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01.06.2020 Tags: Brescia

«I tamponi scomparsi
e l’odissea
di mia madre»

La paziente 90enne  avrebbe fatto un tampone il 27 aprile e due il 18-19 maggio che non risultano all’AtsLiliana Taini di 90 anni con il figlio Daniele Marini
La paziente 90enne avrebbe fatto un tampone il 27 aprile e due il 18-19 maggio che non risultano all’AtsLiliana Taini di 90 anni con il figlio Daniele Marini

Il mistero dei tamponi scomparsi o, come definisce l’intera vicenda un diretto interessato, una storia «emblematica di tutto quel che sta succedendo in questa disastrata regione». Lui si chiama Daniele Marini, abita nel quartiere Sanpolino: lui e la sorella Marina hanno una madre 90enne, Liliana Taini, che prima si è infortunata al femore e subito dopo è stata colpita da Covid-19 mentre era ricoverata. Non è possibile però accertare dove la donna sia stata contagiata poiché, in 100 giorni, è stata trasferita ben 7 volte tra 3 strutture sanitarie. «Nostra madre è ricoverata in Poliambulanza il 15 febbraio, operata il 17 nel reparto di Ortopedia e il 20 trasferita in quello di Riabilitazione - ricostruisce il figlio che oggi è in quarantena -: il 2 marzo è trasferita alla Rsa Anni Azzurri di Rezzato per completare la riabilitazione». Nel frattempo il Covid si manifesta anche a Brescia e in Poliambulanz: «Per questo, sebbene senza sintomi, nostra madre agli Anni Azzuri viene messa in isolamento. Il 9 marzo inizia però ad avere febbre e a peggiorare sensibilmente da condizioni tutto sommato buone, al momento del trasferimento dalla Poliambulanza» prosegue il figlio. In quel periodo i tamponi nelle Rsa non venivano fatti e solo il 27 aprile, ben due mesi dopo i sintomi e su incessante richiesta dei figli, alla donna viene eseguito il tampone; in attesa dell’esito si aggrava e, dopo lunghe insistenze, il 29 aprile i figli ottengono il trasferimento ancora in Poliambulanza. Qualche giorno dopo il tampone stabilisce (ed è la prima volta) che la donna ha il Coronavirus: dopo le cure in Poliambulanza fino al 5 maggio, è trasferita al «Gabbiano» di Pontevico dove prosegue l’isolamento fino all’esecuzione delle successive analisi necessarie a stabilire se il paziente si sia «negativizzato». Al Gabbiano la donna prosegue la terapia fino ai tamponi del «18 e 19 maggio che, dopo qualche giorno, danno esito negativo. I medici ritengono discrete le condizione di nostra madre ma noi non concordiamo, e cerchiamo - invano - strutture ospedaliere per farle almeno portare a termine la riabilitazione. Il 25 maggio viene dimessa dal Gabbiano». UN TRISTE ritorno a casa: «È deperita, sottopeso, con lo sguardo fisso, immobile nel letto, piena di dolori», racconta ancora Marini. Dopo pochissime ore la signora sta di nuovo male quindi, alle 19 del 26 maggio, solo un giorno dopo le dimissioni, i figli chiamano il 112 e la signora viene nuovamente portata in Poliambulanza, sottoposta a un nuovo tampone, che risulta ancora positivo; il 29 maggio è ritrasferita al Gabbiano. Ma il fatto incredibile è datato 28 maggio, come riferisce Marini: «L’Ats di Brescia ci telefona per chiedere come mai mia madre, sottoposta a tampone il 27 aprile, con esito positivo, da quella data non sia più stata sottoposta ad altri test. Li informiamo che le notizie non sono corrette e, a quel punto, l’Ats ci comunica che nella sua banca dati non risultano effettuati i due tamponi del 18 e del 19 maggio, quelli che, dopo qualche giorno, avevano dato esiti negativi». Come è potuto accadere? Sulla gestione e la comunicazione dei dati in Lombardia le polemiche più recenti sono state aspre, non ultima quella innescata dal presidente della Fondazione Gimbe, che compie valutazioni in ambito scientifico. Quello che è sicuro è che rimangono aperte le domande della famiglia Marini: «Questa orribile e dolorosa vicenda, forse comune ad altri, ci rende sgomenti. Il percorso medico ci ha restituito una donna che, oltre a non alimentarsi, è gravemente decaduta sotto il profilo cognitivo, non riesce più a tenere il capo diritto né a guardare a destra: l’arto operato e il piede destro presentano problemi. D’accordo, nostra madre ha 90 anni e il Covid-19 ha certamente contribuito in maniera sostanziosa al suo peggioramento psico-fisico. Quello che non accettiamo è che proprio una donna di questa età, lontana per mesi dai propri affetti, sia stata sottoposta a ben sette trasferimenti e che, soprattutto, sia stata dimessa in condizioni generali pessime, palesemente non guarita dal virus. E ancora sintomatica». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Irene Panighetti
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