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16.01.2020

Caos accoglienza:
249 rifugiati ancora
in attesa di un tetto

Un richiedente asilo al «Pampuri», uno dei centri di accoglienza che hanno ridotto la capienza
Un richiedente asilo al «Pampuri», uno dei centri di accoglienza che hanno ridotto la capienza

Scade oggi l’avviso urgente per manifestazioni di interesse della prefettura che doveva trovare 300 posti mancanti per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Come accaduto un po’ ovunque nel Paese, anche a Brescia molte realtà si sono tirate fuori dal sistema dopo l’introduzione delle nuove regole volute dal Governo giallo verde, ministro Matteo Salvini, che abbassavano drasticamente il contributo giornaliero per ospite, fino a un minimo di 18 euro dai 35 di prima, riducendo l’accoglienza, si è detto, al puro vitto e alloggio, privata dei contorni sanitari, di formazione e integrazione. Alcune piccole sigle hanno rinunciato non essendo più in grado di far fronte agli affitti e alle retribuzioni degli operatori, altre per principio non hanno voluto aderire. Risultato: a fronte di un bando, più volte prorogato, per 1710 posti, mancavano 200 risposte dagli enti con capienza fino a 50 posti, 100 dai collettivi fino a 300 posti. Oggi le presenze sono calate rispetto a quella ipotesi, sono 1010 i rifugiati nel Bresciano, tuttavia mancano ancora soluzioni per 249 stranieri. Alla fine dell’anno è stato emanato l’avviso che riguarderà la presa in carico per un arco breve, in attesa che venga pubblicato un altro bando. E’ stato un periodo frenetico quello a cavallo delle feste natalizie, con la necessità di trovare combinazioni transitorie e di spostare i rifugiati seguiti da chi non era più dentro l’insieme del bando divenuto attivo dal 2 gennaio. I traslochi oltretutto non sono stati indolori: per alcuni impegnati in attività di inserimento lavorativo, di formazione, di lavori socialmente utili non era semplice passare da un luogo all’altro.


COSÌ È ACCADUTO anche che certuni se ne andassero per i fatti propri, cercando un appoggio diverso. Sono andati a ingrossare il numero fantasma, per ora non monitorato con certezza, dei titolari di permesso umanitario che non hanno più diritto di entrare negli Sprar. «Ne perdiamo le tracce» sostiene il Forum del Terzo Settore che ha più volte denunciato il rischio di aumento degli irregolari. In Italia sono calcolati in 600mila gli invisibili e aumenteranno in giugno con la scadenza di molti permessi umanitari in vigore, a meno che il nuovo Governo non intervenga sul decreto Salvini. Proprio ieri La Repubblica ha scritto dell’obbligato licenziamento di 120 lavoratori assunti da un’azienda di Parma a cui era stata negata la possibilità di cambiare il permesso umanitario in permesso di lavoro. Il tutto è stato complicato in quei giorni anche dalla partenza del prefetto vicario Salvatore Pasquariello che si occupava della questione, diventato prefetto di Sondrio. Al suo posto è giunta Patrizia Adorno, nuovo interlocutore per il mondo di cooperative, associazioni, privati dell’accoglienza diffusa bresciana. Alcuni grossi centri come il Pampuri o la Caritas hanno ridotto la capienza. «Noi abbiamo aderito al bando con 89 posti e non di più, perché vogliamo, integrando con le nostre forze, continuare a garantire il livello di accompagnamento precedente e non bastano certo i 18 euro al giorno» afferma Stefano Savoldi di Caritas. K-Pax, Adl Zavidovici non sono più nei Cas, continuano con lo Sprar. Assieme alla Rete stanno raccogliendo fondi dentro la campagna «Io accolgo» per sostenere persone fuori dall’apparato. «Abbiamo già ricevuto 35mila euro e cominciato con il percorso di tre richiedenti, un vero percorso di integrazione e preparazione al lavoro, all’autonomia» spiega Agostino Zanotti di Adl.

Magda Biglia
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