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20.09.2019

Commercio,
boom di bar
e ristoranti: +60%

Soprattutto in centro storico crescono i bar e i ristoranti
Soprattutto in centro storico crescono i bar e i ristoranti

Aumentano i negozi della città. I più avrebbero scommesso del contrario, e avrebbero perso. A certificare che il commercio bresciano è riuscito ad attraversare in crescendo gli anni della crisi è una recente indagine dello Staff statistica del Comune sui dati Tari (i più affidabili) degli ultimi 10 anni. E i numeri dicono che nel complesso i negozi sono saliti dai 3.845 del 2008 ai 4.708 di un anno fa. Artefici della crescita sono soprattutto i pubblici esercizi con bar e ristorazione che segnano un più 60 per cento, mentre gli alimentari soffrono un po’ e i beni durevoli tengono grazie all’elettronica. Un recentissimo aggiornamento del settore Commercio, poi, aggiunge 38 nuove aperture (30 per cento in centro storico) nello scorso agosto, in genere considerato un mese morto, con 16 negozi all’ingrosso e 21 pubblici esercizi, solo uno dei quali in centro. In barba all’opinione corrente e nonostante il diffondersi dell’e-commerce, dunque, il commercio tiene. «Volevamo avere i numeri per capire come muoverci – dice Valter Muchetti, che ha la delega al commercio appartenuta al sindaco Del Bono nel primo mandato -, e abbiamo scoperto che il settore tiene e implementa. È un dato, positivo per tutti, dal quale partire per calibrare l’azione, a partire dal ridisegno del Distretto urbano del commercio». Dato che sfata pure il luogo comune della girandola di aperture e chiusure.


I NUMERI DICONO che in dieci anni le nuove aperture sono residuali, mentre il 90 per cento dei negozi sta al suo posto anche da oltre 10 anni. Quelli con meno di un anno sono 787 su oltre 4.700. Dei 633 alimentari, ad esempio, 127 ci sono da almeno cinque anni, 152 da dieci e 265 sono radicati. Se questo è il risultato finale, tuttavia, l’indagine dice che nel periodo 2008-13 tutti i settori sono stati in sofferenza, e solo nel 2018 c’è stata una ripresa trainata da ristorazione e pubblici esercizi, a fronte di una contrazione degli alimentari e una stasi dei beni durevoli. A partire dal 2013, poi, c’è stata una netta contrazione delle chiusure e una stabilizzazione delle attività. Il 76.1 per cento degli alimentari, il 77.8 del commercio di beni, il 67.8 dei pubblici esercizi del 2018 sono gli stessi del 2016 per ragione sociale, indirizzo e attività. Nel complesso il 90 per cento è rimasto attivo, magari gestito da persone nuove, ma nello stesso luogo. E tra tutto, la rilevanza del centro storico è rimasta immutata nel tempo sia come numero che come offerta merceologica. Dentro le mura venete ci sono 350 bar e ristoranti, e a fronte dei 414 autorizzabili c’è posto solo per altri 64. Al Borgo Wührer, invece, con un tetto di 12 ne sono attivi cinque. Altri 998 pubblici esercizi sono dislocati nel resto della città, grosso modo in maniera omogenea tra le cinque zone della raccolta differenziata prese in considerazione. La medesima omogeneità si riscontra pure negli altri settori, con l’eccezione della zona ovest, la verde, che ha un numero di negozi alimentari quasi doppio rispetto alle altre, e per i beni durevoli fa concorrenza al centro storico. A guardare più nel dettaglio tra le varie tipologie, si scopre che nell’alimentare, con 45 supermercati o ipermercati, restano aperti 334 negozi e cinque banchi di mercato, oltre a 239 di frutta e verdura. Nel commercio di beni a dominare sono i durevoli con 2.007 negozi grandi e piccoli e 14 banchi, mentre edicole, tabaccai e farmacie arrivano a quota 276, e 176 sono florovivaisti, autosaloni ed esposizioni. Alberghi senza ristorante, pensioni e affittacamere sono 50, ma non vengono contati i b&b più piccoli. Nel capitolo pubblici esercizi, infine, figurano 914 bar, caffè, pasticcerie e birrerie, 51 tra discoteche, night club e sale gioco che ormai non crescono più per i vincoli imposti, e 577 tra ristoranti, trattorie, osterie, mense, fast-food e gastronomie.


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Mimmo Varone
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