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15.07.2020 Tags: Brescia

Covid-19, negli scatti le «ferite» dell’anima

La scritta «Non è andato tutto bene» sulla schiena delle infermiere simboleggia il fardello di sofferenza che sono state costrette a portare
La scritta «Non è andato tutto bene» sulla schiena delle infermiere simboleggia il fardello di sofferenza che sono state costrette a portare

La scritta «Andrà tutto bene» durante il periodo di lockdown è comparsa su molti balconi e cancelli di città e provincia. Poi il vento e la pioggia ne hanno ridotto la presenza, e anche sbiadito l’efficacia. Ma qualche autore ha deciso, di sua spontanea volontà, di archiviare presto lo striscione perché, dopo mesi a contare croci e morti, forse dire che sarebbe andato tutto bene è sembrato un azzardo. L’hanno pensata così anche Angela Chiodi e Michela Spagnoli, due colleghe e infermiere dell’Ospedale Civile di Brescia, uno degli ospedali che ha gestito il maggior numero di pazienti Covid-19 al mondo. ANGELA E MICHELA lavoravano insieme nel reparto di Cardiologia maschile, ma ai primi di marzo Angela è stata trasferita – su sua richiesta, avanzata e approvata mesi prima, - negli istituti di pena cittadini. «Ho comunque fatto in tempo a entrare in contatto con due pazienti affetti da Covid-19 che poi sono morti», racconta Angela. Michela è rimasta nell’occhio del ciclone in Cardiologia, dove lavora tuttora. Entrambe appassionate di fotografia, hanno pensato di mettersi dietro l’occhio della macchina e dare vita per immagini a questo loro pensiero: «No, non è andato tutto bene». «Abbiamo pensato a tutte quelle persone che hanno perso una persona cara, o che si sono ammalate loro stesse e poi sono guarite ma ne portano i segni. A queste persone, non ci sentiamo di dire che è andato tutto bene» spiega Angela. Anche se dietro quella campagna spontanea ci sono le migliori intenzioni, «pensiamo sia difficile condividerla per chi, e sono tantissimi, ha subìto una perdita». Per questo Angela e Michela hanno chiesto la collaborazione di alcune colleghe della Cardiochirurgia del Civile perché si prestassero come modelle, e hanno dato vita a due progetti distinti, ma accomunati dallo stesso sentimento. Angela ha fotografato le colleghe che sulla schiena nuda, sotto una maglia bianca con la scritta «infermiere», si sono fatte aggiungere «Non è andato tutto bene». «Ho scelto di scriverlo sulla schiena proprio perché siamo infermiere – spiega Angela – e davanti ai pazienti e ai loro parenti dobbiamo mostrare sempre la parte più empatica di noi. Lo sappiamo solo noi, però, il fardello di sofferenza che ci portiamo sulla schiena». Michela, invece, ha fotografato il viso delle colleghe «riparato» con l’antica tecnica giapponese del kintsugi, che significa «riparare con l’oro» da oro (kin) e riunire, riparare (tsugi). La scelta di questa tecnica non è casuale: il kintsugi è una pratica che utilizza metalli preziosi in forma liquida (oro, argento o lacca con polvere d’oro) per riparare oggetti andati in frantumi. E li rende più preziosi proprio perché hanno subìto un’esperienza di rottura. Michela lo ha dipinto sui volti delle colleghe che, pur circondate da morte e sofferenza, hanno stretto i denti e hanno continuato a compiere il loro lavoro nei difficili mesi della fase più acuta della pandemia. «Ma anche ora si continua a lavorare nella paura» confida Angela, «le persone si sono rilassate e ha abbassato la guardia, ma il virus c’è ancora». IL PROGETTO, al momento, «vive» solo sulle pagine Facebook delle due infermiere-fotografe (e ha ricevuto migliaia di apprezzamenti e condivisioni in pochi giorni), ma non è escluso che presto possa diventare anche una mostra fisica da ammirare di persona. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Silvana Salvadori
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