell’immancabile fuhrer e la foto di un soldato nazista che spara con il mitra sopra la scritta «welcome refugees». Ma forse le foto più inquietanti sono i selfie di uno dei partecipanti con la casa addobbata con bandiere naziste, utilizzate come coperta per tenere al caldo un bambino. Un quadro che ora dovrà passare al vaglio dei giudici. Prove raccolte e fotografie rimaste agli atti non consentono altre letture se non quelle che hanno portato all’accusa di violenza privata. • Giuseppe.spatola@bresciaoggi.it

Giuseppe Spatola
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